La sanità pubblica siciliana attraversa “una delle crisi più profonde della sua storia”. È l’allarme lanciato dal Comitato “Cittadini a difesa della Sanità Pubblica”, presieduto dal dottor Antonio Monforte, che fotografa una situazione nella quale alle difficoltà strutturali si sommano la carenza di personale, le liste d’attesa, il ricorso crescente a soluzioni private e le difficoltà nell’attuazione della medicina territoriale.
Una crisi che il Comitato legge anche attraverso alcuni indicatori sanitari e sociali. Nel documento viene richiamato il dato sulla speranza di vita alla nascita: 84,6 anni nella provincia di Trento contro 81,8 anni in Sicilia, con un divario di quasi tre anni. Il riferimento è ai dati GIMBE 2024 su dati ISTAT 2023. Secondo il Comitato, la situazione sarebbe legata anche alla povertà e a livelli essenziali di assistenza ritenuti insufficienti o bassi.
Sicilia al terzultimo posto per i LEA
Nel documento viene inoltre richiamata la fotografia dei LEA 2024, che colloca la Sicilia al terzultimo posto in Italia. Particolarmente critica viene indicata la prevenzione, con un punteggio di 49 su 100, mentre gli indicatori ospedalieri vengono descritti come in netto peggioramento rispetto agli anni precedenti.
“Le liste d’attesa rimangono bloccate e sempre più cittadini rinunciano a curarsi”, denuncia il Comitato, secondo cui parallelamente “il sistema pubblico continua a depauperarsi a favore della sanità privata”. È in questo quadro che Monforte e il Comitato inseriscono anche il tema dell’Autonomia differenziata, richiamando la legge 86/2024 e il rischio, indicato nel documento, di un ulteriore ampliamento del divario tra Nord e Sud.
Il vero nodo: medici e infermieri
Per il presidente Antonio Monforte, la crisi non riguarda soltanto strutture e organizzazione. Il problema è soprattutto umano. Nel documento vengono segnalate autodimissioni di medici e dirigenti sanitari, costretti a lavorare in condizioni definite di costante emergenza, tra carichi di lavoro insostenibili, turni estenuanti e burnout. Una situazione che, secondo il Comitato, spingerebbe una parte degli operatori, soprattutto medici e infermieri, a lasciare gli ospedali pubblici. E il problema non sarebbe soltanto trattenere chi già lavora nella sanità siciliana. Il personale formato nelle università dell’Isola, sostiene il Comitato, tende a guardare al Nord o ad altri Paesi europei, dove vengono ricercate migliori prospettive di carriera, retribuzioni e qualità della vita.
“Concorsi banditi per il personale sanitario che soprattutto in provincia vanno deserti”, sottolinea il documento, riconoscendo al tempo stesso le difficoltà degli amministratori chiamati a garantire i servizi in assenza di risorse umane sufficienti.
Messina, dai Pronto soccorso ai reparti: il ricorso ai privati
È sulla provincia di Messina che l’analisi del Comitato entra nel dettaglio, indicando il ricorso al privato come una delle conseguenze più evidenti della carenza di personale. Nel documento viene ricordato che l’ASP di Messina, dopo un primo appalto nel 2025 per la gestione del Pronto soccorso di Barcellona, nel 2026 avrebbe affidato a una cooperativa privata l’integrazione dell’assistenza medica non soltanto nello stesso presidio, ma anche nei Pronto soccorso degli ospedali di Patti, Sant’Agata Militello, Mistretta, Milazzo, Lipari e Taormina. Il ricorso a personale esterno, secondo quanto riportato dal Comitato, riguarda inoltre i reparti di Cardiologia, Ortopedia e Rianimazione.
Nel mirino viene messa anche una gara da 2 milioni di euro espletata nel 2025 dal Policlinico di Messina per personale OSS. Per il Comitato il punto centrale è dunque il rischio che ciò che nasce come soluzione temporanea finisca per diventare strutturale: “Si continua a non fare i concorsi, a non attivare percorsi di qualificazioni puntando alla qualità dell’assistenza, a non stabilizzare i lavoratori, a regalare risorse ai privati”.
I “gettonisti” e il costo dell’emergenza
Il Comitato dedica un passaggio particolarmente duro al fenomeno dei cosiddetti “gettonisti”. Nel documento viene indicata una spesa superiore a 1,4 miliardi di euro nel 2023 e superiore a un miliardo di euro complessivamente nel biennio 2024-2025. Secondo il Comitato, nonostante il decreto legge del 2025 che impedisce alle aziende sanitarie di bandire appalti per gettonisti, continuerebbero ad essere affidati servizi a cooperative private.
Il problema, secondo Monforte, non sarebbe soltanto economico. Il modello viene definito “tamponatorio” e viene contestato perché, secondo il Comitato, può arrivare a costare fino a tre volte più di un medico strutturato.
Nel documento viene inoltre evidenziata la presenza di un “doppio mercato del lavoro”: nello stesso reparto, sostiene il Comitato, un gettonista può arrivare a guadagnare fino a tre volte più di un professionista strutturato. “Quella che avrebbe dovuto essere una soluzione temporanea sta diventando, anno dopo anno, un elemento strutturale di sostituzione del servizio pubblico”, si legge nel documento. Il Comitato contesta anche l’utilizzo degli specializzandi attraverso il cosiddetto “decreto Calabria”, che in Sicilia, secondo il documento, troverebbe una scarsa applicazione.
Il paradosso dei concorsi
C’è poi quello che Monforte e il Comitato definiscono, di fatto, un paradosso nelle scelte di reclutamento. Mentre nei presidi ospedalieri di base e di primo livello, nei Pronto soccorso e nei reparti, vengono segnalate carenze di medici e infermieri, la Regione negli ultimi anni avrebbe bandito oltre 600 posti per personale amministrativo. Una scelta che il Comitato considera distante dalle priorità dell’assistenza sanitaria e che, secondo il documento, avrebbe finito per trascurare proprio le figure necessarie a garantire la cura dei pazienti.
Pnrr, il rischio delle “scatole vuote”
Un altro capitolo dell’analisi riguarda il PNRR e la medicina territoriale. Le risorse del Piano hanno consentito la realizzazione di Case della Comunità e Ospedali di Comunità, ma secondo il Comitato il completamento degli edifici non basta. Il rischio concreto, viene sottolineato, è che le nuove strutture rimangano “scatole vuote”. “Se sul piano edilizio gli obiettivi sono stati rispettati, mancano i modelli organizzativi e la tecnologia”, sostiene il documento, insieme al personale necessario e alla formazione di figure come gli infermieri di comunità e gli addetti ai PUA.
Le Case della Comunità, nella visione indicata da Monforte, non possono essere semplicemente considerate poliambulatori. Devono diventare punti di riferimento per la medicina di rete, la prevenzione e la gestione delle patologie croniche. Tra le funzioni indicate figurano la prevenzione oncologica e vaccinale, ma anche la prevenzione primaria delle malattie croniche non trasmissibili, come diabete e ictus. Il documento richiama inoltre la riorganizzazione dell’Assistenza domiciliare integrata, insieme a telemedicina e telemonitoraggio.
L’obiettivo è consentire ai cittadini di curarsi vicino casa o direttamente al proprio domicilio, soprattutto nelle aree geograficamente più disagiate, oltre a garantire una prima risposta alle situazioni di disagio psico-sociale e una maggiore partecipazione della società civile alla programmazione delle attività.
Medicina territoriale, il nodo dei medici di famiglia
Perché il modello possa funzionare, però, secondo il Comitato è necessario un collegamento reale tra Case della Comunità e medici di medicina generale. Le AFT, le Aggregazioni funzionali territoriali, dovrebbero essere rapidamente implementate e integrate con le nuove strutture. Senza personale adeguatamente formato, modelli organizzativi definiti, tecnologie e una reale integrazione con i medici di famiglia, la medicina di prossimità rischia, secondo il documento, “di non partire mai”.
L’altra grande questione sollevata da Monforte riguarda le risorse economiche. Il Comitato richiama la posizione della Fondazione GIMBE sul Ddl delega n. 1825 del Governo, definito da GIMBE un provvedimento “vuoto” per l’assenza di finanziamenti aggiuntivi. La richiesta indicata nel documento è quella di portare il finanziamento del Servizio sanitario nazionale al 7% del Pil. Il Comitato richiama inoltre un divario di finanziamento della spesa sanitaria pubblica italiana rispetto alla media dei Paesi europei dell’area OCSE superiore a 36 miliardi di euro annui. A pesare, secondo l’analisi, è anche la mobilità sanitaria, che continua a trasferire risorse dal Mezzogiorno verso le strutture del Nord.
Le proposte: assunzioni, stipendi e nuove équipe
Per evitare quello che il Comitato definisce il “definitivo collasso del sistema sanitario pubblico”, vengono indicate alcune direttrici di intervento. La prima riguarda lo sblocco delle assunzioni a tempo indeterminato e l’adeguamento degli stipendi degli operatori sanitari agli standard europei, con politiche regionali e nazionali capaci di rendere nuovamente attrattivo il lavoro nel SSN.
La seconda proposta riguarda la creazione di strutture dipartimentali aziendali, con équipe medico-chirurgiche operative in più ospedali di base e di primo livello. Il Comitato propone di affidare la direzione di queste strutture a professionisti nelle specialità carenti, attraverso contratti libero-professionali attrattivi della durata minima di quattro anni e con un obbligo formativo nei confronti del personale sanitario.
L’obiettivo dichiarato è rendere più attrattivi anche gli ospedali di provincia per i giovani specialisti, riducendo contemporaneamente il ricorso ai gettonisti e creando una prospettiva di maggiore stabilità per il Servizio sanitario pubblico.
La ricetta indicata dal presidente Monforte parte dunque dal territorio. “La visione di una moderna sanità parte dal territorio, con assistenza sanitaria e politiche di prevenzione”, afferma il documento, per poi passare a “un servizio di emergenza-urgenza efficace” e alle reti per patologie e patologie tempo-dipendenti capaci di collegare territorio e ospedali. Solo dopo aver realizzato una medicina territoriale funzionante e un sistema di emergenza-urgenza efficace, secondo il Comitato, si dovrebbe procedere alla riorganizzazione della rete ospedaliera sulla base delle evidenze scientifiche e dei reali bisogni di salute.
Le tre priorità per Messina
Ed è proprio sulla provincia di Messina che si concentra la parte finale del documento. Per l’attuazione del DM 77, il Comitato individua tre problematiche urgenti. La prima riguarda le AFT, considerate fondamentali per costruire una vera medicina di prossimità attraverso il lavoro di gruppo. La seconda è la formazione del personale destinato a lavorare nelle Case e negli Ospedali di Comunità e nelle altre strutture previste. La terza riguarda le Centrali operative territoriali e la rete informatica, elemento considerato decisivo per realizzare una presa in carico del paziente realmente integrata tra territorio, emergenza e ospedale.
Su questo fronte il documento segnala un ulteriore problema: diverse strutture, viene affermato, non disporrebbero ancora delle apparecchiature informatiche di base oppure utilizzerebbero software non comunicanti tra loro. Una situazione che, secondo il Comitato, rallenta la digitalizzazione, la telemedicina e anche l’utilizzo del Fascicolo sanitario elettronico.
“I cittadini non meritano di dover pagare o rinunciare alle cure”
La conclusione di Monforte e del Comitato torna al punto di partenza: il diritto alla salute. “I cittadini non meritano un sistema che li costringe a pagare di tasca propria o a rinunciare alle cure”, si legge nel documento. Da qui l’appello rivolto alla politica e alla governance sanitaria, chiamate secondo il Comitato a scegliere tra il proseguimento di quella che viene definita una “privatizzazione strisciante” e un nuovo investimento nella sanità pubblica “come diritto fondamentale”. Un confronto che, per il Comitato “Cittadini a difesa della Sanità Pubblica”, parte dunque da Messina ma riguarda l’intero sistema sanitario siciliano.
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