«Stiamo facendo la due diligence di Acciaierie d’Italia. Stiamo vedendo i numeri e bisogna vedere quanto viene fuori sul piano industriale. Piano che ha delle determinate assunzioni di quantità che poi, però, stanno nei limiti noti. Occorre quindi vedere quanto viene a costare il coil di acciaio e quanto la lamiera. Stiamo facendo questo lavoro». Antonio Gozzi, presidente di Federacciai e riferimento della cordata italiana che si è candidata a rilevare gli impianti dell’area a freddo (area di laminazione) dell’ex Ilva, fa il punto della situazione. Ma soprattutto spiega il senso di quanto detto qualche giorno fa a Roma, a margine di un convegno di Confindustria e Umana, ovvero: «Prima di presentare un’offerta, dobbiamo renderci conto che possa esserci un piano industriale sostenibile».
Le sue dichiarazioni, presidente, sono state interpretate come una possibile frenata o, quantomeno, come maggiore prudenza sull’ex Ilva.
«Il lavoro che stiamo facendo non è semplice. È il lavoro della due diligence. Dobbiamo avere chiara la sostenibilità economica dell’operazione. Noi non vogliamo fare una cosa che finisce poi in amministrazione straordinaria. Siamo industriali seri, abbiamo una reputazione e quindi stiamo lavorando seriamente. La visita degli impianti a Taranto, Genova e Novi Ligure, l’analisi degli investimenti e l’analisi dei costi in struttura. Quello che si fa normalmente in una situazione del genere».
La cordata italiana, forte per ora dell’adesione di 15 aziende, anche se altre chiedono di entrarvi, ha presentato a metà agosto una manifestazione di interesse. Ha detto: noi siamo in campo per l’area a freddo. Ma l’offerta quando arriva?
«Tutti mi dicono: quando presentate l’offerta? Intanto vediamo cosa decide la Corte di Cassazione nell’udienza del 20 ottobre, perché c’è anche quest’incertezza».
Voi anche per questo chiedete di spostare la data delle offerte, che al momento è fissata al 15 ottobre.
«Ma per forza che chiediamo di spostarla, visto che non sappiamo nemmeno quale è il perimetro dell’azienda. Noi siamo partiti dal presupposto che l’area a caldo fosse chiusa dopo il decreto di fine luglio della Corte d’Appello di Milano. Ma il giudizio della Cassazione, in linea puramente teorica, potrebbe anche dire che non è così».
E a quel punto voi che fareste?
«Non lo so. Ci troveremmo di fronte ad una situazione nuova che dovremmo discutere. Ma è inutile che noi adesso facciamo speculazioni su una decisione che arriverà il 20 ottobre».
Il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, ha aperto alla proposta di Federacciai sul rinnovo dell’interconnector, cioè la possibilità per le attività energivore come l’acciaio di acquistare energia a prezzi più bassi degli attuali. Ha però anche detto che magari questa richiesta di Federacciai andrebbe legata all’impegno degli acciaieri italiani per l’ex Ilva.
«Ho visto le dichiarazioni di Pichetto Fratin, ma io non la metterei così. Io la metterei sul fatto che se in una seconda fase si dovessero fare a Taranto i forni elettrici e anche il DRI, l’impianto di preridotto, come mi pare abbia in testa il Governo, visto che ha addirittura annunciato che vuole mettere sulla decarbonizzazione altri 400 milioni nella prossima manovra di bilancio, il discorso dell’energia è fondamentale. Noi chiediamo la conferma degli istituti esistenti, tra cui anche interconnector, interrompibilità ed energy release, che remunerano i servizi resi al sistema elettrico nazionale e che negli ultimi anni hanno contribuito a mitigare l’impatto del caro energia sulle industrie energivore. E tuttavia, nonostante questi strumenti, le imprese energivore italiane continuano a sostenere costi per l’energia elettrica significativamente più elevati rispetto ai concorrenti europei».
Energia quindi fondamentale per il futuro dell’ex Ilva?
«Noi nella riunione di Federacciai abbiamo lanciato un grido di dolore. Se continua così, ci fermiamo. E questo è un altro elemento di complicazione generale. Ci troviamo in un momento in cui l’esplosione dei costi energetici è tale che le aziende stanno seriamente pensando di rallentare prima e di fermare poi. Il problema è complessivo, non solo delle imprese elettrosiderurgiche. È anche dei gasieri. Poi, se si deciderà di investire nei forni elettrici e nel DRI a Taranto, a maggior ragione il costo dell’energia deve essere sostenibile. Altrimenti, se c’è un prezzo dell’energia totalmente fuori dalla competizione europea, come si fa? Noi quindi stiamo chiedendo il mantenimento degli istituti esistenti».
Ha detto: stiamo mettendo insieme i vari elementi. E quando prevedete di concludere?
«Ci stiamo lavorando con intensità. C’è un grosso sforzo nel reperire e nell’analizzare i dati. Lo stiamo facendo. Abbiamo assegnato degli incarichi allo scopo, facciamo riunioni non dico quotidiane ma quasi. Insomma, stiamo facendo il mestiere degli industriali».
Lei ha dichiarato che a Taranto gli occupati sarebbero intorno a 4mila?
«Gli occupati dipendono dal perimetro dell’azienda, io non ho mai dichiarato numeri. Ho detto soltanto in più occasioni che noi nel piano industriale analizzeremo il benchmark internazionale. Siamo in competizione con altri impianti europei. I coefficienti occupazionali sono definiti per standard, non è che in un laminatoio dove ci vanno 350 persone, se ne possono immaginare 700. Devono essere in linea, perché di nuovo diviene un problema di sostenibilità. Quindi ci riferiremo rigorosamente a quello che troviamo nelle siderurgie europee, non cinesi».
Le vostre richieste al Governo sull’ex Ilva?
«Per ora no. Stiamo cercando di fare un’analisi seria, profonda, dei numeri per andare dal Governo con degli elementi in mano. Nel momento in cui il piano industriale risultasse sostenibile, allora ci siederemmo con il Governo per discutere di altri aspetti. Per esempio, della partecipazione pubblica nella società e di altre cose».
La gara che scade il 15 ottobre sarà prorogata?
«Non abbiamo risposte. Adesso formalizzeremo la richiesta di proroga nelle prossime ore».
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