“John figlio di John”, il romanzo di Douglas Stuart sull’amore difficile tra un padre e un figlio che non riescono ad accettarsi


Possiamo amare profondamente la nostra famiglia e, nello stesso tempo, sentire che tutto ciò che essa desidera per noi ci impedisce di diventare noi stessi. È questa contraddizione a dare forza a John figlio di John, il nuovo romanzo di Douglas Stuart, autore di Storia di Shuggie Bain e Il giovane Mungo.

Questa volta lo scrittore lascia Glasgow per raggiungere Harris, nelle Ebridi Esterne, e costruisce la storia intorno a un giovane artista che torna nella terra dalla quale aveva cercato di allontanarsi. Cal ritrova un padre allevatore di pecore, tessitore di tweed e profondamente legato alla chiesa presbiteriana; ritrova una comunità nella quale tutti sembrano conoscersi e soprattutto ritrova una domanda che la distanza non è riuscita a cancellare: come si può essere il figlio di qualcuno senza essere costretti a diventare l’uomo che quel padre aveva immaginato?

“John figlio di John” di Douglas Stuart, tradotto da Carlo Prosperi, Mondadori

John-Calum Macleod torna sull’isola di Harris senza soldi e senza aver ottenuto i risultati sperati negli anni trascorsi all’accademia d’arte. Il ritorno non possiede quindi il carattere rassicurante del ricongiungimento con le proprie radici: Cal rientra nel luogo dell’infanzia perché non sa ancora dove andare. Nella fattoria battuta dal vento riprende controvoglia una vita che credeva di essersi lasciato alle spalle, stretto fra due figure familiari molto diverse. Da una parte c’è suo padre John, allevatore di pecore, tessitore di tweed e pilastro della comunità presbiteriana; dall’altra Ella, la nonna materna arrivata da Glasgow, una donna dalla lingua tagliente che da anni mantiene con il genero una pace fragile.

Ma il ritorno di Cal porta dentro quel piccolo universo qualcosa che non può più essere ignorato. Il ragazzo osserva gli uomini solitari dell’isola e si domanda se dietro quella solitudine possano nascondersi desideri simili ai suoi, mentre John guarda con crescente preoccupazione il figlio dai capelli lunghi che sembra rifiutare il modello maschile nel quale è stato cresciuto. Intorno a loro continua la vita agricola, scandita dal passaggio dalla stagione dell’agnellatura a quella della tosatura, ma sotto la ripetizione apparentemente immutabile dei gesti quotidiani cominciano a emergere segreti e tensioni. Più Cal cerca di comprendere se stesso, più anche il padre è costretto a confrontarsi con ciò che credeva di sapere sulla propria famiglia.

Essere “figlio di John”: quando il nome diventa un destino

Il titolo contiene già uno dei grandi temi del romanzo. Cal non viene definito soltanto attraverso il proprio nome: è John figlio di John. L’identità individuale viene immediatamente inserita dentro una genealogia, come se per comprendere chi sia un uomo fosse necessario sapere innanzitutto da chi proviene. In una piccola comunità nella quale famiglie, mestieri e memorie rimangono profondamente intrecciati, essere figlio significa ricevere molto più di un cognome: significa ereditare una posizione nel mondo, un sistema di valori e perfino un’idea di quale uomo si dovrebbe diventare.

Cal interrompe questa continuità. Ha scelto l’arte invece della fattoria, è partito invece di rimanere, porta il corpo e i capelli in maniera diversa da quella che il padre considera appropriata e soprattutto possiede desideri che non sembrano trovare posto nel modello maschile costruito intorno a lui. La sua diversità non riguarda quindi un solo elemento dell’identità: mette contemporaneamente in crisi lavoro, famiglia, religione, sessualità e appartenenza. Douglas Stuart costruisce così il conflitto generazionale senza ridurlo alla semplice contrapposizione tra un padre conservatore e un figlio moderno. Ciò che si scontra sono due differenti modi di intendere che cosa significhi appartenere a una famiglia.

Essere queer in un luogo dove tutti conoscono tutti

La dimensione queer del romanzo diventa particolarmente significativa proprio per la geografia scelta da Stuart. Una grande città può offrire anonimato, incontri e la possibilità di cercare comunità differenti; una piccola isola rende invece molto più difficile separare identità privata e ruolo pubblico. Cal torna in un ambiente nel quale le vite degli abitanti si intrecciano continuamente e nel quale la religione possiede ancora un peso rilevante. Il suo desiderio non si sviluppa quindi in uno spazio neutrale, ma dentro una rete di aspettative che precede persino la sua nascita.

La domanda che Cal si pone osservando gli altri uomini dell’isola diventa allora dolorosamente importante: è davvero l’unico? Dietro esistenze apparentemente conformi potrebbero esserci altri desideri rimasti senza parole, altre persone che hanno imparato a trasformare la propria differenza in silenzio. È uno dei nuclei più interessanti del romanzo perché permette di spostare l’attenzione dalla semplice esperienza individuale alla storia invisibile delle persone queer vissute nelle comunità rurali, dove non necessariamente mancavano il desiderio e le relazioni, ma potevano mancare linguaggi, modelli e spazi nei quali renderli visibili.

Padri e figli: quando l’amore non basta a comprendersi

John non sembra semplicemente incapace di amare Cal. Il problema è molto più complesso: ama un figlio che non riesce a capire. È una differenza fondamentale, perché consente a Stuart di costruire un conflitto familiare nel quale il dolore non nasce necessariamente dall’assenza del sentimento, ma dai limiti attraverso cui quel sentimento viene espresso. John appartiene a una cultura nella quale essere uomo significa lavorare, resistere, assumersi responsabilità e rispettare un ordine morale preciso. Cal porta invece davanti a lui un’altra possibilità di maschilità, e il padre non possiede immediatamente gli strumenti per interpretarla.

È proprio qui che il romanzo sembra interrogare uno dei paradossi più dolorosi della famiglia: possiamo voler proteggere qualcuno e contemporaneamente ferirlo cercando di trasformarlo nella persona che riteniamo dovrebbe essere. John osserva il figlio e vede tutto ciò che teme possa rendergli difficile la vita; Cal osserva il padre e vede l’uomo dal quale deve liberarsi per poter respirare. Eppure nessuno dei due può semplicemente cancellare l’altro. Il legame rimane, obbligandoli a confrontarsi con una domanda molto più difficile dell’accettazione astratta: quanto siamo disposti a modificare l’immagine che abbiamo di una persona pur di continuare ad amarla per ciò che realmente è?

Religione, maschilità e quella parola terribile: “redimersi”

Nella presentazione del romanzo c’è un verbo particolarmente rivelatore. John guarda il figlio e teme che non abbia alcuna intenzione di «redimersi». Una parola del genere trasforma immediatamente la differenza in qualcosa che dovrebbe essere corretto e lega l’identità alla dimensione morale. Non si tratta semplicemente di un padre che vorrebbe vedere il figlio tagliarsi i capelli o trovare un lavoro più stabile: dietro il conflitto esiste un sistema religioso e culturale attraverso il quale alcune forme di vita vengono considerate appropriate e altre percepite come deviazioni.

Douglas Stuart può così esplorare il rapporto tra fede e desiderio senza limitarsi alla condanna della religione. John è anche un pilastro della comunità, un lavoratore e un uomo formato da valori che probabilmente gli hanno permesso di attraversare difficoltà e responsabilità. Il problema emerge quando quel sistema pretende di diventare l’unica misura possibile dell’esistenza del figlio. Cal deve allora affrontare un passaggio essenziale di ogni percorso di emancipazione: capire quali parti dell’eredità familiare desidera conservare e quali deve invece rifiutare per poter vivere. Crescere non significa necessariamente abbandonare tutto ciò che abbiamo ricevuto, ma imparare finalmente a scegliere.

Come già accadeva in Storia di Shuggie Bain e soprattutto ne Il giovane Mungo, Stuart torna a interrogare i modelli della maschilità attraverso personaggi che non riescono o non vogliono adattarsi completamente alle aspettative che li circondano. In John figlio di John questa tensione assume una forma particolarmente concreta perché Cal vive in un ambiente nel quale il lavoro fisico, l’allevamento, il clima e la resistenza quotidiana contribuiscono a definire l’identità degli uomini. Il corpo maschile è innanzitutto un corpo che deve essere utile, forte, capace di sopportare.

Cal introduce invece un’altra possibilità. Il corpo può essere guardato, desiderato, rappresentato artisticamente e attraversato dalla vulnerabilità. Può non coincidere con la forza produttiva richiesta dalla comunità. In questo senso la sua formazione artistica non è soltanto un dettaglio biografico, ma sembra offrire un’alternativa al modo paterno di interpretare il mondo. John lavora la materia attraverso gesti tramandati e concreti; Cal cerca di trasformarla attraverso l’arte. Sono due forme di creazione apparentemente lontanissime che potrebbero rivelare, però, una vicinanza inattesa.

Harris non è soltanto lo sfondo: è un mondo dal quale è difficile separarsi

L’isola acquista nel romanzo un peso quasi fisico. La fattoria sferzata dal vento, le colline, le pecore, il passaggio dall’agnellatura alla tosatura e la ripetizione delle stagioni costruiscono un tempo differente da quello della città. Mentre Cal è cambiato, il paesaggio sembra continuare secondo ritmi antichi. È proprio questa apparente immobilità a rendere il ritorno così destabilizzante: il protagonista si accorge che il luogo è rimasto riconoscibile mentre lui non è più la persona che lo aveva lasciato.

Ma tornare significa anche scoprire che nessun luogo è davvero immobile. Sotto la continuità dei rituali esistono conflitti, segreti e vite che non corrispondono necessariamente alla superficie mostrata dalla comunità. I fili che tengono insieme Harris diventano progressivamente più intricati, come suggerisce la stessa presentazione del libro, fino a trasformarsi in nodi difficili da sciogliere. L’isola rappresenta quindi contemporaneamente appartenenza e costrizione: è il luogo dal quale Cal vorrebbe fuggire, ma anche quello senza il quale una parte della sua identità rimarrebbe incomprensibile.

Il tweed, la lana e i fili: la famiglia come un tessuto che può cambiare forma

La professione di John offre inoltre una metafora particolarmente efficace. Il padre è tessitore di tweed e vive in un mondo nel quale fili differenti vengono intrecciati fino a produrre qualcosa di resistente. Anche la famiglia raccontata da Stuart funziona in modo simile: le vite di padri, figli, nonne e membri della comunità sono legate tra loro molto più profondamente di quanto ciascuno vorrebbe ammettere. Tirare un filo significa inevitabilmente muovere anche gli altri.

Il tessuto permette però di pensare all’eredità in maniera meno rigida. Ciò che riceviamo dalle generazioni precedenti non deve necessariamente essere riprodotto nella stessa forma. Gli stessi fili possono essere intrecciati diversamente. Cal non deve smettere di essere figlio di John per diventare se stesso; deve trovare un modo di appartenere alla propria storia senza permettere che essa decida interamente il suo futuro. È forse qui che il tema della verità indicato nella presentazione editoriale acquista il suo significato più profondo: dire chi siamo può spezzare alcuni equilibri, ma può anche permettere ai legami di ricomporsi in una forma nuova.

Non soltanto una storia queer, ma un romanzo sull’eredità

La componente queer è quindi centrale, ma sarebbe riduttivo leggere John figlio di John esclusivamente attraverso di essa. Stuart sembra utilizzarla per interrogare una questione ancora più ampia: che cosa dobbiamo ai nostri genitori? Dobbiamo continuare il loro lavoro, rispettarne la fede, condividere la loro idea di famiglia, realizzare i desideri che hanno costruito intorno a noi? E, dall’altra parte, che cosa devono i genitori ai figli quando questi ultimi diventano persone profondamente diverse da quelle che avevano immaginato?

Il romanzo parla di dovere e pazienza proprio perché l’emancipazione non avviene in un vuoto sentimentale. Sarebbe molto più semplice andarsene se non esistesse amore, ma spesso le famiglie diventano difficili proprio perché continuiamo a voler bene alle persone dalle quali abbiamo bisogno di differenziarci. Stuart sembra interessato a questo spazio contraddittorio, dove libertà e appartenenza non possono essere separate facilmente. La verità può trasformare i rapporti, ma prima deve attraversare la paura di ciò che potrebbe distruggere.

Perché leggere “John figlio di John”

Dopo Storia di Shuggie Bain e Il giovane Mungo, Douglas Stuart torna dunque a raccontare persone che cercano uno spazio nel quale poter esistere senza rinunciare al bisogno di essere amate. In John figlio di John lo fa allontanandosi dalla Glasgow dei romanzi precedenti e portando il conflitto nelle Ebridi, dentro una comunità rurale in cui famiglia, lavoro, religione e identità sono strettamente intrecciati. Il risultato è un romanzo nel quale il coming out interiore di un giovane non può essere separato dalla storia degli uomini che lo hanno preceduto.

Cal deve capire che cosa desidera, ma anche John deve affrontare una trasformazione altrettanto difficile: scoprire che un figlio non è la continuazione di se stessi. Possiamo consegnargli un nome, una casa, una lingua, una fede, un mestiere e una storia familiare, ma arriva un momento nel quale tutto ciò che abbiamo trasmesso deve diventare materiale nelle sue mani.

Cal rimarrà sempre John figlio di John, perché nessuna emancipazione può cancellare completamente il luogo dal quale proveniamo. Ma essere figlio di qualcuno non significa essere destinati a ripeterlo. Significa ricevere una storia e, prima o poi, trovare il coraggio di decidere quale parte continuare e quale riscrivere per poter finalmente diventare se stessi.


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