Mentre in piazza Deffeyes la Giunta regionale non trova una sintesi sul nome del nuovo Direttore generale dell’Usl, in via Guido Rey si fa sempre più pressante il tema della sostenibilità del sistema, fra nuovi farmaci, tecnologie sempre più sofisticate, servizi cresciuti negli ultimi anni e rinnovi contrattuali. La sfida che attende gli attuali e i futuri vertici è come riuscire a governare questa crescita senza ridurre le cure e le prestazioni garantite ai cittadini. Ne abbiamo parlato con il direttore generale pro tempore Mauro Occhi.
Partiamo dai conti. Dopo gli ultimi stanziamenti regionali per coprire il disavanzo 2026 dell’Usl, qual è oggi la situazione?
Il disavanzo nasce da un disallineamento tra le date entro le quali noi dobbiamo predisporre il bilancio previsionale per l’anno successivo e quelle in cui vengono approvate le delibere che assegnano i finanziamenti. Negli ultimi anni avevamo inoltre degli accantonamenti derivanti da fondi precedenti, compresi quelli Covid, che valevano diverse decine di milioni di euro. Esauriti quegli accantonamenti, è emerso quello che definirei un disavanzo tecnico. Abbiamo chiesto alla Regione un aumento del finanziamento, che ci è stato concesso, anche con l’ultima variazione di bilancio approvata ieri.
Il punto vero, però, è che la sanità valdostana negli ultimi anni ha attraversato una fase di forte investimento e innovazione. Abbiamo nuove tecnologie diagnostiche e terapeutiche, nuovi farmaci, una maggiore assistenza territoriale e domiciliare, la digitalizzazione e il rinnovo delle dotazioni tecnologiche. Tutto questo ha ampliato le possibilità di cura e migliorato la capacità di risposta del sistema, ma apre una fase nuova: dobbiamo garantire nel tempo la sostenibilità di ciò che abbiamo costruito.
Dove si concentra oggi la maggiore pressione sulla spesa?
La situazione più critica riguarda la spesa corrente. Sugli investimenti siamo più al sicuro, perché possiamo contare sui finanziamenti previsti dalle precedenti leggi finanziarie.
La spesa corrente, invece, negli ultimi dieci anni è passata da circa 261 milioni del 2015 ai 352 milioni del 2024. Tradizionalmente la voce più importante è stata quella del personale: nel 2019 rappresentava circa il 45% del totale, oggi siamo intorno al 41%. Non perché il personale costi meno, ma perché nel frattempo sono aumentate molto altre voci, in particolare farmaci e tecnologie.
Siamo arrivati a un livello di spesa rispetto al quale dobbiamo ragionare seriamente sulla sostenibilità. Sappiamo già che continueranno ad aumentare i costi dei farmaci e delle tecnologie. Questo significa che dobbiamo essere più efficienti nell’organizzazione, nell’acquisizione di beni e servizi, nell’utilizzo delle gare e nella ricerca di economie di scala. L’obiettivo non è ridurre i servizi, ma governare meglio la spesa per riuscire a mantenere immutato l’intero repertorio delle prestazioni sanitarie.
Il personale continua però a rappresentare circa il 40% della spesa. E allo stesso tempo mancano medici e infermieri.
Esatto. Rispetto al 2013 abbiamo circa 50 medici e 100 infermieri in meno. E questo nonostante l’Azienda faccia i concorsi: nel 2019 ne erano stati fatti circa 25, nel 2025 siamo arrivati a 50.
Il problema è l’attrattività. Per i primari riusciamo ancora ad essere attrattivi, perché si tratta di incarichi professionalmente ed economicamente interessanti. Per un infermiere è diverso. Se guadagna circa 2 mila euro e deve affrontare quotidianamente spese importanti per raggiungere la Valle d’Aosta, è evidente che il trasferimento diventa molto meno conveniente.
La carenza di infermieri sta avendo conseguenze anche sull’attività chirurgica?
Sì, ed è uno degli aspetti forse meno immediati da comprendere. Possiamo avere i chirurghi e le sale operatorie, ma se non riusciamo a mettere insieme l’équipe necessaria non possiamo fare l’intervento.
In questo momento il Parini sta lavorando a una velocità ridotta per quanto riguarda la produttività chirurgica. Ed è una difficoltà importante, perché abbiamo ancora migliaia di persone in attesa di interventi. Non parliamo delle urgenze salvavita o oncologiche, naturalmente, ma di interventi programmati che incidono comunque molto sulla qualità della vita delle persone.
Il problema principale riguarda gli infermieri strumentisti. A regime dovremmo averne 15, ma siamo scesi a 12 anche a causa di tre gravidanze. A novembre dovremmo tornare a 14, ma fino ad allora l’attività resta ridotta.
Abbiamo anche cercato di rendere più rapido e flessibile il percorso di formazione degli strumentisti e abbiamo contattato le aziende sanitarie piemontesi per verificare se ci fossero professionisti disponibili a venire temporaneamente da noi. Da Asti è arrivata una disponibilità: ci sarebbero sei strumentisti e ora dobbiamo verificare la possibilità di costruire una convenzione. Non è ancora certo, ma anche riuscire ad averne due sarebbe una boccata d’ossigeno.
A febbraio avevamo programmato 85 slot da sei ore di sala operatoria. A settembre, che è stato il mese più critico, siamo scesi a 67: 18 slot in meno, che significano all’incirca 40 o 50 interventi in meno. La prospettiva è di recuperare da novembre in avanti. I chirurghi ci sono, il limite in questo momento è soprattutto legato alla disponibilità del personale infermieristico.
Un’altra voce che pesa sempre di più è quella dei farmaci. Quanto è cresciuta?
Per i soli farmaci ospedalieri siamo passati dai 17-20 milioni di euro di alcuni anni fa a circa 31 milioni nel 2025. Per il 2026 la previsione è di circa 34 milioni.
La medicina è cambiata profondamente. Oggi abbiamo terapie costruite sempre più sulle caratteristiche molecolari del singolo paziente, soprattutto in oncologia, nelle malattie rare e nelle patologie immunologiche. Non c’è più soltanto una terapia standard uguale per tutti: abbiamo trattamenti personalizzati che aumentano le possibilità terapeutiche ma che possono avere costi molto elevati. Il farmaco acquistato dall’Azienda con il maggiore costo unitario, ad esempio, è un oncologico per il quale una singola fiala arriva a circa 17 mila euro per somministrazione.
E sono farmaci che non possono essere sostituiti semplicemente con qualcosa di meno costoso: se quella terapia è indicata per quel paziente deve essere garantita, per evidenti ragioni cliniche ed etiche.
Inoltre molte patologie, a cominciare dai tumori, stanno diventando sempre più delle malattie croniche. Questo è naturalmente un risultato positivo, ma comporta trattamenti prolungati e quindi una crescita strutturale della spesa.
E’ possibile governare questo aumento?
Qualcosa possiamo fare, e i risultati cominciano a vedersi. Negli anni precedenti la spesa farmaceutica ospedaliera cresceva a una velocità vicina al 10% all’anno. Nel 2025, attraverso una serie di azioni di governo, siamo riusciti a contenere l’incremento intorno al 5%, riportandolo sostanzialmente sul livello nazionale.
Questo significa monitorare i consumi, verificare l’appropriatezza delle prescrizioni, confrontarsi con gli specialisti e valutare le alternative terapeutiche quando esistono.
Anche sulla farmaceutica territoriale ci sono margini di miglioramento. Magari il risparmio sul singolo farmaco è minimo, ma su grandi numeri è comunque corretto intervenire.
L’aumento maggiore riguarda però i farmaci neurologici, oncologici, immunologici e i dispositivi. E c’è un altro aspetto: oggi in Valle d’Aosta riusciamo a trattare pazienti complessi che in passato venivano inviati fuori regione. È un vantaggio enorme per i pazienti, ma significa anche sostenere qui i costi di quelle cure.
In questo quadro c’è poi l’effetto del PNRR. I finanziamenti hanno permesso di acquistare tecnologie e sviluppare nuovi servizi, ma produrranno costi negli anni successivi.
Io uso una definizione forse un po’ provocatoria: il PNRR è un “debito”, non un lascito. Nel post Covid l’Italia ha avuto a disposizione risorse straordinarie e questo ci ha permesso di fare investimenti che altrimenti avrebbero richiesto molto più tempo.
È stata una grandissima opportunità. Ma un investimento non finisce con l’acquisto.
Se metto in casa una nuova apparecchiatura, negli anni successivi ho i costi della manutenzione, dell’assistenza tecnica, degli aggiornamenti, dei consumabili, delle licenze e del personale necessario per farla funzionare. È quindi necessario valutare l’intero ciclo di vita della tecnologia, non soltanto il prezzo iniziale.
Lo stesso vale per i servizi avviati grazie al PNRR. Un esempio è l‘Assistenza domiciliare integrata. Il valore standard previsto è di circa 1.977 euro all’anno per assistito per il solo costo del personale. In Valle d’Aosta abbiamo circa 3 mila pazienti assistiti in ADI: applicando quel valore parliamo di circa 5,9 milioni di euro all’anno. Nel 2026 il finanziamento è ancora garantito, ma dal 2027 quella spesa sarà interamente a carico dell’Azienda.
Questo non significa che siano investimenti sbagliati. Al contrario. Il punto è capire anche quale risultato producono: se abbiamo preso in carico migliaia di anziani a domicilio, dobbiamo verificare se queste persone si ricoverano meno, se mantengono più a lungo la loro autonomia, se hanno minore necessità di ausili. È questo il beneficio che ci aspettiamo. Ma nel frattempo è evidente che i costi aumentano.
Quindi in futuro serviranno più risorse?
Inevitabilmente sì. Per il 2027 stiamo ancora facendo le valutazioni, quindi non è possibile dare oggi una cifra precisa. Ma credo anche che si possa andare a chiedere risorse aggiuntive soltanto se si dimostra di essere ineccepibili nella gestione interna.
Abbiamo margini di miglioramento e dobbiamo lavorarci. Abbiamo già chiesto, attraverso il Collegio di direzione, che le strutture producano piani di contenimento e di governo dei costi. Significa intervenire sull’organizzazione, sui prodotti acquistati, sull’appropriatezza e sulle procedure di acquisizione di beni e servizi.
Quando parliamo di sostenibilità, però, c’è il rischio che il cittadino pensi subito a tagli ai servizi.
E invece il punto è esattamente l’opposto. Governare la spesa non significa tagliare le cure né ridurre i servizi. Significa eliminare sprechi e ridondanze, evitare duplicazioni, verificare l’appropriatezza nell’uso dei farmaci, delle tecnologie e delle prestazioni e programmare gli investimenti considerando anche ciò che costeranno negli anni successivi.
Dobbiamo passare da una logica centrata sul singolo acquisto a una valutazione dell’intero ciclo: quanto costa comprare una tecnologia, farla funzionare, manutenerla, dotarla di personale e consumabili e quali risultati produce.
Anche i cittadini dovrebbero però avere maggiore consapevolezza di quanto costa una prestazione sanitaria?
Sì, e non perché questo debba diventare un limite all’accesso alle cure. Ma perché dà la misura del valore del sistema.
Un ricovero in Medicina interna può costare indicativamente tra i 3 mila e i 5 mila euro, a seconda della complessità del paziente e delle patologie associate. Se la degenza supera i 15 giorni possiamo arrivare intorno ai 7.500 euro.
In Rianimazione un ricovero in terapia intensiva inferiore alle 72 ore può arrivare a circa 15 mila euro. Una lunga degenza, con ventilazione meccanica o complicanze importanti, può raggiungere i 30-40 mila euro.
Non sono numeri da usare per dire a una persona “costi troppo”. Sono numeri che servono a capire quale complessità e quale valore ci siano dietro un servizio che il cittadino riceve senza vedere direttamente il conto.
Una delle strade per contenere questi costi è investire maggiormente sulla prevenzione?
È fondamentale. Se insegnare a una persona ad alimentarsi correttamente, a muoversi e ad evitare comportamenti dannosi costa poche decine di euro, trattare una patologia cronica costa migliaia di euro.
Prendiamo il diabete mellito, che riguarda oltre il 6% della popolazione valdostana. Una persona con diabete necessita di farmaci, controlli, ecografie e visite specialistiche. Parliamo già di qualche migliaio di euro. Se quella persona sviluppa poi una complicanza importante, ad esempio un evento cerebrovascolare, si passa a decine di migliaia di euro, a ricoveri prolungati e al rischio di una disabilità che magari sarebbe stata evitabile.
Lo stesso vale per le vaccinazioni. Un vaccino antinfluenzale costa pochi euro. Se riusciamo ad evitare che durante le vacanze di Natale centinaia di persone, soprattutto anziane, arrivino contemporaneamente in Pronto soccorso con l’influenza, il beneficio per il sistema è enorme.
Un anno fa l’ex direttore generale Massimo Uberti diceva che alcune scelte organizzative non erano più rinviabili. È arrivato quel momento?
Chi sceglie inevitabilmente scontenta qualcuno. Ma credo che oggi sia necessario interrogarsi sull’organizzazione dell’Azienda.
La Valle d’Aosta ha fatto negli anni una scelta politica importante, quella degli extra Lea: oltre alle prestazioni che il Servizio sanitario è obbligato a garantire, ne vengono offerte altre. Un esempio è il nucleo di psicologi dell’emergenza, che interviene in situazioni traumatiche e accompagna le famiglie. Non è un Lea, ma secondo me rappresenta un grande valore.
Proprio perché vogliamo continuare ad offrire servizi di questo tipo dobbiamo custodire le risorse disponibili. Questo significa verificare, ufficio per ufficio e struttura per struttura, il rapporto tra personale disponibile e attività prodotta, fissare obiettivi di efficienza e aggiornare le modalità di acquisto.
Dobbiamo inoltre riuscire ad orientare le professioni verso i bisogni effettivi della popolazione. Le aspirazioni professionali sono legittime, ma non sempre coincidono con ciò di cui il sistema ha maggiormente bisogno. E bisogna trovare un equilibrio, perché se imponiamo determinate scelte a un professionista rischiamo semplicemente che se ne vada.
Questo può significare anche rinunciare a qualche servizio o a qualche specialità?
Io parlerei piuttosto di servizi migliori e di un’organizzazione diversa. Bisogna capire che cosa servirà alla sanità da qui al 2050.
Abbiamo professionisti capaci di adeguarsi al cambiamento, di lasciare spazio ai più giovani, di insegnare e di costruire squadre. E abbiamo, come accade in tutte le grandi organizzazioni, persone più legate a modelli del passato.
Uno degli obiettivi del servizio pubblico deve essere garantire una qualità il più possibile indipendente dall’operatore. Il cittadino non dovrebbe avere bisogno di sapere chi è di turno per essere certo di ricevere un determinato standard di cura. Dobbiamo costruire organizzazioni che assicurino quella qualità in maniera stabile.
Se il sistema restasse esattamente com’è oggi, sarebbe ancora sostenibile tra tre o cinque anni?
Se nulla cambia, no. Dobbiamo cambiare, aggiornarci e prendere decisioni.
Il problema è che lavoriamo ancora dentro un impianto normativo costruito in gran parte negli anni Settanta e Novanta, prima della digitalizzazione, dell’intelligenza artificiale e della moderna disciplina sulla gestione dei dati. È come avere un Frecciarossa che deve viaggiare su binari di terza classe.
C’è anche un problema culturale nel rapporto dei cittadini con il Servizio sanitario?
Sì. Bisogna cominciare a spiegare che il Servizio sanitario non è gratis. È finanziato dalle tasse. Noi paghiamo IRAP, IRPEF e IVA e in cambio chiediamo servizi.
È giusto pretendere che la pubblica amministrazione migliori, e certamente noi abbiamo margini per farlo. Ma allo stesso tempo bisogna costruire una maggiore corresponsabilità delle persone, rispetto agli stili di vita, alla prevenzione e al modo in cui ci si rivolge ai servizi.
Il sistema sanitario ha un valore e ha un costo. Credo che anche questo debba essere raccontato con maggiore chiarezza.
Resta aperta da mesi la questione della nomina del nuovo direttore generale dell’Usl. Quanto pesa questa situazione sull’Azienda?
Io non metterei troppa enfasi sulla questione del direttore generale. La domanda da farsi è: il cittadino si è accorto nella sua quotidianità che in questo momento non c’è un direttore generale nominato in via definitiva? Credo di no.
L’Azienda nel frattempo ha continuato a lavorare. Sono stati firmati bilanci, predisposti piani, approvati progetti di prevenzione e avviati nuovi servizi.
Naturalmente le scelte importanti non possono essere rimandate troppo a lungo, ma le grandi scelte sulla sanità sono innanzitutto politiche. Ed è giusto che sia così. Se fossero soltanto i tecnici a decidere, ognuno tenderebbe inevitabilmente a considerare prioritaria la propria area.
Le leggi, le delibere e le decisioni politiche sono come le salsicce, è meglio che nessuno vada a vedere come vengono fatte.
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