In Germania il partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD) ottiene consensi crescenti, specie nella parte orientale del Paese. Questo successo è attribuibile ai fattori economici? Dal 1991 a oggi, il divario tra Est e Ovest si è notevolmente ridotto: il Pil pro capite dell’Est è passato dal 33% di quello dell’Ovest al 72%, anche se negli ultimi anni il processo di convergenza ha rallentato. Rimangono dunque differenze economiche tra Est e Ovest, ma non così grandi, se consideriamo che in Italia il Pil pro capite del Mezzogiorno è circa il 55% di quello del Centro-Nord. A spiegare il successo di AfD ha contribuito la recente crisi del modello economico tedesco che ha generato timori per il mantenimento dei posti di lavoro specie nel settore dell’automotive. È probabile che abbiano molto peso anche fattori culturali.
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In Germania il partito di estrema destra Alternative für Deutschland ha registrato importanti successi nelle recenti elezioni in Sassonia-Anhalt e in Meclemburgo, due Länder dell’Est della Germania. Dal 2024 al 2026, AfD ha ottenuto risultati importanti in tutte le elezioni dei Länder orientali. Le percentuali ottenute alle elezioni sono peraltro in crescita, dal 30% circa in tre elezioni in Länder orientali nel 2024 al 44% in Sassonia-Anhalt e al 38% in Meclemburgo il 20 settembre scorso. Il successo di AfD è maggiore nella parte orientale della Germania rispetto a quella occidentale. Le motivazioni del successo possono essere legate anche a un disagio economico dei cittadini dell’Est rispetto a quelli dell’Ovest? Economicamente, quanto si sono integrati i vecchi Länder orientali nella Germania riunificata? Che conclusioni possiamo trarre dal confronto con un altro divario territoriale, ossia quello italiano tra Centro-Nord e Mezzogiorno?
Il divario economico
I principali indicatori economici mostrano un divario ancora presente tra Est e Ovest, ma molto ridottosi negli anni. Nel 1991, il Pil pro capite (Fig. 1, linea blu) era il 43% di quello della Germania Ovest, ma già nel 1996, appena cinque anni dopo, ammontava al 68%: una così rapida convergenza nella fase iniziale della riunificazione è spiegabile con l’iniziale aumento nominale dei salari e i massicci trasferimenti iniziali per stimolare l’economia dell’Est.[1]
Negli anni seguenti il processo di convergenza è continuato, seppur più gradualmente, arrivando all’80% nel 2024. Il divario dunque è ancora presente, ma le condizioni economiche dei cittadini dell’Est si stanno avvicinando a quelle dell’Ovest.[2]
Questo confronto soffre però dell’inclusione di Berlino, convenzionalmente imputata a Est, ma come noto divisa all’interno prima della riunificazione. Escludendo Berlino (che non consideriamo né parte dell’Est né dell’Ovest, Fig. 2), il Pil pro capite (linea blu) dell’Est parte dal 33% di quello dell’Ovest nel 1991, arriva al 60% nel 1995, per poi recuperare lentamente, arrivando solo negli anni recenti a superare il 70%. La differenza, pur maggiore rispetto a quella calcolata includendo Berlino, comunque non è enorme. Per dare un termine di paragone, in Italia il Pil pro capite del Mezzogiorno è il 55% di quello del Centro-Nord. Un altro utile termine di paragone è con l’Italia intera: il Pil pro capite nei Länder orientali si attesta oggi a 40mila euro ed è dunque leggermente più alto di quello dell’Italia (38mila euro).
Questa conclusione è rafforzata osservando altri due dati: la retribuzione lorda per dipendente (linea gialla) ha seguito la stessa traiettoria ma su livelli più alti, e nel 2025 è inferiore del 15% rispetto alla Germania Ovest; lo stesso vale per il reddito disponibile pro capite (cioè il reddito al netto delle imposte, a cui si sommano i trasferimenti sociali dello Stato), che è più basso di quello della Germania Ovest solo del 13%. Il minor divario rispetto al Pil pro capite è dovuto all’effetto dei trasferimenti federali a favore dei Länder Orientali.
Il fatto che i salari dell’Est siano ancora inferiori a quelli dell’Ovest è imputabile alla differenza di produttività. La produttività dell’Est è inferiore, e i salari si sono aggiustati di conseguenza. Il costo del lavoro per unità di prodotto dell’Est, che superava quello dell’Ovest del 40% al momento della riunificazione, si era già ridotto al 10% a metà degli anni Novanta (Fig. 3) e si è poi gradualmente allineato al resto del Paese, arrivando a essere pari a quello dell’Ovest nel 2025.
Ciò ha avuto conseguenze, graduali, sul mercato del lavoro, risultando tra i fattori che hanno permesso alle imprese di assumere più personale: il tasso di occupazione, del 6% inferiore rispetto all’Ovest trent’anni fa, è peggiorato ulteriormente fino a inizio millennio, ma è oggi su livelli pari all’Ovest (Fig. 3).[3] Il tasso di disoccupazione, dopo un grande recupero, rimane leggermente più alto: 4,2% rispetto al 3,6% dell’Ovest.
Il più basso livello di salari a Est è coerente con un’occupazione spostata maggiormente su settori generalmente meno produttivi (Fig. 4): nonostante le differenze si siano ridotte nel tempo, nel 2025, nell’Est esclusa Berlino, amministrazione pubblica, istruzione, sanità e assistenza sociale rappresentano circa il 30% degli occupati, contro il 26% nell’Ovest. Sono invece un po’ meno presenti la manifattura (15% a Est contro 17% a Ovest), i servizi di informazione e comunicazione (2% contro 3%), le attività finanziarie e assicurative (1% contro 3%).
Anche internamente ai settori, l’Est ha una produttività minore dell’Ovest (Fig. 5): del 30% nel settore manifatturiero, del 20% nell’ICT, di oltre il 30% nel settore finanziario e assicurativo.
Una possibile spiegazione è data dalla minore dimensione media delle imprese e dalla scarsità di sedi centrali e funzioni direzionali, concentrate a Ovest. Per esempio, nessuna delle imprese quotate nel DAX40, il principale indice di borsa, ha la propria sede nell’Est.[4]
Gli sviluppi più recenti
Da qualche anno tutta la Germania sta vivendo una crisi economica legata al settore manifatturiero. In Germania nel 2025 la manifattura valeva il 19% del valore aggiunto, a fronte di una media UE del 16%.[5]
L’alta qualità dei prodotti e il know-how tecnologico davano luogo a un alto livello di esportazioni, favorito da una forte domanda cinese, sia di prodotti finiti che di beni intermedi, e da un costo dell’energia contenuto. Come noto, questo modello economico è entrato in crisi con l’aumento della capacità competitiva della Cina e il venir meno della Russia come esportatore di gas a buon mercato.
In Germania dalla metà del 2022 la crescita del Pil è stata pressoché nulla e comunque sempre inferiore a quella media dell’Eurozona. Fra il 2022 e il 2023, il Pil è diminuito per tre trimestri consecutivi. Nonostante una lieve ripresa, ancora oggi la Germania registra tassi di crescita inferiori al resto dell’Eurozona (Fig. 6). Nel 2023-24 la recessione è stata più forte a Est (-2% cumulato) che a Ovest (-1,5%), mentre nel 2025 la ripresa è stata all’incirca uguale (+0,1% a Est e +0,2% a Ovest).
Il tasso di disoccupazione è salito in tutta la Germania, dal 3,1% del 2022 al 3,8% del 2025 (Fig. 7). L’aumento complessivo è stato simile a Est e a Ovest, ma dal 2024 al 2025 il tasso è salito più a Est (dal 3,7% al 4,2%, un aumento di 0,5 punti percentuali) che a Ovest (dal 3,3% al 3,6%, 0,3 punti percentuali). I Länder in cui l’aumento del 2025 è stato più forte sono la Sassonia e la Sassonia-Anhalt, entrambi a Est, in cui il tasso sfiora il 5%.
In Sassonia-Anhalt pesa l’importante indotto dell’automotive, con i 100 mila licenziamenti annunciati da Volkswagen che fanno paura.[6]
Oltre i dati principali: una differenza ancora presente
Altre differenze si fanno ancora sentire. Il 62% della popolazione orientale vive in aree considerate rurali, a fronte del 24% della Germania Ovest.[7] Nelle aree rurali i servizi pubblici sono meno sviluppati che in quelle urbane. Inoltre, a prescindere dalle differenze fra Est e Ovest, la Germania è un Paese con forte disparità tra territori: la dispersione media del Pil pro capite tra i diversi Kreise (analoghi alle nostre province) all’interno dei singoli Länder è tra le maggiori dell’Unione Europea (Fig. 8); per dare un termine di confronto, i territori di Italia e Spagna sono economicamente molto più omogenei.
Il passato si riflette nella ricchezza delle famiglie: quelle dell’Est, avendo vissuto decenni di regime comunista, sono meno ricche di quelle dell’Ovest, e dunque i giovani dell’Est hanno minor sostegno finanziario dalle famiglie.
Coerentemente con la scarsa presenza di grandi imprese e centri direzionali nell’Est, i cittadini dell’Est sono praticamente assenti dalle posizioni di vertice delle imprese private, dove rappresentano una quota compresa tra lo 0 e il 3% del totale a seconda degli anni considerati, a fronte di una popolazione che è il 20% di quella totale.
Ci sono poi i fattori culturali: come evidenziato da un Rapporto del Governo tedesco dedicato alle differenze tra Est e Ovest, l’Est mantiene ancora una forte identità: anche i giovani cresciuti in una Germania già unita si riconoscono come parte dell’Est, cosa meno frequente all’Ovest.[8] Come riportato da molti media, è possibile che l’elemento nostalgico su cui punta AfD, la “vecchia Germania” meno multiculturale, faccia più breccia a Est che a Ovest in quanto molte persone dell’Est pensano di aver preservato la propria identità tedesca dalle influenze sovietiche in maniera maggiore di quanto accaduto a Ovest con le influenze americane.[9]
A ciò si aggiunge la diversa memoria del nazismo costruita nei due Stati tedeschi: la DDR si presentava come l’erede politica della resistenza, tendendo a descrivere i tedeschi orientali come vittime e oppositori del nazismo, più che come corresponsabili dei suoi crimini; nella Germania Ovest si affermò invece una maggiore assunzione della responsabilità storica. Questa diversa eredità può contribuire a spiegare perché la proposta di AfD di ridimensionare la centralità della colpa nazionale e recuperare una narrazione più positiva della storia tedesca trovi oggi maggiore ascolto nell’Est.[10]
Il confronto con il nostro Mezzogiorno
La convergenza economica osservata in Germania nell’arco di 35 anni è molto più forte di quella avvenuta in Italia, tra Centro-Nord e Mezzogiorno, in oltre 150 anni.
Il Pil pro capite del Mezzogiorno (Sud e Isole), che ammontava a meno della metà di quello del Centro-Nord nell’immediato secondo dopoguerra, è cresciuto, anche grazie all’intervento pubblico, fino a valere quasi il 70% di quello del Centro-Nord (Fig. 9). Dagli anni ’70 il divario è però tornato ad ampliarsi, per poi rimanere stabile dagli anni ’90 in poi, con il Pil del Mezzogiorno che vale oggi circa il 55% di quello del Centro-Nord. Rispetto alla Germania, nella quale l’Est vale oggi circa il 70% del Pil pro capite dell’Ovest, economicamente il nostro Paese sembra molto più diviso.[11]
Una differenza sostanziale è nel fatto che in Germania, dopo un iniziale aumento dei salari non commisurato alla produttività, c’è stato un graduale aggiustamento, come detto sopra: ciò non è avvenuto in Italia, sebbene negli ultimi anni ci sia stata una convergenza e nel 2025 lo scarto tra Mezzogiorno e Centro-Nord fosse del 3% (Fig. 10). Se il costo del lavoro di un’unità è maggiore a Est che a Ovest, o al Sud che al Nord, è plausibile che l’occupazione cresca più a Ovest che a Est, o al Nord rispetto al Sud.
[2] I dati vengono da AK VRGdl, il gruppo di lavoro congiunto per i conti economici regionali tedeschi che riunisce gli uffici statistici dei 16 Länder e l’Ufficio Statistico Federale. Sono disponibili a questo link.
[3] I dati su occupazione e disoccupazione vengono dal database della Commissione Europea sui dati regionali ARDECO, e sono disponibili solo dal 1995. Sono disponibili a questo link.
[7] I dati provengono dall’istituto di statistica tedesco. Vedi questo link.
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