di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Due ottobre, Consiglio dei Ministri. Quindici ottobre, trasmissione a Bruxelles. Sono le due scadenze che scandiscono, con una puntualità che non era affatto scontata negli anni scorsi, il percorso della Legge di Bilancio 2027, l’ultima dell’attuale legislatura. Ed è proprio questa puntualità, al di là del merito delle singole misure ancora in discussione, il primo dato che merita di essere sottolineato con un cauto ottimismo: un governo che rispetta il calendario concordato con le istituzioni europee, senza rincorse dell’ultimo minuto né rinvii giustificati da emergenze last minute, restituisce al Paese un’immagine di affidabilità che ha un valore che va oltre la cronaca parlamentare.
Al centro del cantiere c’è l’ipotesi di un nuovo intervento sull’Irpef destinato al ceto medio: l’allargamento dello scaglione agevolato al 33%, oggi fermo alla soglia dei cinquantamila euro, fino a sessantamila. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti lo ha confermato nelle scorse settimane, definendo la prossima manovra “non conservativa”, un’espressione che lascia intendere la volontà di completare un percorso di alleggerimento fiscale avviato negli anni precedenti con il taglio del cuneo contributivo e con la riduzione della seconda aliquota dal 35 al 33%. Per un contribuente che si collochi proprio nella fascia dei sessantamila euro, il risparmio stimato potrebbe avvicinarsi ai mille euro l’anno: una cifra che, sommata alle misure già in vigore, comincia a restituire respiro a una platea di lavoratori dipendenti e professionisti che negli ultimi anni ha visto il proprio potere d’acquisto eroso dall’inflazione più di quanto i rinnovi contrattuali riuscissero a compensare.
È un segnale che le piccole e medie imprese, in particolare quelle che vivono della domanda interna, hanno ragione di guardare con favore. Il ceto medio, categoria sfuggente sul piano statistico ma concretissima sul piano economico, rappresenta storicamente il bacino principale della domanda di beni e servizi che alimenta l’imprenditoria diffusa italiana, dall’artigianato al commercio, dalla ristorazione ai servizi professionali. Ogni euro restituito al potere d’acquisto di questa fascia di popolazione tende a tradursi, con un moltiplicatore che le analisi econometriche confermano da tempo, in consumi che si riversano proprio sul tessuto produttivo di prossimità, quello che Unimpresa rappresenta.
Resta, naturalmente, il nodo delle coperture, che il viceministro Maurizio Leo ha definito senza giri di parole il problema centrale dell’intera manovra. Il costo stimato dell’intervento sullo scaglione Irpef si aggira attorno ai 2,7 miliardi di euro, una cifra non trascurabile in un contesto di finanza pubblica che, pur mostrando segnali di stabilizzazione, non consente margini di manovra illimitati. Il governo dovrà indicare con chiarezza da dove arriveranno queste risorse, se da un’ulteriore razionalizzazione della spesa, da un contrasto più efficace all’evasione fiscale o da altre forme di reperimento che ancora non sono state rese pubbliche. È qui che si misurerà la reale credibilità dell’operazione, più che nell’annuncio della misura in sé.
Vale la pena segnalare, tra le ipotesi allo studio, anche l’introduzione di una flat tax per i redditi dei giovani lavoratori e di una cedolare secca agevolata al 21% per gli affitti commerciali: due misure che, se confermate, andrebbero nella direzione di incentivare l’occupazione giovanile e di alleggerire il costo degli immobili a uso produttivo, un capitolo che riguarda direttamente migliaia di piccole imprese che operano in locazione. Sono, per ora, soltanto ipotesi allo studio, prive di una copertura definita e di una collocazione normativa precisa, ma il fatto che compaiano nel dibattito preparatorio della manovra segnala un’attenzione che il mondo delle piccole e medie imprese non può che accogliere con interesse.
Il rispetto del calendario concordato con l’Unione Europea, unito a un impianto di misure che sembra orientato a sostenere contemporaneamente lavoratori dipendenti, giovani e piccole attività produttive, rappresenta un punto di partenza incoraggiante. Sarà il testo definitivo, con le sue coperture puntualmente indicate, a stabilire se questo impianto si tradurrà in un beneficio reale per il ceto medio produttivo del Paese o se resterà, come talvolta accaduto in passato, un’intenzione che la scarsità delle risorse finisce per ridimensionare. Le prossime settimane, con l’approdo del testo in Parlamento, diranno se la fiducia che oggi sembra ragionevole riporre in questo percorso troverà piena conferma.
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