Chi si ricorda il “soft-landing”? Era il tentativo, in buon parte riuscito (senonché dopo sono successe così tante cose da confondere paurosamente il quadro), di rientrare dall’iper-inflazione, sul livello del 10%, che seguì la pandemia sia in Europa che in America nel 2022-23 (9,1% nel giugno ’22 in Usa, 11,5% in Europa nell’ottobre ’22): troppi soldi erano stati profusi da quasi tutti i governi, dalla Nuova Zelanda alla Corea del Sud, nel tentativo di uscire il più rapidamente possibile dalla recessione causata dal Covid.
«L’immissione rapida e brutale di così tanti fondi nel sistema ha provocato un’impennata inflazionistica senza precedenti», conferma Angelo Baglioni, economista internazionale della Cattolica. Una misura, questa del soft-landing, attuata centellinando aumenti e riduzioni dei tassi e delle masse monetarie, in buona parte come si diceva riuscita. Perfino la Bank of Japan ha rimosso il suo trentennale immobilismo ritoccando i fondi (dallo zero allo 0,25%, intendiamoci). Comunque, è andata.
Il ritorno dell’inflazione
Senonché ora ci risiamo. L’inflazione, per la quale le banche centrali avevano concordato un livello massimo del 2%, è tornata. La prima causa è la crisi energetica, a cui fanno capo a catena gli aumenti dei beni alimentari o comunque trasportati via mare, dei fertilizzanti, delle tariffe aeree, dei manufatti, delle utenze domestiche e industriali, di qualsiasi attività insomma abbia bisogno dell’energia. Fortunatamente non siamo ai livelli post-Covid (siamo ancora sotto il 3 e mezzo per cento sia in Europa che in America), ma con una serie inquietante di caratteristiche nuove e tutte difficili da vincere.
Intanto, la guerra non è finita né è chiaro come andrà a finire. «Oggi, inoltre — nota Brunello Rosa, economista della LSE — i mercati devono fronteggiare masse di denaro in entrata del tutto nuove, come quelle richieste per fronteggiare gli immani investimenti per l’intelligenza artificiale. Investimenti per i quali, almeno per ora, le imprese non stanno rivolgendosi tanto al mercato azionario quanto a quello obbligazionario, i bond insomma». La settimana scorsa, i rendimenti sul titolo-benchmark, il 10-year Treasury bond, ha raggiunto un nuovo record da oltre 20 anni, il 5,3%. «Il Titolo trentennale è salito ancora di più, al 5,594%, la chiusura più alta dal 2002», aggiunge Rosa. Non a caso, nelle stesse ore, John Williams, presidente della Fed di New York, ha avvertito allarmato che la banca centrale non può attendere dicembre per un nuovo rialzo dei tassi per controllare l’inflazione. Sempre che la guerra non finisca prima del previsto: nelle stesse ore, il Department of Energy ha liberato altri 40 milioni di barili di riserve petrolifere americane (erano 172 milioni di barili prima che l’ordalia iniziasse). L’ennesima mossa disperata per contenere se non altro il costo dei carburanti, la posta in gioco per le ormai imminenti elezioni di midterm (3 novembre).
Ma torniamo all’inflazione: perché i titoli a lungo termine offrono rendimenti così superiori a quelli a breve (ricordiamo che il Fed fund fissato ufficialmente dalla Fed oggi del 4% si riferisce ai valori overnight, cioè a brevissimo termine)? «È tutta una questione di aspettative di inflazione. I mercati — spiega Lorenzo Bini Smaghi, economista e banchiere globale di provata esperienza — danno per scontato che sul medio-lungo termine l’inflazione non potrà che crescere e si attrezzano alla bisogna». Lo stesso Warsh, capo della Fed, «ha ammesso che perché l’inflazione torni nei ranghi bisognerà attendere due-tre anni e oltre», ricorda Giampaolo Galli, economista della Cattolica. In queste condizioni è perfettamente spiegabile un tasso così alto. «D’altronde — riprende Bini Smaghi — se i tassi a lungo cominciassero a scendere troppo darebbero un segnale altrettanto inquietante: che l’attività economica prevede un rallentamento, la precondizione per la recessione che non è necessariamente un bene, anzi. I mercati azionari comincerebbero a scendere con tutte le conseguenze del caso».
La crescita del debito
Tutto non sarebbe così drammatico se non fossero salite esponenzialmente le cifre in questione. Negli ultimi vent’anni, il debito globale — comprendente debito pubblico, privato e aziendale — è cresciuto in modo esponenziale, alimentato da crisi finanziarie, pandemie, guerre e politiche monetarie espansive. All’inizio del 2026, il Fondo Monetario segnala nel suo bollettino annuale che verrà reso noto nelle sessioni di primavera a Bangkok il 12-18 ottobre, un totale di circa 345,7 trilioni di dollari, con Stati Uniti e Cina come principali contributori (40 trilioni il solo debito Usa). Il debito pubblico globale supera i 95 trilioni di dollari, mentre quello privato (famiglie e imprese) si aggira intorno ai 150 trilioni. Sarebbe troppo semplice dividere seccamente queste due categorie perché ormai i livelli (e i tassi) sono così alti da influenzarsi gli uni con gli altri.
«Crisi finanziarie e recessioni (a partire da quella del 2008 per arrivare all’Iran di oggi) hanno richiesto massicci interventi pubblici e sostegni economici privati, diminuendo l’efficienza di servizi pubblici quali scuola, trasporti, sanità», spiega Lorenzo Codogno, già direttore generale del Tesoro e oggi consulente a Londra. Anche la politica monetaria espansiva (tassi bassi o negativi e quantitative easing) hanno reso più conveniente l’indebitamento sia per gli Stati che per le imprese. Fattori strutturali — invecchiamento della popolazione, spese sanitarie e pensionistiche, transizione energetica e investimenti infrastrutturali — hanno poi incrementato gli obblighi finanziari, «e non a caso sono le classi più svantaggiate a soffrire di più degli alti tassi, quando devono affrontare piccole spese impreviste», riprende ancora Bini Smaghi.
Infine, con riferimento all’indebitamento privato e alla liberalizzazione finanziaria, l’accesso al credito più facile per famiglie e imprese ha amplificato il debito privato, aumentando i rischi sistemici: i debiti a tasso variabile o in scadenza rapida possono diventare insostenibili in caso di rialzo dei tassi.
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