Misurare per Scegliere, Investire per Crescere. Quello che in apparenza potrebbe apparire come un semplice slogan è, in realtà, una convinzione, consapevole e soprattutto realizzabile.
Questa consapevolezza infatti, ha come unico obiettivo quello di far salire sul palcoscenico della competitività globale, le micro e piccole imprese italiane, forza e debolezza del tessuto industriale nazionale.
Il Centro di Competenza Nazionale CIM, sostenuto dal MIMIT, attivo dal 2019 – nell’accompagnare, aziende e intere filiere produttive, nei processi di trasformazione tecnologica, digitale e green – ha scelto di affrontare il gap competitivo dell’industria Made In Italy, rispetto a paesi europei ed extraeuropei, non solo dal punto di vista dell’innovazione pervasiva ma mettendo in primo piano anche la dimensionalità e scalabilità delle micro e piccole imprese locali.
Lo ha fatto presentando questa mattina a Roma, presso la Sala degli Atti Parlamentari, Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”, alla presenza del dottor Raffaele Spallone del MIMIT, degli On. Federico Mollicone, Giulia Pastorella, dei Sen. Lorenzo Basso, Roberto Rosso e Luigi Nave, un Position Paper “Misurare per Scegliere. Investire per Crescere” contenente un pacchetto di proposte finalizzate ad accrescere la forza competitiva e innovativa delle MPMI ed elaborato a seguito di confronti con la rappresentanza politica del nostro Parlamento.
Il documento parte da una fotografia attualizzata del tessuto produttivo italiano: il 99,4% delle imprese manifatturiere italiane ha una dimensione medio-piccola, l’81,3% ha meno di dieci addetti. È su questa fascia dimensionale che emerge un forte divario di produttività rispetto alle medie e grandi aziende ed è qui che si gioca la partita della competitività. Accanto a questi fattori dal carattere endogeno, occorre considerare la pervasività di fattori esogeni quali l’instabilità economica e geopolitica, che rendono gli investimenti e la crescita strutturale delle imprese, complessa e frammentata.
La tesi centrale del Position Paper è che produttività e crescita dimensionale non sono obiettivi alternativi, e che trattarli separatamente è ciò che ha limitato sino ad oggi l’efficacia degli incentivi degli ultimi anni. Una simulazione contenuta nel documento quantifica la differenza: su un orizzonte di dieci anni, lo stesso guadagno di produttività produce una crescita del valore aggiunto manifatturiero del 21,1% se le imprese restano nella propria classe dimensionale, e del 30% se una quota di esse supera le soglie e cresce. A parità di risorse impiegate, sono 23 miliardi di euro di valore aggiunto di differenza.
Superando dunque la sola logica di erogazione pubblica di risorse e incentivi funzionali in prevalenza ad acquisire nuova tecnologia, implementando gli impianti e formando il capitale umano, il CIM propone un Programma Nazionale per la Competitività delle Micro e Piccole Imprese 2027-2031 centrato su un modello di co-investimento tra pubblico e privato, in cui il finanziamento statale si attiva in proporzione alla capacità di attrarre risorse private e generare valore, prendendo come riferimento l’esperienza dei Fraunhofer-Institute tedeschi.
Attraverso un DPCM, su proposta del MIMIT, di concerto con MEF e MASE, si propone l’istituzione di un programma quinquennale che, con una dotazione minima garantita di almeno 50 milioni di euro annui, stabilizzi dotazioni, strumenti e obiettivi misurabili, per la competitività e la trasformazione industriale delle MPMI.
Il Piano costituisce la cornice sovraordinata entro cui si collocano sette proposte operative inserite all’interno di tre assi prioritari che agiscono su:
1) crescita dimensionale e scala d’impresa, per consentire alle imprese di crescere, aggregarsi, aprirsi a nuovi mercati e attrarre capitali. In particolare le MPMI che investono in innovazione devono riuscire a tradurre quel guadagno di produttività anche attraverso un aumento della propria scala dimensionale. Per questo occorrerebbe eliminare gli scalini fiscali e amministrativi tra classi dimensionali e abilitare l’aggregazione delle MPMI per favore la crescita esterna, la diversificazione e l’accesso al capitale di rischio.
2) efficienza, innovazione e competenze, rafforzando gli strumenti che permettono alle MPMI di adottare nuove tecnologie, sviluppare capacità interne e tradurre gli investimenti in risultati tangibili. In particolare accanto alla stabilità del quadro di policy, l’Italia dovrebbe riuscire a semplificare in modo sostanziale l’accesso agli incentivi e agli strumenti di accompagnamento. È necessario costruire un sistema unitario, chiaro e assistito, capace di ridurre i costi burocratici e informativi che oggi gravano soprattutto sulle micro e piccole imprese. La semplificazione non deve riguardare solo le procedure, ma l’intera esperienza di accesso alla misura pubblica, dalla comprensione dell’opportunità alla presentazione del progetto. In particolare sarebbe necessario adottare un Servizio Nazionale di Orientamento e Accompagnamento alle imprese che oggi restano fuori dai click day; un Contratto di Innovazione Integrata, costruito sul principio “test before invest”; un Voucher Formazione-Innovazione, che collega per la prima volta la formazione finanziata ai progetti di adozione tecnologica.
3) misurazione politiche pubbliche, affinché l’impatto possa essere valutato attraverso indicatori condivisi, rendendo l’azione dello Stato progressivamente più efficace. In tale direzione la proposta è quella di istituire un unico Sistema Nazionale di Misurazione degli Impatti della Digitalizzazione e della Trasformazione, gestito da un soggetto pubblico terzo e indipendente rispetto ai soggetti attuatori e ai beneficiari (ad esempio ISTAT), con accesso ai dati amministrativi necessari e in raccordo informativo con MIMIT e Competence Center. A questo si aggiunge l’introduzione di un Meccanismo di Finanziamento Proporzionale al Co-investimento (FPC), perseguendo il modello “un terzo pubblico, due terzi privati”. I protagonisti di questa misura dovrebbero essere i Competence Center, esattamente come accade in Germania per i Fraunhofer. L’obiettivo non è replicare un modello straniero, ma creare un equilibrio stabile tra finanziamento di base, contratti industriali e progettualità competitiva, premiando i centri che generano valore misurabile per le imprese.
Nessuna delle proposte richiede la creazione di nuovi enti. Per ciascuna il documento indica il veicolo normativo, l’ordine di grandezza dei costi e la collocazione nella sequenza di attuazione. Un ruolo centrale in questo processo, e in particolare in termini di policy, lo assumono i Competence Center Nazionali, veri orchestratori tecnologici e soggetti idonei a connettere le micro e piccole imprese ai capi-filiera, alle Università, alle Camere di commercio, agli EDIH, agli ITS e ai Poli di Innovazione, all’Istituto Italiano di Intelligenza Artificiale (AI4I), ai fornitori tecnologici, al mondo della finanza e delle banche, riducendo in questo modo i tempi di accesso alla sperimentazione e mantenendo una rigorosa neutralità tecnologica e commerciale.
Le proposte sviluppate dal Piano Nazionale per la Competitività delle MPMI 2027-2031, partono proprio dalla necessità di fare sistema. La sfida dei prossimi anni sarà quella di far convergere le risorse, poche e selezionate, verso una direzione comune, con maggiore continuità, capacità di coordinamento e responsabilità sui risultati.
«La politica industriale italiana ha bisogno di sapere, in modo continuo, quante imprese è riuscita a rendere più produttive, più grandi, più tecnologiche e più competitive sui mercati globali. Per riuscirci deve anzitutto misurare l’efficacia dei propri interventi e concentrare le risorse dove producono più risultati. In una parola, occorre saper scegliere. Solo a quel punto si può investire, cioè creare le condizioni perché quelle scelte si traducano in crescita. Il CIM, Competence Center nazionale sostenuto dal MIMIT, con questo Position Paper intende mostrare ai decisori pubblici e agli stakeholder istituzionali che trasformare la spesa pubblica in crescita è possibile, e che è possibile farlo raggiungendo anche le micro e le piccole imprese. Lo facciamo con analisi, con attività verificate sul campo e con proposte sostenibili. Il Piano Nazionale per la Competitività delle MPMI 2027-2031 è costruito su tre assi prioritari e sette proposte, ciascuna presentata con lo stesso schema: il problema che risolve, la proposta, il veicolo normativo, l’impatto atteso. E risponde a una domanda che riteniamo decisiva: a quali condizioni, con quali strumenti e con quali modalità di intervento le risorse già mobilitate possono produrre un impatto più ampio e duraturo sulla competitività del sistema produttivo italiano? Sono proposte con obiettivi chiari e sostenibili, e soprattutto inclusive. Perché un Paese industrialmente evoluto non guarda alla tecnologia solo come a uno strumento di attuazione, ma la considera un motore di sviluppo industriale attraverso cui pianificare politiche che favoriscano la crescita, individuale e collettiva, delle micro, piccole e medie imprese italiane. Ringrazio il MIMIT e tutti i parlamentari oggi qui presenti e ci auguriamo che questa giornata rappresenti il punto di partenza di un confronto aperto e concreto per costruire la prossima politica industriale del Paese, guardando alle nostre imprese e ai loro segmenti di eccellenza: resilienza e creatività sono nel loro DNA, e sono due asset fondamentali per competere dentro e fuori l’Europa», ha dichiarato Enrico Pisino, CEO di CIM.
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