L’inflazione vola ovunque. Meno negli Usa, ma è merito di un artificio, non di Trump


Tre decimi. Tanto è bastato perché l’inflazione americana di agosto sembrasse andare in direzione opposta a quella europea. Negli Stati Uniti l’indice di agosto dei prezzi delle spese per i consumi personali su cui la Federal Reserve misura i propri obiettivi, si è fermato al 3,4%, contro il 3,7% atteso. E quello core al 3% contro il 3,3% delle previsioni. In apparenza una buona notizia. Peccato che il risultato sotto le stime sia frutto  anche di un cambio di approccio nel calcolo dell’inflazione e che il Pce resti quasi al doppio di un traguardo, il 2%, ancora lontano. Nelle stesse ore, in Europa, l’indice dei prezzi al consumo saliva più del previsto. Tra martedì e mercoledì i dati dell’area euro hanno segnato rialzi nelle principali economie: il 5% in Spagna, il 4,1% in Italia, il 3,4% in Francia, il 3,3% in Germania. La prova, letti insieme, che l’inflazione non scende da nessuna parte e che il debito pubblico, ovunque, è destinato a costare sempre di più. 

La causa è sempre la stessa, l’energia, complici sette mesi di guerra in Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz. A Roma costa il 22,3% in più di un anno fa, portando l’inflazione, nell’indice nazionale dell’Istat, a salire dal 3,3% di agosto al livello più alto da tre anni. In Francia succede la stessa cosa, con un salto del 21,2% dal 16,7% del mese scorso. A Parigi, prima del conflitto tra Teheran e Washington, i prezzi crescevano di circa l’1% l’anno, oggi del 3% nell’indice nazionale. Caso simile anche per la Germania, dove il rincaro dell’energia è passato dall’8,3% di luglio al 14,9% di settembre e per la Spagna, dove proprio per questo l’indice dei prezzi al consumo è salito dal 4,6%.

Si tratta del tipo di inflazione su cui è più difficile intervenire, quella che non nasce dalla domanda, bensì da costi che arrivano da fuori. È vero, l‘inflazione di fondo, cioè quella che esclude energia e alimentari freschi, è all’1,7% in Italia e ferma al 2,4% da tre mesi in Germania. Eppure qualche crepa si inizia a intravedere. In Francia i servizi sono saliti dall’1,9% al 2,2% e i prodotti freschi, dopo un’estate di caldo estremo e siccità, del 9,9%. E le economie che avrebbero dovuto assorbire il colpo sono deboli. In Francia secondo Bloomberg Economics la crescita resta ben al di sotto del suo potenziale, mentre in Germania a settembre i disoccupati sono aumentati nel mese in cui di solito ripartono le assunzioni.

Per la Bce non c’è una soluzione chiara. Alzare i tassi non riapre Hormuz. Può solo raffreddare la domanda, sperando che il caro energia non si trasformi in aumenti di prezzi e salari, al costo di frenare un’economia che cresce poco. La Bce ha già alzato i tassi due volte, portandoli al 2,5%, e i mercati prevedono quasi altri quattro rialzi nel corso del prossimo anno, anche se la presidente Christine Lagarde ha recentemente evidenziato che la vendita di titoli di Stato in corso nel mondo frenerà da sola prezzi e crescita. Intanto i governi spendono per attutire il colpo. Il governo Meloni ha destinato quest’anno quasi 2,5 miliardi di euro al taglio delle accise ma a metà settembre benzina e gasolio erano comunque sopra i 2 euro al litro. In Francia il gasolio costa il 50% in più che a gennaio, ma l’esecutivo dice di non poter fare di più perchè i conti pubblici sono in rosso, con ogni euro speso per abbassare il prezzo del pieno che si aggiunge a un debito che costa sempre di più.

Per la Federal Reserve il problema è diverso. Il dato sotto le attese dipende infatti in buona parte dal nuovo modello del Bureau of Economic Analysis, che ricalcola tre voci: la gestione dei patrimoni, il software e i servizi legali. Una rimodulazione che ha tagliato il dato di luglio. Rispetto all’estate, quindi, l’inflazione americana non è scesa “naturalmente”. E a spingerla, oltre all’energia, c’è la domanda. Il PIl del secondo trimestre è stato rivisto al 2,2% dall’1,5% e ad agosto gli americani hanno speso lo 0,6% in più al netto dei prezzi, con un reddito reale fermo e risparmi scesi al minimo dal 2022. Una spesa che si vede nei prezzi dei servizi esclusi energia e casa, saliti dello 0,4% in un mese, il ritmo più rapido da maggio. Sono i prezzi più sensibili ai tassi, perché dipendono dalla domanda interna e non dal petrolio. I mercati però hanno guardato soprattutto al dato complessivo più basso del previsto, riducendo le scommesse su un nuovo rilazo dei tassi di interesse da parte della Fed. I future lo davano lunedì al 71% per ottobre, prima che le parole del presidente della Fed di New York abbassassero le probabilità intorno al 50% e che poi l’indice Pce di agosto le portassero al 49% secondo il FedWatch Tool del Cme Group. 

In tutto questo i titoli di Stato a lungo termine non hanno affatto seguito gli investitori. Il rendimento del Treasury a due anni, che riflette le attese sulla politica della banca centrale americana, è sceso al 4,83%, mentre quello a trent’anni è rimaso vicino ai massimi. Dal 16 settembre, giorno del rialzo dei tassi, il costo del debito a lungo termine è passato dal 5,37% al 5,61%, il livello più alto dal 2002. In pratica chi compra un titolo a lunga scadenza si chiede quanto durerà l’inflazione e quanto altro debito dovrà emettere il Tesoro, che ne ha già per oltre 40mila miliardi di dollari.

Ma del resto succede in tutto il mondo. Solo la scorsa settimana, secondo Bloomberg, il rendimento medio dei titoli di Stato sfiorava il 4%, il livello più alto dal 2007. In Europa la pressione si vede anche sull’Italia, con il rendimento del Btp decennale che martedì è salito al 4,59%, il massimo da tre anni, e lo spread con il Bund tedesco ha superato i 100 punti base per la prima volta dalla primavera del 2025, prima di tornare mercoledì intorno a 98. Ma a preoccupare di più gli investitori è la Francia, dove tutti i nodi stanno venendo al pettine, con un’inflazione triplicata, una crescita debole, i conti pubblici che non lasciano margini e ora pure lo spread da record. Mercoledì il differenziale tra i titoli di Stato francesi e tedeschi è salito di cinque punti base a 124. Non andava oltre i 120 dal 2012. Un risultato che porta Parigi a indebitarsi a un costo maggiore dell’Italia, con uno scarto di oltre 20 punti base, il più ampio dalla nascita dell’euro. 


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