La mancata uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione europea sui conti pubblici con un anno di anticipo ha generato tra vari esponenti politici sia della maggioranza di governo sia dell’opposizione, ma anche tra i commentatori, reazioni scomposte e basate su parecchi equivoci. C’è chi non ha perso tempo per mettere nuovamente in discussione le regole di Bruxelles, affermando che l’Italia non può essere ingabbiata da tali vincoli e deve perciò effettuare subito degli scostamenti di bilancio importanti (anche “elettoralmente”, come è ovvio). E c’è chi invece ha affermato che il governo avrebbe fallito gli obiettivi di stabilizzazione dei conti pubblici che si era ostinatamente prefisso, sacrificando così inutilmente con una politica troppo austera la crescita economica del Paese, che sarebbe fermo; in altre parole, l’esecutivo non avrebbe centrato né l’uno (bilancio) né l’altro (sviluppo) dei due più importanti target di politica economica. Il denominatore comune delle reazioni è che bisogna cambiare passo, cioè fare più spesa pubblica; anzi, farne parecchia di più.
Entrambe queste posizioni sono non fondate, avventate e pericolose per l’Italia in questo momento. Lo scenario mondiale e non solo le regole europee dovrebbero indurre alla massima prudenza sui nostri conti pubblici. I tassi di interesse si stanno impennando ovunque e quindi il costo di emissione di nuovi titoli sarà sempre più alto per tutti i Paesi, il che farà aumentare automaticamente il loro debito pubblico in una spirale perversa, che colpirà anche chi, come l’Italia, finora ha tenuto i conti in ordine. Figuriamoci invece quanto tutto ciò costerà a chi i conti in ordine non li ha, come la Francia, gli Stati Uniti o l’eventuale Italia di chi vorrebbe che il nostro Paese spendesse di più.
C’è già chi, tra gli operatori e gli analisti, prefigura che potremmo essere vicini a una nuova crisi finanziaria, stavolta su più ampia scala, come quella del 2011, partita dalla Grecia. Non si sa chi però stavolta potrebbe salvare l’euro, con un’Europa sempre più indebolita dal duo Francia-Germania in piena crisi politica ed economica e con l’attuale Presidente della Banca Centrale Europea che non è Mario Draghi ed è pure dimissionaria. Scenari troppo catastrofici? Forse. Ma, per capirci, ieri a metà pomeriggio i tassi di interesse sui titoli di Stato decennali americani e inglesi erano ampiamente sopra il 5%, quelli francesi vicini al 4,7% e quelli italiani poco sopra il 4,5%.
L’Italia negli ultimi tre anni ha migliorato sensibilmente i propri spread, addirittura ribaltandone alcuni importanti (USA, Francia e Gran Bretagna) a proprio favore (Figura 1). Ciò grazie ad una disciplinata condotta sul bilancio pubblico e riducendo drasticamente il deficit. Stiamo anche rispettando più di tanti altri Paesi le stesse regole europee. Non siamo usciti in anticipo dalla procedura di infrazione per un solo decimale del deficit 2025? Pazienza. Salvo prossimi cataclismi nella geopolitica mondiale, usciremo quasi sicuramente da tale procedura con i conti del 2026. Del resto, già nei dodici mesi terminanti a marzo 2026 il nostro deficit era sceso al 2,97% del PIL, cioè sotto il 3%. Se vi fosse una procedura d’infrazione europea a cadenza trimestrale anziché annuale, ne saremmo dunque già fuori.
Ma, allora, perché mettere a repentaglio con scostamenti di bilancio e spese non sostenibili tutti i progressi che abbiamo fatto finora e la nuova credibilità acquisita sui mercati finanziari, presso le agenzie di rating e le istituzioni internazionali? È già stata decisa l’abolizione del bollo sulle piccole auto e le moto. È stato altresì spiegato dal governo in Parlamento che la prossima finanziaria si concentrerà, per il resto, su qualche ulteriore limatura delle imposte. Punto. Già così i margini di spesa sono pressoché esauriti.
Dall’altro lato, le ragioni di coloro che vogliono più deficit pubblico si fondano su non pochi equivoci che, purtroppo, sono amplificati anche da una narrativa perennemente vittimistica e autolesionista sullo stato dell’economia italiana. Tali equivoci sono diversi, tra cui: 1) il PIL dell’Italia crescerebbe poco; 2) le attuali politiche economiche sarebbero poco efficaci; 3) il PNRR non avrebbe funzionato; 4) le famiglie italiane sarebbero sempre più povere, indebolite dall’inflazione e dal caro carburanti, e i consumi perciò sarebbero al palo.
I numeri veri della crescita
I numeri veri raccontano però una storia diversa. Dopo le ultime revisioni Istat, di cui abbiamo recentemente già parlato, è sempre più evidente che il PIL italiano da una decina d’anni ha cambiato marcia, in particolare dopo la pandemia. Le nuove stime Istat hanno elevato da +6,4% a +7,4% la crescita del PIL totale e da +7,8% a +8,8% la crescita del PIL pro capite dell’Italia dal 2020 al 2025 rispetto ai livelli pre-Covid del 2019.
Per aumento del PIL totale nel periodo considerato siamo terzi nel G7 dopo USA e Canada. E per aumento del PIL pro-capite siamo addirittura secondi nel G7 dopo gli USA. Nell’Euroarea siamo davanti per aumento del PIL per abitante anche a importanti economie come Spagna, Paesi Bassi, Belgio e Austria. Eppure, la vecchia narrativa di una Italia eterno “fanalino di coda” della crescita dietro gli altri Paesi viene costantemente riproposta in articoli, commenti e dichiarazioni rilasciate a ruota libera a destra e manca come se i numeri di cui sopra, che pure sono dati ufficiali a tutti gli effetti, non esistessero.
La reale efficacia delle politiche economiche
Uno dei settori in cui l’Italia è più forte e competitiva è il commercio estero. Prova ne è anche che il nostro export ha superato negli ultimi mesi quello del Giappone. Ma il paradosso è che in questo momento le nostre esportazioni crescono comunque meno delle importazioni, perché i nostri principali mercati sono fermi o rallentati a causa di crisi interne (Germania e Francia), dazi (USA) o guerre (Penisola Arabica). Sicché è anche capitato che nel 2025 la domanda estera netta (cioè l’export meno l’import) togliesse 0,7 punti percentuali alla crescita del PIL dell’Italia, che altrimenti sarebbe aumentato dell’1,3% e non soltanto dello 0,6%. La politica economica normalmente può far poco per l’export, se non in una prospettiva a lungo termine investendo sul progresso tecnologico delle imprese e sulla promozione all’estero dei prodotti.
Dove la politica economica può incidere, invece, è sulla domanda interna (composta da investimenti, consumi delle famiglie e delle pubbliche amministrazioni). Possiamo forse affermare che la domanda interna italiana è andata male negli ultimi tre anni e che le politiche economiche non abbiano funzionato?
Le nuove stime Istat, ancor di più delle precedenti, dicono di no. La domanda interna al lordo delle scorte nel triennio 2023-2025 è cresciuta in Italia del 3%, contro il 2,2% della Germania, l’1,8% della Francia e l’1,2% del Regno Unito (figura 2). Siamo dunque nettamente davanti alle altre tre maggiori economie europee del G7 e senza aver nemmeno sfruttato l’arma dei consumi pubblici. Nel solo 2025 la domanda interna italiana è aumentata dell’1,6% ed è cresciuta nella prima parte del 2026 (+1,3% nel primo semestre sullo stesso periodo dell’anno precedente, contro +0,9% in Germania e +0,3% in Francia); mancano i dati per la Gran Bretagna.
Il Pnrr funziona
Da quando il Pnrr è partito, gli investimenti in edilizia residenziale e altre opere sono aumentati in misura considerevole. Basti pensare che nel triennio 2021-2023 la media degli investimenti in fabbricati non residenziali e altre opere era stata in Italia di circa 82 miliardi a valori concatenati 2020; nel biennio 2024-2025, grazie al Pnrr, tale media è salita a 128 miliardi, cioè 46 miliardi in più all’anno! Gli investimenti in opere pubbliche hanno contribuito alla crescita del nostro Pil per 1,3 punti percentuali nel 2024 e per ulteriori 0,6 punti percentuali nel 2025. Dunque, i soldi del Pnrr li abbiamo spesi senza i temuti ritardi e con risultati evidenti. C’è però chi dice che il Pnrr avrebbe dovuto anche alzare il nostro potenziale di crescita a lungo termine e che ciò non sarebbe avvenuto, un tema in cui però è francamente molto difficile avventurarsi. Per ora il Pnrr ha sicuramente alzato il nostro potenziale di crescita di breve-medio periodo, risultato che non era affatto scontato. Sul lungo termine, ammesso che altri decisori avrebbero saputo spendere meglio i soldi europei, giudicheremo tra qualche anno.
I consumi delle famiglie
Con le guerre che continuano, l’inflazione che è ripartita, i salari reali che ritardano a recuperare i livelli perduti e il caro carburanti, i cittadini non se la stanno certamente passando bene e sono inquieti. Ma far passare la tesi che le famiglie italiane siano oggi quelle nelle condizioni peggiori è una pura falsità. Primo, perché il caro carburanti c’è ovunque ed altrove è anche peggiore che da noi. Sta colpendo un po’ tutti i Paesi, perfino gli Stati Uniti, il cui presidente, con la disastrosa guerra in Medio Oriente, è stato la causa scatenante, ed è un problema sentito assai più che in Italia, ad esempio, in Francia, Gran Bretagna e Irlanda. Secondo, perché anche se i salari reali faticano a recuperare i livelli pre-guerra russo-ucraina, in questi anni sono stati introdotti diversi sostegni alle famiglie e questa azione compensatrice, unitamente all’ancor più importante aumento dell’occupazione, ha accresciuto il potere d’acquisto aggregato delle famiglie consumatrici italiane che, dall’anno 2022 all’anno “scorrevole” terminante a marzo 2026 è aumentato di 32,5 miliardi di euro. Terzo, perché non è affatto vero che le famiglie italiane oggi abbiano più difficoltà a consumare che in passato.
In effetti, perfino più del PIL, i consumi delle famiglie sono forse l’indicatore più importante dello stato di salute di una economia e della sua società. Analizziamo allora i dati ufficiali di questo indice. Se consideriamo i quattro Paesi europei del G7, già con i vecchi dati i consumi privati in Italia erano quelli che avevano fatto registrare la crescita maggiore dal 2023 al 2025 (+2,8%) rispetto a Germania (+2,5%), Francia (+2,1%) e Regno Unito (+0,5%). Con le nuove revisioni Istat, il nostro aumento è stato innalzato (+3,5%) e i consumi italiani hanno così ulteriormente staccato quelli degli altri Paesi (figura 2). Da notare anche che nel triennio 2023-2025 la crescita dei consumi delle famiglie italiane (+3,5%, appunto) è stata la più forte rispetto ai tre trienni precedenti, che pure avevano goduto di condizioni esterne perfino migliori con inflazione pressoché nulla e tassi bassi, eccettuate le difficoltà del periodo della pandemia. Questi i dati: 2014-2016 +3%; 2017-2019 +1,8%; 2020-2022 -0,6%. Da notare altresì che nel triennio 2023-2025 l’Italia è stata per la prima volta davanti agli altri tre più grandi Paesi europei per crescita dei consumi delle famiglie; nei tre trienni precedenti, invece, era sempre stata l’ultima. Infine, nel primo semestre 2026 la crescita dei nostri consumi è proseguita a buon ritmo (+1,2%) mentre è stata molto debole in Germania (+0,3%) e Francia (+0,3%).
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