Non basta riconoscere la fragilità: occorre capire quale aiuto serva davvero, con quale intensità e per quanto tempo. Quando un anziano perde progressivamente autonomia, la domanda cruciale non è solo quale servizio attivare, ma quale sostegno sia effettivamente necessario e come modularlo nel tempo. Per le famiglie alle prese con la non autosufficienza, la differenza è sostanziale: una valutazione inadeguata può tradursi in interventi insufficienti, difficoltà organizzative e un carico che grava soprattutto sui caregiver. È su questo terreno che si gioca una parte decisiva del nuovo Piano nazionale per l’assistenza e la cura della fragilità e della non autosufficienza nella popolazione anziana 2025-2027.
Dopo l’Intesa del 10 settembre in Conferenza Unificata, il percorso è entrato nella fase conclusiva: il prossimo passaggio è l’adozione da parte del Comitato interministeriale per le politiche in favore della popolazione anziana (CIPA), cui seguirà la programmazione regionale. Un approdo atteso, potenzialmente capace di incidere sull’assetto delle risposte sociali, sociosanitarie e sanitarie. Ma, come sottolinea AISLA, la sfida è evitare che i principi restino sulla carta.
Il Piano anziani entra nella fase decisiva
Il 29 settembre AISLA, Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica, ha preso parte all’incontro promosso dal CIPA, presieduto dal Vice Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Maria Teresa Bellucci, durante il quale è stato illustrato il documento successivo all’Intesa. La costruzione del Piano è stata accompagnata dal confronto con Parti sociali ed Enti del Terzo Settore, con l’accoglimento di diverse osservazioni emerse nel percorso partecipativo. Per Pina Esposito, segretario nazionale AISLA, si tratta di un traguardo rilevante e atteso da tempo.
L’associazione riconosce il valore del metodo inclusivo e auspica che il coinvolgimento delle organizzazioni rappresentative di persone e famiglie prosegua anche in fase di attuazione e monitoraggio, perché chi vive ogni giorno la non autosufficienza è in grado di far emergere criticità che non sempre affiorano nella sola progettazione amministrativa. L’efficacia del Piano dipenderà, dunque, anche dalla capacità di ascoltare chi utilizzerà concretamente i servizi.
Valutazione multidimensionale: la persona non è una diagnosi
Tra i cardini del Piano figura la Valutazione multidimensionale unificata (VMU), concepita per leggere in modo integrato i bisogni sanitari, sociali e sociosanitari della persona e del suo nucleo familiare. È un passaggio cruciale, perché la non autosufficienza non si esaurisce in una diagnosi o in una limitazione motoria: occorre misurare l’intensità del fabbisogno, prevederne l’evoluzione e stimare le risorse indispensabili per assicurare continuità.
Dalla VMU deve scaturire il Piano assistenziale individualizzato (PAI), lo strumento che traduce i bisogni rilevati in interventi concreti. La differenza tra una presa in carico formale e una risposta davvero utile si gioca proprio qui: nel passaggio dalla valutazione ai servizi effettivamente disponibili. Il documento mira inoltre a rafforzare il raccordo tra Livelli essenziali delle prestazioni sociali (LEPS) e Livelli essenziali di assistenza (LEA), così da integrare compiutamente le varie componenti dell’assistenza.
SLA e condizioni ad alta complessità: quando il tempo è determinante
AISLA richiama in particolare le condizioni a elevata complessità clinica e assistenziale, come la sclerosi laterale amiotrofica. In questi contesti il bisogno può essere intenso e mutare rapidamente: la valutazione deve quindi cogliere non solo la non autosufficienza, ma anche la velocità dell’evoluzione, la necessità di una continuità specialistica e le esigenze del nucleo familiare.
Un PAI efficace deve essere proporzionato alla complessità e tradursi in interventi tempestivi e continuativi. Il tema tocca anche il passaggio tra il sistema della disabilità e quello dedicato alla popolazione anziana: gli strumenti cambiano, ma il bisogno della persona non cambia semplicemente perché muta il perimetro amministrativo di riferimento. Per questo AISLA considera imprescindibili la continuità della presa in carico e l’appropriatezza delle risposte, evitando che i passaggi tra servizi si trasformino in interruzioni o fonte di disorientamento.
Restare a casa è possibile solo con una rete
La domiciliarità è uno dei pilastri del Piano, ma non coincide con il semplice rimanere nella propria abitazione. Perché questa opzione sia reale, occorre una rete capace di integrare servizi sociali, sociosanitari e sanitari, competenze specialistiche e sostegno ai caregiver; quando opportuno, anche tecnologie digitali e teleassistenza. Il punto è cruciale per le famiglie, spesso chiamate a coordinare esigenze molteplici. La domiciliarità funziona quando non lascia la famiglia sola a organizzare ciò che dovrebbe essere garantito da una presa in carico integrata. La qualità dell’assistenza dipende, quindi, non solo dal luogo in cui è erogata, ma dalla sua continuità e adeguatezza.
Articolo 27: rendere operativa la VMU
L’adozione del Piano non esaurisce la riforma. Un passaggio chiave riguarda l’articolo 27 del decreto legislativo 29/2024, dedicato alla Valutazione multidimensionale unificata. I provvedimenti attuativi dovranno definire aspetti essenziali come: – lo strumento nazionale per la valutazione; – i criteri di priorità per l’accesso ai Punti Unici di Accesso (PUA); – la composizione e le modalità operative delle unità di valutazione; – il raccordo con l’architettura introdotta dalla riforma della disabilità.
Si tratta di elementi che incidono direttamente su come una persona viene valutata e accompagnata nei servizi. Per AISLA, è in questa fase che il principio di appropriatezza dovrà tradursi in prassi omogenee: “riconoscere correttamente il livello di assistenza necessario e fare in modo che la risposta sia proporzionata alla complessità del bisogno.”
Il banco di prova sarà nei territori
Il Piano nazionale è un passaggio rilevante, ma la sua efficacia si misurerà nella successiva programmazione regionale e nell’organizzazione concreta dei servizi: è lì che i principi dovranno diventare percorsi accessibili, valutazioni coerenti e interventi capaci di accompagnare le persone nel tempo. Pina Esposito annuncia che AISLA attenderà l’adozione e la pubblicazione del testo per seguirne con attenzione l’attuazione, continuando a contribuire con l’esperienza delle persone con SLA e delle loro famiglie.
La questione, in fondo, riguarda tutti: “quando una persona diventa fragile, non dovrebbe essere costretta a trasformarsi anche in coordinatrice della propria assistenza, né la famiglia dovrebbe dover colmare da sola ogni vuoto organizzativo.” Il Piano anziani 2025-2027 apre una fase attesa.
Ora la sfida è fare in modo che la valutazione colga davvero i bisogni, che il progetto individuale trovi risposte concrete e che la continuità dell’assistenza non dipenda dalla capacità della singola famiglia di orientarsi tra sistemi differenti. Una riforma della non autosufficienza non si giudica dalle promesse, ma da ciò che cambia nella vita quotidiana delle persone.
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