inatteso, in molte parti del mondo ha arrestato bruscamente la crescita del turismo internazionale. Nel 2019, in tutto il mondo avevano viaggiato oltre 1,4 miliardi di turisti internazionali, nel 2020, gli arrivi erano crollati di oltre il 70%. Quattro anni dopo, il settore si era già in gran parte ripreso, ritornando ai livelli pre-pandemia e da allora il turismo internazionale è continuato a crescere, dando un contributo significativo all’economia globale e sollievo per molti Paesi, lavoratori e comunità che dipendono, a volte in modo molto pesante, dal turismo.
Ma l’IDDRI, un think tank internazionale sullo sviluppo sostenibile con sede a Parigi, fa notare che «Questa ripresa segna anche il ritorno di pressioni che erano state temporaneamente sospese e che, senza un cambio di rotta, sono destinate a intensificarsi nei prossimi anni. Questo vale soprattutto per le zone costiere, territori già al crocevia di diverse crisi: forte pressione demografica, perdita di biodiversità, effetti del cambiamento climatico, tensioni sull’uso del suolo e sulle risorse, ma anche sull’edilizia abitativa e sulle infrastrutture. Dobbiamo quindi concludere che nulla è cambiato dal Covid e che le promesse del “Building Back Better” sono state rapidamente sepolte?»
L’IDDRI ha presentato anche il nuovo rapporto “Towards sustainable coastal and marine tourism” redatto da Angelo Sciacca Julien Rochette dell’IDDRI e da Jeremie Fosse e Giulia Balestracci di Eco-union che, sulla scia della Blue Tourism Initiative, presenta 6 condizioni di governance che potrebbero facilitare una transizione più rapida verso un turismo blu sostenibile nel Mediterraneo, Caraibi e Oceano Indiano occidentale e formula raccomandazioni su come queste possano ispirare riforme politiche più ampie in varie regioni marittime.
I ricercatori dell’IDDRI evidenziano che «E’ soprattutto a livello locale che negli ultimi anni si sono manifestati con maggiore evidenza i segnali di un desiderio di cambiamento. In alcune aree, la pressione proviene innanzitutto dai residenti. Il sovraffollamento turistico sta portando alla luce una questione a lungo trascurata nelle politiche del turismo: la capacità di una regione di accogliere visitatori senza compromettere le condizioni di vita dei suoi abitanti. Questa sfida sta spingendo alcune destinazioni a sperimentare nuovi strumenti: regolamentare gli affitti stagionali, limitare determinati flussi turistici, gestire l’accesso alle aree naturali, regolamentare le navi da crociera o introdurre tasse specifiche. Altrove, l’attenzione si concentra talvolta meno sulla riduzione del turismo e più sul dare alle comunità locali un ruolo più attivo nella sua organizzazione e nei benefici che ne derivano».
La decina di progetti pilota realizzati nell’ambito della Blue Tourism Initiative (IDDRI 2026) evidenziano alcune condizioni chiave perché le iniziative locali di turismo sostenibile possano avere successo e, prima di tutto, dimostrano che «La transizione verso la sostenibilità non si basa su una singola misura isolata, ma piuttosto sulla capacità degli stakeholder di coordinare meglio le proprie azioni a livello territoriale. Questo richiede di superare gli approcci settoriali per collegare le problematiche del turismo a quelle relative alla tutela degli ecosistemi, alla pianificazione territoriale, alle attività economiche e al sostentamento delle comunità locali».
Inoltre, dai progetti emerge l’importanza di coinvolgere le comunità locali non solo come beneficiari o stakeholder consultati, ma come veri e propri partner nella governance, capaci di partecipare alla progettazione, all’attuazione e al monitoraggio dei progetti. All’IDDRI fanno notare che «Questa dinamica richiede meccanismi di coordinamento e sviluppo di competenze e, più in generale, si basa su una migliore condivisione delle conoscenze tra residenti, professionisti, ricercatori e autorità pubbliche, al fine di adattare le decisioni ai cambiamenti ambientali, economici e sociali».
Ma la cosa più importante e che riguarda direttamente l’atteggiamento verso una “sostenibilità” che già ci sarebbe da parte di imprenditori turistici e decisori politici come quelli dell’Elba e dell’Arcipelago Toscano è che «Questi progetti dimostrano che la proliferazione di iniziative locali non è sufficiente a consentire la scalabilità. Sebbene un progetto regionale possa dimostrare che un percorso alternativo è possibile, non può, da solo, modificare gli incentivi economici, legali o istituzionali che strutturano l’intero settore. E’ qui che devono intervenire le politiche nazionali, ed è proprio in questo ambito che i progressi sono stati finora limitati». E come dimostrano i colossali tentativi di speculazione edilizia/turistica sventati solo grazie a mobilitazioni popolari in Sardegna e Puglia (ma anche il caso dell’Albania), strumenti semplificatori e fiscalmente incentivanti come la Zona Economica Speciale (ZES) rischiano di attrarre investimenti di multinazionali che finiscono per danneggiare le comunità locali e le risorse ambientali e paesaggistiche che un turismo davvero sostenibile dovrebbe tutelare.
E mentre si vuole deregolamentare nel nome di un’eccezionalità che andrebbe coniugata in ben altra maniera, non ci si può nascondere dietro alcune buone prassi che non costituiscono una politica. Sulla carta, le tradizionali strategie nazionali basate su obiettivi di crescita sono state spesso sostituite, o integrate, da approcci che uniscono questioni ambientali e sociali, ma il passaggio dal dire al fare resta in gran parte intangibile.
Le principali problematiche derivano dalla storicamente limitata influenza politica dei ministeri dell’ambiente e del turismo che in Italia hanno raggiunto uno dei loro livelli più bassi con i ministri Daniela Santanché e Gilberto Pichetto Fratin, con politiche subordinate alle principali priorità economiche e con budget limitati per agevolare la transizione, dalla mancanza di coordinamento tra le autorità responsabili delle politiche pubbliche sulle quali il turismo ha un impatto diretto: edilizia abitativa, sviluppo, ambiente, infrastrutture, ecc., che impedisce qualsiasi approccio sistemico alle sfide. Secondo il rapporto “Towards sustainable coastal and marine tourism” e’ un problema di indirizzo politico del turismo verso una vera sostenibilità che riguarda tutte le regioni esaminate e, come ha fatto recentemente l’OCSE, i ricercatori auspicano «Un migliore coordinamento della governance multilivello per allineare le azioni nazionali e locali e integrare gli approcci definiti in tutta l’amministrazione».
L’IDDRI fa un quadro che si attaglia benissimo alla realtà di molte aree turistiche italiane e alla richiesta di ampliare la ZES anche a località turistiche che non sono certamente territori economicamente svantaggiati: «Più in generale, nei Paesi che affrontano una crescita debole e/o una forte dipendenza dal turismo, il contributo del settore al dinamismo economico spesso induce le autorità pubbliche a privilegiare i benefici economici a breve termine rispetto agli obiettivi ambientali o sociali. Questo spiega anche in parte la riluttanza degli Stati a considerare il settore come oggetto di cooperazione internazionale e ad adottare strategie coordinate. Eppure il turismo è un’attività globalizzata, che per sua natura richiede un certo grado di coordinamento internazionale: i turisti attraversano i confini, le compagnie di crociera cambiano porto, le piattaforme digitali organizzano i flussi e i grandi gruppi alberghieri operano in più Paesi».
Tuttavia, al tempo del sovranismo imperante e del respingimento degli stranieri in Paesi che però cercano ad ogni costo di attrarre turisti stranieri, all’Iddri sottolineano che «Nonostante l’esistenza di forum intergovernativi, globali e regionali dedicati, la cooperazione tra i Paesi rimane in gran parte limitata ad impegni generali e documenti tecnici. Lo sviluppo di politiche transnazionali, ad esempio a livello regionale, consentirebbe di evitare gli effetti dannosi della competizione tra Stati e destinazioni – che spesso si traduce in una scarsa considerazione dei requisiti di sostenibilità – e di integrare sfide comuni, come il cambiamento climatico e la sicurezza. Allo stesso modo, la regolamentazione di determinate attività turistiche ha senso solo nell’ambito di un’azione concertata tra i Paesi: vietare l’accesso di grandi navi da crociera a determinati porti non migliorerà la salute degli ecosistemi o la qualità della vita delle popolazioni costiere se queste stesse navi vengono reindirizzate verso i Paesi limitrofi. Senza coordinamento tra gli Stati, le pressioni vengono semplicemente spostate, senza che si trovino soluzioni durature ai problemi».
Il 28 maggio il Consiglio dell’Unione europea ha adottato le conclusioni “Costruire un turismo sostenibile e competitivo per il futuro” che delineano una panoramica completa per costruire un settore turistico sostenibile e competitivo per il XXI secolo e chiedono di «Integrare la dimensione economica, sociale e ambientale in tutte le politiche in materia di turismo. Ad esempio, le conclusioni mirano a ridurre l’impronta ambientale del settore attraverso l’efficienza delle risorse, la circolarità, la decarbonizzazione e la conservazione della natura e della biodiversità. Al contempo si concentrano sul garantire che il turismo vada a vantaggio delle comunità locali e rispetti il patrimonio culturale».
IL testo adottato sottolinea anche «La necessità di un approccio di governance multilivello, che richiede un’efficace cooperazione intersettoriale tra la Commissione europea, gli Stati membri, le autorità regionali e locali, le organizzazioni di gestione delle destinazioni turistiche (OGD), l’industria del turismo e tutte le associazioni e i portatori di interessi pertinenti». Sottolinea inoltre «La necessità di migliorare la visibilità dell’Europa come destinazione di viaggio sicura, sostenibile e inclusiva e di rafforzare la dimensione internazionale dell’ecosistema del turismo».
Le conclusioni del Consiglio si concentrano principalmente sull’occupazione di qualità, le condizioni di lavoro adeguate e lo sviluppo delle competenze, anche attraverso la riqualificazione e il miglioramento del livello delle competenze dei lavoratori del settore turistico e di chi cerca di lavoro in questo settore. Un sostegno che è ritenuto essenziale per le imprese e per la competitività e la resilienza a lungo termine dell’industria del turismo. Inoltre, il documento punta ad affrontare sia gli effetti negativi dell’eccesso di turismo nelle destinazioni popolari sia la mancanza di turismo nelle zone meno conosciute. Si concentra sull’approfondimento della conoscenza del turismo non equilibrato, lo sviluppo e l’attuazione delle pertinenti politiche nazionali e regionali e il rafforzamento del coinvolgimento delle comunità che «Può essere realizzato rafforzando la connettività e l’equilibrio regionale e sostenendo lo sviluppo del turismo sostenibile nelle destinazioni periferiche, rurali, insulari, montane e remote, facendo sì che il turismo vada a vantaggio di tutte le zone dell’Ue».
Il Consiglio europeo sottolinea anche la necessità di «Rafforzare la preparazione e la risposta alle crisi nell’intero ecosistema turistico, cooperando strettamente nel contempo per attenuare le conseguenze negative delle sfide odierne che hanno un impatto significativo sul turismo europeo, quali le tensioni geopolitiche, i cambiamenti climatici o la carenza di forza lavoro».
L’iddri Conclude: «Gli ultimi anni sono stati quindi caratterizzati da un persistente divario tra le iniziative emergenti di turismo blu sul territorio e le trasformazioni necessarie all’intero settore. Sebbene le sfide siano spesso numerose e i successi fragili, le esperienze locali dimostrano che è possibile conciliare meglio l’attività turistica, la conservazione degli ecosistemi e gli interessi delle comunità locali. Ma l’ampliamento non consiste semplicemente nel replicare queste “migliori pratiche”: richiede un cambiamento delle regole del gioco. Per raggiungere questo obiettivo, è necessaria una leadership pubblica più forte per articolare meglio le politiche, coordinare i diversi livelli di governance e rafforzare la cooperazione tra gli Stati quando flussi e impatti transfrontalieri. Questo ruolo non significa che le autorità pubbliche debbano farsi carico da sole del peso della transizione. Le imprese prendono gran parte delle decisioni di investimento e operative che determinano l’impatto del settore e sono quindi agenti di cambiamento essenziali. Tuttavia, per trasformare le loro pratiche, hanno bisogno di una direzione chiara, regole coerenti e prevedibili, incentivi che rendano la transizione compatibile con i loro obiettivi economici e politiche pubbliche che promuovano e sostengano i loro sforzi. In assenza di una gestione adeguata, fattori esogeni (crisi sanitarie e di sicurezza, disastri naturali, ecc.) potrebbero costringere il settore a cambiare rotta con urgenza, a costo di sconvolgimenti economici e sociali molto più difficili da controllare».
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