Per mesi la domanda è stata: quando arriva la recessione americana? Ora bisogna rovesciarla: perché non arriva? L’economia degli Stati Uniti sta attraversando una serie di shock che, presi uno alla volta, avrebbero potuto provocare una frenata seria. Tassi d’interesse elevati, nuovi dazi, una stretta sull’immigrazione che riduce l’offerta di manodopera, guerra in Medio Oriente e rincari energetici. A questi fattori si aggiunge una Borsa che molti considerano sopravvalutata, soprattutto nei titoli legati all’intelligenza artificiale. Eppure la crescita non si arrende. Anzi, gli ultimi dati costringono a rivedere al rialzo il quadro.
Il 30 settembre il Bureau of Economic Analysis, l’istituto del Dipartimento del Commercio che misura il Pil, ha riscritto la storia della prima metà del 2026. La crescita annualizzata del primo trimestre viene portata dal 2,1% al 2,5%; quella del secondo trimestre dall’1,5% al 2,2%. È una correzione notevole. Soprattutto cambia la fotografia dell’economia: quella che sembrava una frenata marcata fra inverno e primavera ora appare come un’espansione abbastanza regolare. Nel secondo trimestre la crescita è sostenuta dai consumi, dagli investimenti e dalle esportazioni.
Ancora più interessante è ciò che accade sotto la superficie del Pil. Le “vendite finali reali agli acquirenti privati domestici”, un indicatore che somma consumi e investimenti fissi privati, sono cresciute a un ritmo annualizzato del 4,6%. È difficile conciliare un dato del genere con l’immagine di un’economia sull’orlo della recessione.
In parziale controtendenza c’è il dato di ieri sull’occupazione. Nel mese di settembre la creazione di occupazione è stata di soli 29.000 posti di lavoro aggiuntivi (nuove assunzioni al netto dei licenziamenti), inferiore alle aspettative. Tuttavia l’indice di disoccupazione rimane ai minimi storici (4,2%) e il tasso di partecipazione della forza lavoro è perfino risalito. Siamo infatti in una nuova era: la forte riduzione dei flussi migratori in entrata rende meno necessarie le assunzioni di massa, per mantenere una situazione di quasi pieno impiego. Il nuovo equilibrio è segnato dalla massima low hire low fire: si assume meno di una volta, si licenzia meno. Gli investitori hanno preso il dato di ieri sull’occupazione dal lato buono: un mercato del lavoro non troppo surriscaldato dà alla Federal Reserve un maggiore margine di manovra per non rialzare troppo velocemente i tassi.
La prima spiegazione della resilienza americana viene dal consumatore. Da anni si annuncia il suo esaurimento. L’inflazione ha eroso il potere d’acquisto, i tassi hanno rincarato mutui e credito, la benzina è tornata a pesare sui bilanci familiari. Eppure gli americani continuano a spendere. In agosto i consumi sono aumentati dello 0,9% in un solo mese, mentre il reddito personale è salito appena dello 0,2%. Al netto dell’inflazione, la spesa è cresciuta dello 0,6%.
Qui però compare una prima fragilità. Se i consumi corrono molto più dei redditi, una parte della spinta viene dal risparmio o dall’aumento della ricchezza finanziaria. Il tasso di risparmio personale è sceso al 4,1%. La Borsa svolge un ruolo importante: milioni di famiglie americane possiedono azioni attraverso fondi pensione, altro risparmio previdenziale nei contenitori chiamati 401(k), fondi comuni. Il rialzo dei mercati crea un “effetto ricchezza”: chi vede crescere il proprio patrimonio si sente più sicuro e spende di più. È uno dei meccanismi che distinguono gli Stati Uniti dall’Europa, dove una quota inferiore della popolazione partecipa in modo diretto alla crescita dei mercati finanziari.
La seconda spiegazione è l’investimento. Qui entra in scena l’intelligenza artificiale. L’AI non è più soltanto una storia di Borsa, fatta di valutazioni spettacolari per Nvidia e altri giganti tecnologici. Sta diventando economia fisica: data center, centrali elettriche, reti, chip, server, sistemi di raffreddamento, immobili industriali. Nella revisione del Pil, gli investimenti delle imprese risultano molto più forti di quanto si pensasse. Il boom delle infrastrutture digitali sta acquistando dimensioni macroeconomiche.
Questo aiuta anche a interpretare un dato che altrimenti sembrerebbe negativo. Nel secondo trimestre le importazioni hanno sottratto crescita al calcolo del Pil. Ma una parte importante di quelle importazioni è costituita da semiconduttori, macchinari e attrezzature destinate alla costruzione dell’infrastruttura dell’AI.
Importare beni capitali per costruire data center negli Stati Uniti non è un sintomo di debolezza industriale americana. Può essere il contrario: significa che è in corso un gigantesco ciclo d’investimenti.
Il fenomeno continua nel terzo trimestre. Il modello GDPNow della Federal Reserve di Atlanta stimava il 25 settembre una crescita annualizzata del 5%; l’aggiornamento del 30 settembre l’ha ridotta al 3,7%. Sono stime provvisorie, destinate a cambiare, e non vanno confuse con il dato ufficiale. Ma anche il 3,7% descrive un’economia che corre a una velocità sorprendente per una fase di tassi così alti.
C’è poi il mercato del lavoro. Anche qui il quadro è più complesso di quanto suggeriscano le due narrazioni opposte, quella del boom e quella della crisi. L’America non vive più la febbre occupazionale del dopo-Covid. Le assunzioni hanno rallentato. In agosto però sono stati creati 162.000 posti di lavoro e la disoccupazione è rimasta al 4,1%. Le offerte di lavoro erano ancora 7,1 milioni. Licenziamenti e dimissioni volontarie risultano stabili. È un mercato del lavoro che la Federal Reserve descrive in alcune aree come “low hire, low fire”: si assume meno, ma si licenzia poco.
Anche l’AI produce effetti contraddittori. Il Beige Book della Federal Reserve segnala una forte domanda di ingegneri specializzati nell’intelligenza artificiale e, allo stesso tempo, minore richiesta per alcune mansioni amministrative e per lavori tecnologici d’ingresso. Nell’industria avanzata, nell’aerospazio, nei semiconduttori e nelle costruzioni continuano invece a mancare lavoratori qualificati.
Questa resilienza ha un prezzo: l’inflazione non è stata sconfitta. L’indice dei prezzi PCE, la misura preferita dalla Federal Reserve, in agosto cresce ancora del 3,4% rispetto a un anno prima. Siamo lontani dall’obiettivo del 2%. I nuovi dazi aumentano il costo di alcuni beni importati; la guerra in Medio Oriente ha aggiunto pressioni sull’energia; lo stesso boom degli investimenti nell’AI crea domanda di elettricità, materiali, costruzioni e manodopera specializzata.
Qui sta uno dei paradossi più interessanti della fase attuale. L’economia americana è troppo resistente per consentire una discesa dei tassi. La forza dei consumi e degli investimenti sostiene la crescita ma può mantenere l’inflazione sopra il bersaglio della Fed. Anche il rialzo dei rendimenti dei Treasury può essere letto sotto questa luce. Di solito l’aumento dei tassi a lunga scadenza viene interpretato come un segnale d’allarme: troppo debito pubblico, rischio inflazione, necessità del Tesoro di offrire rendimenti più generosi per trovare compratori. Ma c’è un’altra spiegazione, meno inquietante. Un’economia che investe molto crea una forte domanda di capitale e può spingere verso l’alto il suo prezzo, cioè il tasso d’interesse.
Questo non elimina il problema del debito federale. Significa però che non tutti gli aumenti dei rendimenti raccontano la stessa storia. Un Treasury decennale sopra il 5% può riflettere sia il timore per i deficit pubblici sia la concorrenza esercitata da un settore privato che vuole finanziare data center, fabbriche di semiconduttori, impianti energetici e altre infrastrutture.
C’è infine il grande divario fra economia misurata ed economia percepita. Gli indicatori dicono crescita, disoccupazione bassa, Borsa forte, profitti robusti. Molti americani invece continuano a dire che l’economia va male. Le due cose possono essere vere insieme. L’inflazione è una variazione; il costo della vita è un livello. Anche quando l’inflazione rallenta, i prezzi raggiunti negli anni precedenti non tornano indietro. Case, affitti, assicurazioni, alimentari, energia rimangono molto più costosi rispetto all’inizio del decennio. Chi non possiede una casa o un portafoglio azionario beneficia poco dell’effetto ricchezza che sostiene i consumi delle fasce più agiate.
È qui che economia e politica si incontrano in vista delle elezioni di mid-term di novembre. I dati più recenti complicano una campagna del partito democratico costruita soltanto sull’idea di un’America economicamente in difficoltà, ma non cancellano il tema del costo della vita. Crescita del Pil e percezione del benessere non coincidono, e l’esperienza elettorale americana lo ha dimostrato più volte. Il peso politico di questi dati dipenderà anche da chi beneficia della crescita e da quali prezzi le famiglie incontrano ogni settimana.
Per ora il dato più importante è un altro. Gli Stati Uniti stanno offrendo una nuova dimostrazione di quella che rimane una delle caratteristiche strutturali della loro economia: la capacità di assorbire shock e riallocare capitale a grande velocità. Dopo la pandemia arrivano l’inflazione, la stretta monetaria, i dazi, le guerre, il rincaro energetico. Ogni volta viene annunciata una recessione. Finora non arriva.
L’ultima trasformazione è forse la più importante. La rivoluzione dell’intelligenza artificiale sta passando dalla finanza all’economia reale. Il boom tecnologico genera investimenti, costruzioni, importazioni di beni capitali, domanda di energia e nuove infrastrutture. Può creare bolle e sprechi; può distruggere alcuni lavori; può alimentare l’inflazione e tenere alti i tassi. Ma nel breve periodo sta fornendo alla crescita americana un nuovo motore.
Il paradosso dell’America del 2026 è tutto qui. I suoi problemi non sono immaginari: debito pubblico, costo della vita, inflazione sopra il bersaglio, diseguaglianze patrimoniali, tensioni commerciali. Ma chi aspettava che la somma di questi problemi producesse una recessione deve fare i conti con una realtà diversa. L’economia americana non si limita a resistere agli shock. In questa fase sembra capace di trasformarne alcuni in una nuova ondata di investimenti.
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