La Fed detta i tempi ai mercati e a Trump


Timelier. Un termine da ricordare: «Al momento giusto». L’ha usato Kevin Warsh per dire “se non ora quando” spiegando l’aumento dei tassi. Mentre parlava, Trump pestava furibondamente sul suo cellulare, a lettere maiuscole come quando è veramente arrabbiato, il messaggio opposto: «L’America deve diventare il Paese con i più bassi tassi del mondo». Non l’ha chiamato per nome né insultato, al contrario di quanto faceva con Powell (definito «asino», «idiota») ma la rabbia che schiumava era la stessa.

l’inflazione in crescita

E mentre Warsh spiegava che colpevole dell’inflazione è la crisi in Medio Oriente che lo stesso presidente ha creato ha causato, Trump aggiungeva, sempre su Truth, un concetto al quale si attaglia il titolo di “supercazzola”: «Non faremo più affari con i Paesi che hanno tassi superiori al nostro, e se loro non faranno più affari con noi non avranno più i soldi per pagare i conti. Lo faremo, statene certi, tutto quello che abbiamo da fare per tagliare il trade deficit è non fare più affari con Paesi con cui siamo in deficit». Puro trumpese.

La scelta di Warsh

«Di fronte a quest’assalto scomposto, per fortuna Warsh ha tenuto duro, privilegiando la sua immagine tecnica di economista sobrio e coerente, e facendo piazza pulita delle maliziose indiscrezioni secondo cui sta lì solo perché è un il marito di Jane Lauder, la cui famiglia è copiosa finanziatrice di Trump», commenta Brunello Rosa della LSE. «Si può anche essere amici dei presidenti senza diventare meri esecutori dei loro ordini bensì interlocutori seri e affidabili». Per Warsh era l’ora delle scelte: «Altrimenti — aggiunge Jeff Schulze, stratega al Franklin Templeton — con un’inflazione da 65 mesi al di sopra del target del 2% i mercati avrebbero continuato a perdere fiducia nell’America. Warsh ha confermato l’approccio prudente in materia di forward guidance, astenendosi dal fornire indicazioni precise sulla futura traiettoria della politica monetaria. Tuttavia, le nuove proiezioni economiche della stessa Fed (le “Fed Dots”, ndr) indicano la possibilità di un ulteriore rialzo entro la fine dell’anno e nessun taglio nel 2027».

la frenata del Pil

Ci sono anche motivi tecnici: «Sta esaurendosi la convenienza del Carry Trade, cioè prendere a prestito a tassi zero yen e con il ricavato comprare titoli in dollari, perché anche il Giappone ha cominciato ad alzare i tassi dopo trent’anni», spiega Lorenzo Codogno, già capo economista del Tesoro e oggi consulente a Londra. «L’inflazione attuale è diversa dalle precedenti perché in un momento di così scarsa fiducia negli Usa il Tesoro può avere difficoltà nel reperire la massa di denaro di cui ha bisogno con un debito di quarantamila miliardi. Significa che servono mille miliardi all’anno di interessi, più della spesa militare. E c’è da considerare la fortissima richiesta di denaro a lungo termine delle Big Tech».

Perchè convengono i tassi altri

Quello che Trump non capisce, insiste Codogno, è che tenere i tassi un po’ più alti conviene anche a lui, altrimenti in ogni caso i tassi di mercato a lunga tenderebbero a salire per l’incertezza e la contraddittorietà della situazione. Tutte le proiezioni vista la situazione energetica portano l’inflazione americana verso il 4% per la prossima primavera.

«Alla fine — riflette Lorenzo Bini Snaghi, economista e banchiere internazionale — ha prevalso l’istituzione, che è protetta dalla costituzione come ha ribadito la sentenza della Corte suprema che aveva dichiarato illegittima la volontà di Trump di licenziare Powell. Il successore, Kevin Warsh, appena nominato si è messo la corazza del banchiere centrale e ha fatto ciò che è necessario per l’economia americana. Il fatto che la decisione sia stata presa all’unanimità, con la coesione di tutti i membri del Comitato, mostra la volontà di difendere l’istituzione contro le critiche del presidente. Saranno necessari altri aumenti, per riportare i tassi americani su livelli coerenti con la stabilità dei prezzi. Il mercato già se li aspetta». Altrimenti l’inflazione crea aspettative permanenti, «come avvenuto negli anni ‘70, che vanno fermate prima che sia troppo tardi», aggiunge Emanuele Felice, storico dell’economia dello Iulm di Milano «Ciò spiega perché la Fed abbia dato uno smacco a Trump alla vigilia del midterm: era inevitabile. Questo avrà conseguenze per tutti, anche sulle possibilità per l’Italia di uscire dalla procedura di infrazione e sui margini che avrà il governo Meloni nella prossima manovra finanziaria: più ristretti, perché dovremo pagare più interessi».

Gli economisti di tutto il mondo cercano di interpretare le conseguenze sull’economia reale. Secondo Ryan Sweet, capo economista di Oxford Economics, la stessa inflazione, «unita alle immani distruzioni di basi e strutture militari sia locali che americane in tutto il Medio Oriente» si porteranno via lo 0,2% del Pil nel solo quarto trimestre di quest’anno, e l’1,4% in tutto il 2027. Ma non c’è solo la guerra: aggiunge tensione l’incertezza piombata sull’AI quando Dario Amodei, co-fondatore di Anthropic, ha pubblicato un report sui rischi coinvolgendo Elon Musk e Sam Altman in una sorta di ripensamento generale. «Vista l’entità delle cifre in ballo che possono spostare Pil grossi come Stati, l’inflazione e in generale le paure del settore non potevano restar fuori da questo tritacarne», dice Sweet.

E Felice, lo storico dell’economia, conclude con un parallelo: «La volontà di Trump di tenere i tassi bassi ricorda quando Mussolini, come ricordò Keynes, volle “dare l’olio di ricino per rafforzare la lira” nel 1926 con “quota 90”. Il fascismo impose la sua volontà sull’economia, ma per gli italiani quella scelta si tradusse in una pesante recessione. È una volontà costante degli autocrati voler dettare le regole all’economia per i loro interessi politici di breve respiro. Le banche centrali agiscono per cercare di porre una pezza ai guai provocati da una politica sconsiderata. Solo una pezza, purtroppo».


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