Il linguista Massimo Arcangeli: lingua e inclusione a scuola


Tetto agli alunni stranieri, difficoltà linguistiche e ruolo delle famiglie: tre questioni da discutere con il linguista

Il decreto scuola approvato il 24 settembre riporta la lingua italiana al centro del dibattito sull’inclusione. Prevede un tetto del 30% in alcune classi prime per gli alunni con cittadinanza non italiana che non abbiano maturato un determinato percorso nella scuola italiana, attività di potenziamento linguistico e corsi di italiano per i genitori in specifiche situazioni. Ma come si riconoscono le difficoltà linguistiche degli studenti? E quali interventi li aiutano davvero a partecipare alla vita della classe? Ne parliamo con il professor Massimo Arcangeli.

Professor Arcangeli, che cosa pensa del tetto al numero di alunni stranieri per classe? Può favorire l’inclusione?

Intanto credo che sia profondamente errata l’idea di stabilire un tetto. Questa è la premessa. Perché un tetto esprime semplicemente un dato quantitativo e le esperienze di integrazione all’interno del contesto scolastico non si risolvono attraverso un tetto. Potrebbe anche essere un’opzione, purché ci sia tutto il resto: pratiche educative, processi integrativi, corsi di formazione e, se necessari, corsi di alfabetizzazione che accompagnino questa misura e la inseriscano in un contesto strutturato. Per tutto questo ci vogliono risorse. Non mi pare che siano state stanziate o che siano stanziabili. Quindi, come al solito, siamo di fronte a una mossa propagandistica che non risolve i problemi strutturali della scuola.

Aggiungo una considerazione. L’inclusione passa anche senz’altro anche per la condivisione di uno strumento linguistico, ma la capacità di comunicare nella lingua del Paese ospitante, per quanto determinante, anche soltanto per esprimere necessità impellenti, da sola non basta. Questa premessa è tanto più importante nel contesto scolastico.

C’è poi un’altra questione: quante scuole non riuscirebbero in nessun caso a rientrare nel tetto? Aspettiamo di leggere il decreto e di sapere quali alternative sono previste per le scuole che non riusciranno a ottemperare alle sue disposizioni. Il ministero sa quante sono queste scuole e queste classi. Qualcuno ha detto che superano le 30.000 unità; potrebbero essere 35.000 le classi in cui il numero di studenti stranieri oltrepassa il 30%, con persone che non sarebbero in grado di sentirsi perfettamente inserite in un contesto in cui la classe è italofona. Sono moltissime le situazioni in cui il tetto non potrebbe essere garantito. Aspettiamo di sapere come si intenda affrontare il problema, ma già sappiamo che non sarà risolto fissando quella soglia: molte scuole dovranno trovare un’alternativa, perché in tante classi il tetto è abbondantemente superato.

Un’altra novità riguarda i genitori che non conoscono l’italiano: dovrebbero frequentare obbligatoriamente un corso gratuito e, se non lo frequentano, saranno multati. Mi chiedo in che modo sia garantita a una famiglia la possibilità concreta di partecipare al corso. La questione si complica ulteriormente anziché garantire che il lavoro si svolga nel contesto in cui dovrebbe svolgersi, cioè il gruppo classe, si rovescia sulla famiglia la responsabilità della mancata conoscenza dell’italiano. Questo, ancora una volta, risponde a criteri che attirano l’attenzione di chi istintivamente può essere condotto in una trappola: pensare che, in questo modo, anche chi non conosce l’italiano finirà per conoscerlo, perché il Ministero obbliga le famiglie a impararlo tramite un corso gratuito. Ma è un modo per rimandare il problema.

Mi sarei aspettato che nel decreto ci fossero anche le necessarie risorse per affrontare il precariato, per un ripensamento complessivo della scuola e per la qualità dell’istruzione, che passa anche dal potenziamento della lingua italiana che, però è solo un tassello di un mosaico complesso. Alla base c’è il modo in cui oggi affrontiamo la complessità. La parola chiave è questa: conoscere l’italiano significa integrarsi. D’accordo, ben venga perciò un decreto che, rispetto alle vecchie circolari, sostituisca le raccomandazioni con indicazioni operative, ma se queste indicazioni, proprio perché vincolanti, diventano una sorta di paravento che maschera le carenze strutturali della scuola, allora, lo ribadisco, siamo di fronte a un’operazione propagandistica.

In qualità di linguista, come distingue una difficoltà nell’italiano dovuta a un recente arrivo in Italia da una carenza linguistica che riguarda anche gli studenti madrelingua?

Anche questo è un tema molto complesso. Perfino chi lavora all’università si rende conto che c’è un problema importante e tutta via questo problema non riguarda sempre e soltanto la qualità dello strumento comunicativo, cioè l’uso dell’italiano. In molti casi emerge prima ancora un deficit culturale che finisce per interessare anche la lingua. Secondo me siamo di fronte a un abbassamento cultura, che non ha eguali nella storia repubblicana del nostro Paese, in cui la carenza culturale porta con sé quella linguistica.

Oggi tutti, più o meno, parliamo e scriviamo in italiano, anche se magari malamente. Grazie a quelle tecnologie che spesso demonizziamo adulti e ragazzi scrivono come nessuno faceva da decenni: tutti siamo più o meno in grado di digitare in italiano sulla tastiera di un cellulare o di un computer. Quando spostiamo il problema il problema sul piano educativo, dobbiamo affrontare il tema di un’alfabetizzazione che riguarda sia la lingua sia la cultura. Le due cose vanno di pari passo. Per giunta, in una classe complessa, dove studiano insieme ragazze e ragazzi italiani e stranieri, affrontare le carenze linguistiche e culturali moltiplica il livello della difficoltà.

Perché? Se l’alfabetizzazione è linguistica, passa per l’apprendimento dell’italiano. Se è anche culturale, deve fare in modo che l’integrazione metta a confronto le culture di provenienza degli studenti. Una scuola realmente inclusiva deve fornire gli strumenti per apprendere una lingua comune e, insieme, favorire il riconoscimento reciproco e il confronto tra culture diverse.

Potrei usare parole come “multiculturalismo”, “interculturalismo” o “pluriculturalismo”, ma credo sia chiaro cosa significhi integrarsi culturalmente al di là dei criteri propagandistici con cui vengono richiamate nozioni come la sovranità nazionale o culturale. Una scuola realmente inclusiva dovrebbe prevedere anche momenti dedicati alla rappresentazione culturale di chi italiano non è. Le culture, del resto, passano per modalità comunicative che vanno oltre la lingua e coinvolgono, per esempio, la comunicazione non verbale. Tutto questo la scuola non lo fa e il decreto non lo prevede.

Il Ministero, invece di accompagnare l’evoluzione socioculturale del nostro Paese verso una gestione più semplice di quella complessità, complica il quadro e i problemi strutturali della scuola restano irrisolti. Non ci stiamo insomma preparando alla scuola del futuro. Quella scuola non può nascere dalla semplice indicazione di un tetto, né da una sovranità culturale diventata bandiera dell’estrema destra. Deve nascere da un apprendimento e da un insegnamento che mettano in relazione lingue e culture diverse. Gli insegnanti devono avere gli strumenti idonei per affrontare in classe i problemi legati non soltanto alla lingua degli studenti, ma anche alle loro culture.

Il presidente Mattarella, durante l’apertura dell’anno scolastico all’evento Tutti a scuola, ha ricordato che la scuola è aperta a tutti. Secondo lei oggi lo è realmente? Come possiamo difendere la scuola della Costituzione?

Per le realtà che conosco, direi che la scuola è ancora aperta a tutti. Ogni volta che vado nelle scuole mi accorgo di quanto questo principio sia sentito e agito. Il lavoro più importante per mantenere la scuola aperta a tutti lo fanno gli insegnanti, insieme ai dirigenti scolastici, soprattutto nelle attività quotidiane svolte delle classi. Gli insegnanti sono ancora fortemente motivati nel difendere, nel rispetto della Costituzione, il principio secondo cui la scuola italiana deve essere aperta a tutti.

Purtroppo, però, registriamo segnali preoccupanti nel mondo circostante, fino agli interventi quasi da blitz nelle scuole che espongono un cartello, un lenzuolo o un manifesto per ribadire un semplice concetto: la tutela dell’Italia democratica. Anche la nostra Costituzione è in pericolo. Oggi perfino dichiararsi antifascisti può significare esporsi a un’offesa, come se l’antifascismo fosse diventato improvvisamente una parola scomoda. Si dimentica che la nostra Costituzione è impregnata di antifascismo, e non è soltanto la dodicesima disposizione transitoria e finale a dircelo.

La scuola che ancora oggi apprezziamo deve continuare a rivendicare ogni giorno di essere aperta a tutti. Spero che su questo principio costituzionale e democratico non ceda di un millimetro e continui a esporre i suoi manifesti, i suoi lenzuoli, i suoi testi. Ne abbiamo bisogno come comunità civile, non soltanto come comunità educante.

Un grande contributo può venire dalle famiglie. Il loro intervento è determinante, perché il rispetto della Costituzione e la valorizzazione di un testo così lungimirante come quello costituzionale coinvolgono principi che dovrebbero essere condivisi già nelle comunità familiari. E per famiglia non intendo soltanto quella tradizionale: penso a tutti i nuclei familiari, diversi l’uno dall’altro, che costituiscono le nostre piccole comunità. Comunque vogliamo chiamarla, è pur sempre una famiglia.


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