Banche. I nostri risparmi finanziano le guerre


Ogni correntista crede di custodire un saldo. In realtà affida alla banca una provvista che entra nel circuito finanziario dell’istituto: credito, investimenti, partecipazioni, servizi. E quel circuito può arrivare fino all’industria degli armamenti. Il correntista dorme, il fucile lavora. Non è un paradosso morale. È una relazione finanziaria concreta, documentabile e, almeno in parte, interrompibile. Per questo vale la pena organizzarsi: non soltanto per indignarsi, ma per sapere dove passa il proprio denaro e, quando lo si ritiene necessario, disinvestire.

In Italia esiste da decenni un sistema di trasparenza sulle operazioni finanziarie legate al commercio di armamenti. La legge 185 del 1990 impone agli intermediari finanziari di comunicare al Ministero dell’Economia le transazioni bancarie relative all’esportazione, all’importazione e al transito di materiali d’armamento. Il MEF raccoglie queste informazioni e le trasmette nella documentazione prevista dalla legge.

I numeri danno la misura del fenomeno. Nel 2024 gli intermediari operanti in Italia hanno registrato 21.586 comunicazioni relative a operazioni in materia di armamenti. Per le sole esportazioni definitive, gli importi segnalati dagli istituti di credito hanno raggiunto circa 4,93 miliardi di euro, contro 4,23 miliardi nel 2023.

Nel 2025 il valore è ulteriormente cresciuto: le comunicazioni bancarie sono state 23.942 e il volume complessivo delle transazioni oggetto di segnalazione ha superato i 14 miliardi di euro. Per le esportazioni definitive, la tabella del Ministero dell’Economia riporta 6,013 miliardi di euro di importi segnalati, cui si aggiungono 473 milioni di importi accessori.

Questi numeri non significano che le banche abbiano «versato» sei miliardi all’industria militare. Descrivono il valore delle operazioni bancarie sottoposte agli obblighi di comunicazione previsti dalla legge. È una distinzione tecnica importante, perché proprio dalla precisione dei dati dipende la forza della denuncia.

Ma il dato bancario, da solo, fotografa solo una parte del fenomeno: quella delle transazioni legate all’export. Il rapporto tra banche e industria bellica, infatti, non si esaurisce nelle singole operazioni di export. ZeroArmi, il progetto di Fondazione Finanza Etica e Rete Italiana Pace e Disarmo, considera tre forme principali di coinvolgimento: partecipazioni azionarie in imprese del settore, finanziamenti a imprese o programmi militari e servizi finanziari connessi alla vendita e all’esportazione di armamenti. L’edizione 2025 prende in esame 24 gruppi bancari italiani, utilizzando dati finanziari del biennio 2023-2024 e aggiungendo per la prima volta un’analisi sistematica delle policy adottate dalle banche sugli armamenti.

Su scala internazionale, il problema è ancora più vasto. Un rapporto realizzato dalla Global Alliance for Banking on Values con Fondazione Finanza Etica ha stimato in quasi mille miliardi di dollari il sostegno finanziario globale alla produzione e al commercio di armi in un solo anno, mentre le quindici maggiori banche europee considerate nello studio arrivano a oltre 87 miliardi di euro.

Il correntista non firma nessun contratto d’armi. Ma il denaro raccolto dalla banca alimenta un’attività finanziaria che può comprendere anche rapporti con imprese della filiera militare. La responsabilità individuale tende a dissolversi nell’anonimato del sistema. È proprio quell’anonimato che la trasparenza può rompere.

In Italia la mobilitazione sulle cosiddette «banche armate» ha una storia lunga e ha costruito negli anni strumenti per rendere visibili i rapporti tra sistema bancario e industria militare. Il meccanismo è semplice: incrociare i dati pubblici sulle operazioni autorizzate con le informazioni sui soggetti finanziari coinvolti e chiedere agli istituti maggiore trasparenza.

Il risultato più recente di questo lavoro è ZeroArmi, che rende comparabili le relazioni tra le principali banche italiane e l’industria degli armamenti. L’edizione 2025 ha coinvolto 24 gruppi bancari e ha affiancato alla misurazione delle relazioni finanziarie l’esame delle policy interne e della disponibilità degli istituti al confronto. Sedici dei 24 gruppi hanno partecipato al percorso di engagement.

Banca Etica rappresenta il caso più netto di una banca che ha costruito la propria identità proprio sulla scelta di escludere il settore degli armamenti. Nel rapporto ZeroArmi 2025 è l’unico istituto del campione a risultare privo di coinvolgimento nel comparto militare.

Attorno alla stessa esigenza di conoscenza e disinvestimento sono nate iniziative come Dividendi di pace, che propone a organizzazioni e risparmiatori strumenti per individuare le proprie esposizioni finanziarie e valutare alternative coerenti con criteri di esclusione delle attività belliche.

In Spagna la Campaña Banca Armada ha sviluppato un analogo modello di pressione: rendere pubbliche le relazioni finanziarie tra banche e produttori di armamenti e portare la questione anche nelle assemblee societarie. La pubblicità del dato diventa così uno strumento di azionariato critico.

Come organizzarsi

Primo passo: la trasparenza.

Chiedere alla propria banca, individualmente o collettivamente, quali rapporti finanziari intrattenga con imprese del settore degli armamenti: partecipazioni, finanziamenti, servizi per l’export, investimenti e criteri di esclusione. La richiesta scritta, anche quando resta senza risposta, crea una traccia documentabile.

Secondo passo: l’azionariato critico.

Chi possiede azioni di una banca può utilizzare, nel rispetto delle regole societarie, gli strumenti di partecipazione e intervento previsti dalla normativa. L’obiettivo non è soltanto ottenere una risposta privata: è portare una domanda di responsabilità dentro il luogo in cui quella banca deve rendere conto delle proprie scelte.

Terzo passo: la massa critica.

Un singolo cliente può avere un potere contrattuale limitato. Cento clienti che formulano insieme la stessa richiesta, fissano una scadenza e rendono pubblica la propria posizione trasformano invece una scelta individuale in una questione collettiva.

La forma associativa — anche informale, anche territoriale — serve precisamente a questo: trasformare il gesto privato in pressione pubblica.

Quarto passo: l’alternativa concreta.

La decisione di cambiare banca ha senso se esiste un’alternativa verificabile. Non basta una generica dichiarazione di sostenibilità: occorre controllare le policy sugli armamenti, il loro perimetro, le esclusioni effettivamente applicate e la trasparenza dell’istituto.

Esistono banche che adottano criteri di esclusione più stringenti e reti internazionali di finanza basata sui valori, come la Global Alliance for Banking on Values (GABV). Ma anche in questo caso la scelta deve partire dai criteri effettivamente applicati dalla singola banca, non dal solo nome della rete alla quale aderisce.

Quinto passo: la rete.

Nessuno di questi passi ha bisogno di ripartire da zero. Chi lavora da anni su questo terreno — Rete Italiana Pace e Disarmo, Fondazione Finanza Etica, la Campagna Banche Armate in Italia, la Campaña Banca Armada in Spagna — ha già costruito dati, metodologie e canali di dialogo con gli istituti di credito. Collegarsi a queste realtà significa poter contare su report aggiornati come ZeroArmi per formulare richieste precise invece che generiche, su modelli di lettera e di richiesta già collaudati, e su una rete di contatti che permette a un gruppo locale di far parte di una pressione più ampia, non isolata. È questo passaggio dalla scala individuale a quella collettiva e coordinata a rendere concretamente esigibili i primi quattro passi: senza rete, la trasparenza chiesta da un singolo correntista rischia di restare senza risposta; dentro una rete, diventa parte di un’istanza che le banche non possono permettersi di ignorare.

Il punto non è immaginare che ogni euro depositato su un conto corrente venga trasformato direttamente in un proiettile. Non funziona così.

Il punto è un altro: le banche decidono quali attività finanziare, quali imprese sostenere, quali operazioni rendere possibili e quali settori escludere. E oggi esistono strumenti sufficienti per cominciare a chiedere conto di queste decisioni.

I numeri sulle operazioni bancarie legate all’export di armamenti sono pubblici. Le relazioni tra banche e industria militare possono essere ricostruite. Le policy possono essere confrontate. Le alternative esistono.

Il denaro non ha coscienza.

Chi lo affida a una banca, però, può chiedere di sapere dove finisce.

E può scegliere che cosa fare di quella conoscenza.

Banche. I nostri risparmi finanziano le guerre was last modified: Settembre 25th, 2026 by GIANNI MORIANI

Banche. I nostri risparmi finanziano le guerre
ultima modifica: 2026-09-25T20:54:49+02:00
da GIANNI MORIANI

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