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La ricerca AIPB-Prometeia individua nella consulenza un possibile raccordo tra 88mila aziende italiane e 12 milioni di famiglie. Ragaini: “La crescita richiede di attivare insieme tessuto produttivo e risparmio”
Da un lato, una ricchezza delle famiglie arrivata a valere 6.488 miliardi di euro. Dall’altra, quasi 1.600 miliardi che restano bloccati sui conti correnti a subire l’effetto erosivo dell’inflazione e appena lo 0,7% delle attività finanziarie private investite in azioni quotate delle imprese domestiche. Sta tutta in questo paradosso la fotografia dell’Italia di oggi, che vanta uno degli stock di risparmio tra i più elevati al mondo ma fatica a trasformarlo in capitale per le oltre 250mila pmi di cui si compone il suo tessuto produttivo. A scattarla lo studio presentato a Roma da Caasmeff Luiss e Aipb, che ha evidenziato come il vero punto di contatto da sviluppare per superare l’impasse e sostenere lo slancio competitivo del Paese sia la consulenza patrimoniale. Un’opportunità per il private banking di accedere a un mercato potenziale da oltre 3.500 miliardi.
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Un divario che richiede nuovo capitale
La questione assume una dimensione più ampia quando inserita nel dibattito sul divario di crescita tra le due sponde dell’Atlantico. Se infatti il Pil americano è quasi triplicato dal 2000 al 2024, quello europeo ha subito un incremento di appena 1,4 volte e non risulta quindi sufficiente per permettere ai 27 di mettere sul piatto quei 1.220 miliardi l’anno in cui il Piano Draghi quantifica gli investimenti annui necessari finanziare progetti come la transizione energetica e l’innovazione tecnologica o anche la difesa comune. Un gap acuito dall’avere il 56% del valore aggiunto del tessuto produttivo sotto forma di piccole e medie imprese, che fanno più fatica a raccogliere risorse sul mercato, contro il 39% degli Stati Uniti. Non è un caso che la stessa Aipb abbia citato i dati di uno studio sui bilanci di 450 imprese, questa volta realizzato in collaborazione con Prometeia, dal quale emergono differenziali di crescita del fatturato significativi proprio in base al modello di finanziamento adottato: +106% per quelle con una maggiore diversificazione delle fonti, +46% per quelle con più apertura del capitale e +64% per quelle più preparate al trasferimento generazionale.
Famiglie ancora orientate alla protezione
Il problema non riguarda però soltanto la disponibilità di risparmio, è la tesi dello studio firmato insieme alla Luiss, ma anche il modo in cui questo viene allocato. Se infatti la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane è cresciuta negli ultimi 20 anni a un tasso nominale medio annuo del 2,6% ma appena dello 0,7% in termini reali, la ragione sta anche e soprattutto in un dato: il 63% dei nuclei interpellati indica come priorità la sicurezza di non perdere il capitale e solo il 15% interessato al rendimento di lungo periodo. In altre parole, i portafogli restano fortemente difensivi e questo finisce per comprimere il peso delle azioni sul totale del patrimonio dal 30% americano ad appena il 3%, mentre la liquidità sfiora il 36% e i titoli di Stato l’8%. Una simulazione citata nella stessa ricerca rende evidente ancora più evidente la differenza che può produrre l’orizzonte temporale: “Diecimila euro investiti 30 anni fa sarebbero diventati circa 20.800 se mantenuti in liquidità”, viene illustro, “mentre portafoglio orientato alla crescita ne avrebbe restituiti oltre 90mila euro”.
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Le altre distorsioni
A frenare la propensione degli italiani ad entrare sui mercati finanziari e assumersi rischio contribuisce però anche un livello di protezione assicurativa troppo contenuto, 427 euro di premi danni pro capite il dato citato dal report, che ci colloca all’ultimo posto tra i Paesi europei considerati. Non solo. Sul fronte produttivo viene mostrato come pesino in misura rilevante fattori quali la dipendenza dal credito bancario, la limitata apertura del capitale e gli alti costi richiesti per la quotazione in Borsa. Sul lato della domanda di investimenti incidono invece il peso del debito pubblico, la limitata esposizione al capitale delle imprese domestiche e una cultura finanziaria ancora troppo poco sviluppata.
Il private banking come raccordo
È proprio nell’incontro tra queste due esigenze che la studio individua uno spazio per la consulenza finanziaria e patrimoniale. La prima ragione risiede nei numeri: la platea potenziale stimata comprende infatti sia 88mila imprese con più di dieci addetti e una relazione bancaria già attiva, sia 12 milioni di famiglie con oltre 50mila euro di ricchezza finanziaria investibile per un totale di 3.500 miliardi di euro. La seconda è legata al fatto che il private banking dispone già di una posizione rilevante per svolgere questa funzione di raccordo: il suo contributo integrato ha raggiunto circa 168 miliardi di euro a fine 2024, il 39% in più rispetto al 2018; gestisce 1.400 miliardi di euro, il 30% dei quali fa capo a imprenditori attraverso un modello fondato sulla fiducia e ha migliorato le competenze finanziarie del cliente nel 91% dei casi; detiene l’83% delle azioni di società italiane quotate detenute dalle famiglie.
“La crescita richiede di attivare insieme aziende e risparmio”, ha sottolineato il presidente di Aipb Andrea Ragaini, sottolineando come questo obiettivo richieda tre sforzi da parte dei patron: ampliare le fonti di finanziamento, aprire maggiormente il capitale, rafforzare governance e pianificazione della continuità aziendale. “Per i singoli”, ha aggiunto, “la consulenza dovrebbe invece aiutare a distinguere la liquidità necessaria da quella effettivamente investibile e ad allungare l’orizzonte temporale dei portafogli senza compromettere l’equilibrio tra crescita e protezione”.
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Tre proposte per allargare la partecipazione
Per trasformare questa capacità potenziale in una maggiore partecipazione dei cittadini agli investimenti di lungo periodo, il rapporto indica come ulteriori priorità un mix di quattro fattori: un quadro normativo stabile, incentivi semplici e duraturi, maggiore educazione finanziaria e valorizzazione della consulenza. A queste affianca tre proposte costruite su meccanismi automatici e infrastrutture tecnologiche già esistenti. La prima prevede un meccanismo volontario di micro-risparmio dai consumi, destinando una piccola quota delle transazioni digitali a investimenti sin economia reale. La seconda introduce un fondo previdenziale Cash Forward, collegando i consumi effettuati con moneta elettronica alla posizione pensionistica individuale attraverso un incentivo pubblico pari all’1% del gettito Iva corrispondente. La terza prevede l’istituzione di una dote studentesca, intesa come un contributo pubblico annuale per gli universitari da investire in una posizione individuale di lungo periodo.
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