I conti non tornano, ora il governo cerca un piano B su difesa e manovra


Dalla maggioranza si prova a ridurre la portata della comunicazione  dell’Istat, che ha fissato il deficit dell’Italia al 3,1 nel 2025. Un’operazione complicata, perché per settimane era stato lo stesso ministero dell’Economia a caricare di significato politico l’eventuale uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione, che sarebbe avvenuta in caso di discesa sotto il 3 percento. A questa possibilità, il ministro Giorgetti aveva legato le decisioni economiche dei prossimi mesi. Cominciando dall’attivazione delle clausole per la spesa aggiuntiva in difesa ed energia, che ora tornano in discussione.

Dice  Marco Osnato, presidente della Commissione Finanze della Camera in quota Fratelli d’Italia: “Sarebbe stata una bella soddisfazione uscire un anno prima del previsto dalla procedura. Ma come non sarebbe stata un vaso di Pandora l’uscita, non è un dramma il contrario. I risultati economici del governo rimangono molto soddisfacenti”. Le cose però non sono così semplici.

Uscire dalla procedura infatti avrebbe significato poter spendere circa 36 miliardi in più per difesa ed energia, senza che questi soldi venissero computati nel deficit del Paese. Con l’indebitamento fermo al 3,1 percento, invece, l’attivazione della clausola di salvaguardia rimane comunque possibile, ma le spese extra sarebbero computate sui conti pubblici, condannando l’Italia a rimanere sotto esame dell’Europa ancora per chissà quanti anni. Un bel problema, per un governo che ha fondato buona parte della sua credibilità internazionale sul rispetto dei vincoli europei.

È vero che in ogni caso lo spazio di bilancio concesso dalle regole europee non sarebbe stato utile a coprire le tante promesse già annunciate in vista della manovra, dall’abolizione strutturale del bollo auto all’estensione della flat tax, dalla riduzione dell’Irpef a quota 64 per le pensioni. Dentro il governo però si ipotizzava di poter usare parte dell’extra-deficit dell’energia per coprire fondi già stanziati (la clausola è retroattiva e può coprire spese che partono dal febbraio 2026). In questo modo si sarebbero liberate risorse da usare in legge di bilancio, senza i vincoli stabiliti dall’Unione.

La teoria dell’auto-sabotaggio

Sulla Difesa, poi, rimangono gli impegni presi in sede Nato, per cui l’Italia dovrebbe raggiungere il 5 percento di spesa, entro il 2035. Su questo punto, però, nei corridoi di Montecitorio circola anche una teoria alternativa, per cui il governo si sarebbe auto-sabotato. Dà voce a questa ipotesi il leader del Partito Liberaldemocratico Luigi Marattin, che  spiega: “L’Italia non è uscita dalla procedura d’infrazione per poco più di due miliardi. Ci sono stati mesi in cui si sarebbero potuti sistemare i conti, anche solo spostando le poste, per andare sotto il 3 percento”.

Il governo lavora al pacchetto di misure per la politica industriale da inserire nella prossima manovra. Gli interventi potrebbero arrivare con il disegno di legge di bilancio e con un decreto legge collegato, entrambi attesi a ottobre. Il dossier riguarda diversi capitoli: dal piano Transizione 5.0 alla Zona economica speciale, dal possibile rinnovo del bonus elettrodomestici fino al riassetto dell’ex Ilva. Alcune misure potrebbero essere definite subito, altre rinviate all’iter parlamentare attraverso emendamenti del governo o della maggioranza.

Sul piano Transizione 5.0 non ci sarebbe un’emergenza immediata di risorse, ma l’aumento delle prenotazioni sulla piattaforma del Gse potrebbe rendere necessario un rifinanziamento. Il governo valuta anche un allungamento dell’attuale programma, che oggi copre gli investimenti realizzati fino al 30 settembre 2028. L’obiettivo è dare più certezze alle imprese che devono programmare investimenti in innovazione, digitalizzazione ed efficienza energetica. Gli ultimi dati citati dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, indicano 20mila istanze e progetti per circa 6 miliardi di euro di investimenti pianificati.

Zes unica, richiesta da 4 miliardi

Un altro capitolo riguarda la Zona economica speciale unica. Sul tavolo c’è il rifinanziamento del credito d’imposta per gli investimenti nell’attuale perimetro, che comprende le regioni del Mezzogiorno, più Umbria e Marche. Il sottosegretario per il Sud, Luigi Sbarra, chiede almeno lo stesso livello previsto dall’ultima manovra: 4 miliardi di euro su base triennale.

Tra le misure allo studio c’è anche il possibile rinnovo del bonus elettrodomestici. La precedente versione, lanciata dal Mimit con una dotazione di 50 milioni di euro, era andata esaurita in poche ore. Il nuovo incentivo potrebbe arrivare durante la conversione in legge della manovra, quindi non necessariamente nel testo iniziale. La misura viaggia in parallelo alla possibile conferma del bonus mobili ed elettrodomestici legato alle ristrutturazioni edilizie. I due strumenti, però, sarebbero alternativi e non cumulabili tra loro.

Nuova Sabatini e contratti di sviluppo

Il Tesoro sta valutando anche il rifinanziamento dei contratti di sviluppo e della Nuova Sabatini. Si tratta di due strumenti usati per sostenere gli investimenti delle imprese. Entrambi resteranno attivi anche dopo la riforma degli incentivi presentata dal Ministero delle Imprese. Le due misure avevano già ricevuto nuove risorse con la precedente legge di bilancio, ma il ritmo delle domande e l’utilizzo dei fondi potrebbero richiedere un nuovo intervento.

Ex Ilva, ipotesi 400 milioni per il preridotto

Un capitolo specifico riguarda l’ex Ilva. In attesa di certezze dalla Cassazione sul destino dell’area a caldo, il governo lavora a un possibile riassetto industriale. L’ipotesi è un rifinanziamento da 400 milioni di euro per l’impianto destinato alla produzione del preridotto, il semilavorato contenente ferro che potrà alimentare il futuro forno elettrico di Taranto.

Le nuove risorse si aggiungerebbero alla vecchia dotazione, di poco inferiore a 800 milioni di euro, già indirizzata con il decreto Pnrr di giugno verso contratti di sviluppo per la decarbonizzazione del polo siderurgico.


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