la parabola del patto con il Fisco


Circa 2 miliardi di incassi messi nero su bianco, eliminati poi in via prudenziale: il concordato preventivo biennale per le partite IVA è stato stravolto rispetto all’idea iniziale e l’impatto effettivo sui conti pubblici non è ancora quantificabile. Cronistoria del patto con il Fisco fortemente voluto dal Viceministro dell’Economia, Maurizio Leo.

Dal concordato preventivo biennale il Governo ipotizzava inizialmente di reperire risorse per il taglio delle aliquote, IRPEF in testa.

Il patto tra Fisco e partite IVA era stato concepito come “portafoglio” dal quale attingere per dare seguito agli ulteriori ambiziosi obiettivi della legge delega n. 111/2023.

I fatti raccontano però una storia diversa.

Dal concordato ristretto solo alle partite IVA più affidabili, si è passati velocemente a una misura per tutti. Una “scommessa vincolante”, che presuppone il rischio di accettare un reddito presuntivo più alto di quello che sarà effettivamente incassato, che ha visto susseguirsi correttivi e affinamenti.

Prima la tassazione del reddito extra concordato con una flat tax dal 10 al 15 per cento, e poi la logica dell’“accordo retroattivo”: il ravvedimento speciale, la sanatoria a costo ridotto sulle annualità precedenti all’adesione, ha rappresentato il più impattante incentivo all’accettazione del patto con il Fisco.

Un cambio di assetto che ha trasformato il concordato preventivo in un costo per lo Stato.

Da valutare poi l’impatto reale sui conti pubblici e il rischio di una perdita ingente di gettito per l’Erario per i titolari di partita IVA che hanno guadagnato redditi più alti rispetto a quelli calcolati dall’Agenzia delle Entrate.

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Concordato preventivo per le partite IVA più affidabili: così è partito il patto fiscale

È nell’ambito dei principi e dei criteri direttivi in materia di procedimento accertativo, di adesione e di adempimento spontaneo che la legge delega n. 111/2023 in materia di riforma fiscale ha posto le basi per l’avvio del concordato preventivo biennale.

Il comma 2 dell’articolo 17 guarda in particolare alle partite IVA di minore dimensione, prevedendo l’introduzione per l’appunto del “patto fiscale”: un impegno – previo contradditorio in modalità semplificata – ad accettare e a rispettare la proposta di definizione biennale della base imponibile ai fini delle imposte sui redditi e sull’IRAP, formulata dall’Agenzia delle Entrate sulla base dei dati storici reddituali del contribuente e delle banche dati e delle nuove tecnologie a sua disposizione.

Il primo tassello per la messa a terra delle regole del concordato è stato inserito dal Governo il 3 novembre 2023, con l’approvazione in esame preliminare dello schema di decreto legislativo in materia.

Chiara sin da subito la natura dello strumento, definito dal Viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, un “nostro diverso approccio per contrastare l’evasione fiscale”: il patto tra Fisco e partite IVA, se da un lato impegna il contribuente a rispettare l’accordo firmato con l’Agenzia delle Entrate per il biennio, dichiarando i relativi redditi e versando le imposte concordate, dall’altro promette di escludere da tassazione i maggiori redditi effettivi dichiarati e di entrare nel club dei più affidabili agli occhi dell’Erario.

Nella formulazione iniziale però il concordato era riservato a pochi contribuenti: nel perimetro del patto fiscale solo i titolari di partita IVA con punteggio ISA pari o superiore a 8, “senza fare nessun favore agli evasori”, sempre secondo le dichiarazioni di Leo.

Il passaggio in Parlamento: concordato preventivo biennale aperto a tutti, e senza stime di gettito

Il testo approvato a novembre dal Consiglio dei Ministri è approdato nelle aule di Camera e Senato per l’esame preliminare al via libera definitivo il 13 dicembre 2023, consentendo di analizzare non solo le regole d’accesso al concordato ma anche gli effetti attesi per le casse dello Stato.

Con l’attuazione del patto fiscale si stimavano maggiori entrate pari a 1,8 miliardi circa (1,2 miliardi nel 2024 e circa 600 milioni nel 2025).

Le stime del gettito lordo derivavano da tre componenti principali:

  • l’adesione dei soggetti in regime forfettario: 4,72 milioni di euro all’anno per il 2024 e il 2025, determinati dall’adeguamento al reddito minimo concordato di almeno 2.000 euro.
  • adeguamento del punteggio ISA al valore minimo di 8 (Saldo 2023 per l’anno 2024), pari a 605,80 milioni di euro per l’anno 2024;
  • maggiori entrate da redditi concordati (acconto con metodo previsionale per gli anni 2024 e 2025): 605,80 milioni di euro per il 2024 e 605,80 milioni di euro per il 2025.

In sostanza, il Governo si attendeva un duplice effetto positivo: il primo, legato alla dichiarazione di ulteriori elementi positivi ai fini del rialzo del voto ISA, di modo da conseguire il minimo dell’8 per l’accesso al patto fiscale, e in secondo luogo i maggiori incassi sui redditi extra concordati.

Un piano di incassi che è stato però rivisto, così come le condizioni stesse per l’adesione al concordato preventivo biennale.

L’iter di discussione nelle Commissioni competenti delle due Aule del Parlamento ha fatto emergere un nodo importante: restringere la platea ai titolari di partita IVA con ISA 8 avrebbe ridotto sensibilmente l’appeal dello strumento e di conseguenza i vantaggi per l’Erario.

Così, il parametro dell’affidabilità fiscale è stato ritirato e, nella versione definitiva del provvedimento, il decreto legislativo n. 13 del 12 febbraio 2024, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 43 del 21 febbraio 2024 ed entrato in vigore il 22 febbraio 2024, è sparito il “prospetto dei conti”.

Concordato aperto a tutti, perché? Il Fisco non può controllare tutti

Stop al voto minimo dell’8, l’accesso al concordato preventivo biennale è stato esteso a tutte le partite IVA.

Il settimo decreto legislativo di attuazione della riforma fiscale ha fatto un duplice salto: il primo, estendendo le maglie del patto con il Fisco, ma anche cancellando ogni forma di stima di gettito derivante dal nuovo strumento di pianificazione e compliance.

Sul primo fronte, è interessante soffermarsi sulle parole con le quali il Viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, ha presentato il cambio di passo nella conferenza stampa del 24 gennaio 2024, subito dopo l’approvazione del decreto:

“Abbiamo riscontrato che l’attività di accertamento dell’Amministrazione finanziaria – non per mancanza di volontà, ma per carenza di capacità operativa – riesce a coprire solo una percentuale limitata di controlli, pari a circa il 5 per cento. Coloro che hanno un punteggio ISA pari o superiore a 8 sono un numero nettamente inferiore rispetto a chi non raggiunge tale soglia. Siccome per questi ultimi i controlli non riescono a essere numericamente rilevanti, la scelta fatta – anche su indicazione delle commissioni parlamentari – è stata quella di eliminare il vincolo del voto minimo 8.”

L’estensione della platea diventa quindi anche una panacea contro le criticità relative ai controlli fiscali, e non viene presentata come una delle vie per evitare il flop del concordato.

L’obiettivo dichiarato è quindi di aumentare gradualmente l’affidabilità fiscale delle partite IVA con ISA più basso e, con l’emersione della base imponibile, ridurre le aliquote di tassazione.

Troppi rischi, pochi benefici: entra in campo la flat tax

Nel cantiere sempre aperto del concordato preventivo biennale si inseriscono i correttivi introdotti nell’estate del 2024.

L’apertura del concordato a tutte le partite IVA non è una garanzia di vittoria per l’obiettivo posto dal Governo, e così il decreto legislativo n. 108/2024 ha giocato la carta della flat tax.

La primissima architettura del concordato presentava infatti un rischio strutturale di insuccesso: la richiesta al contribuente di dichiarare redditi più elevati a fronte di una tassazione ordinaria (IRPEF o IRES) poteva risultare un deterrente importante, specialmente per chi presentava livelli di affidabilità fiscale particolarmente bassi.

Senza un vantaggio economico immediato, la sola prospettiva di una riduzione della frequenza dei controlli – unita alla consapevolezza della limitata capacità operativa dell’Amministrazione finanziaria – non offriva una spinta sufficiente per incentivare all’adesione.

Per superare questa “sindrome del disinteresse”, il D.Lgs. n. 108/2024 ha introdotto una tassazione sostitutiva ad aliquota ridotta (dal 10 per cento al 15 per cento) da applicare esclusivamente sulla quota di maggior reddito concordato rispetto a quello dell’anno precedente.

Da portafoglio a costo: arriva il condono chiamato ravvedimento speciale

Chiuso il primo tempo, la partita del concordato è proseguita con la definizione delle regole operative. In primis, la messa a punto della metodologia di calcolo delle proposte da parte dell’Agenzia delle Entrate, fino ad arrivare alla definizione dei casi eccezionali che consentono di fuoriuscire senza penalizzazioni dal patto fiscale e dalla pubblicazione delle istruzioni operative per l’adesione.

Decreti attuativi e provvedimenti del Fisco senza sorprese. Ma a ridosso della prima scadenza per l’adesione al concordato per il biennio 2024/2025 è stata giocata l’ultima carta per aumentarne l’appeal.

Accanto ai benefici della pianificazione preventiva e dei premi ISA in materia di compensazione e rimborsi già concessi ai più affidabili, è entrato in gioco il meccanismo del “concordato retroattivo”: il ravvedimento speciale, subito battezzato come “nuovo condono” del Governo Meloni.

Senza entrare nel tecnico, il ravvedimento abbinato al concordato, disciplinato dall’articolo 2-quater del decreto legge n. 113/2024, ha consentito alle partite IVA di mettersi in regola per le annualità dal 2018 al 2022 versando un’imposta ridotta su una base imponibile forfettaria. In ambedue i casi, il voto ISA è stato il parametro per il calcolo dell’importo extra da versare per chiudere i conti con il passato.

Non solo pagamento ridotto: il ravvedimento speciale, opzionale, agisce come un vero e proprio scudo fiscale retroattivo per le annualità sanate.

Una volta perfezionato il pagamento dell’imposta sostitutiva (in un’unica soluzione o con il regolare versamento della prima rata della rateizzazione), il Fisco non può effettuare rettifiche del reddito d’impresa o di lavoro autonomo basandosi sui vecchi criteri presuntivi (gli accertamenti analitico-induttivi o induttivi puri ex art. 39 del D.P.R. 600/73).

L’Amministrazione non può contestare, ad esempio, maggiori ricavi presunti basandosi sulle percentuali di ricarico o su incongruenze contabili.

In sintesi, il ravvedimento speciale “sancisce la chiusura” della posizione reddituale del contribuente per gli anni passati rispetto alle rettifiche ordinarie sui ricavi o compensi dichiarati, congelando la capacità del Fisco di contestare la fedeltà fiscale di quelle annate.

Un’operazione che però ha avuto dei costi, pari in tutto a 987,5 milioni di euro. Di questi, una parte pari a 144,8 milioni circa è coperta dalle maggiori entrate derivanti dal ravvedimento stesso, mentre la quota rimanente è stata attinta dal Bilancio dello Stato e in particolare dalle risorse del Fondo per l’attuazione della delega sulla Riforma Fiscale (art. 62, c. 1, D.Lgs. 209/2023).

Dal punto di vista generale, c’è però da dire che l’“idea” di affiancare al concordato preventivo una procedura di regolarizzazione sul passato sembra aver funzionato.

Sono state circa 190.000 le partite IVA che ne vi hanno aderito nella prima edizione, per un totale atteso pari a circa 1,3 miliardi di euro, un dato che sfiora l’incasso del concordato 2024/2025, per il quale stando alle stime del MEF si attendono 1,6 miliardi di euro.

La partita del CPB si gioca sul ravvedimento speciale: condono per tutti nel 2025/2026 e platea ristretta (per ora) per il 2026/2027

I numeri promettenti della prima edizione del ravvedimento legato al concordato hanno fatto da sponda alla riapertura del meccansimo di sanatoria anche per le adesioni relative al biennio 2025/2026, secondo il medesimo canale del doppio beneficio.

L’articolo 12-ter del decreto legge n. 84 del 17 giugno 2025 ha riproposto la misura, per un totale di oneri a carico dello Stato di 395 milioni (57,9 milioni di autocopertura e 337 a carico del Fondo per l’attuazione della delega fiscale). In questo caso ancora non sono stati diffusi i dati sugli incassi effettivi, utili per una valutazione d’impatto a consuntivo.

Lo stesso meccanismo troverà applicazione anche per le adesioni relative al biennio 2026/2027, anche se per una platea ristretta. Il decreto correttivo Omnibus n. 148/2026, ha rivisto le logiche del concordato su più punti e, con il fine di incentivare i rinnovi da parte di chi vi aveva aderito per il biennio 2024/2025, riapre le porte della sanatoria, estendendola anche al 2023.

Una partita che continua in ogni caso nelle aule parlamentari: è in discussione in Senato un disegno di legge che mira ad estendere il ravvedimento a tutti gli aderenti.

Provvedimento / Fase Riferimento Normativo Novità Introduzioni e Modifiche Impatto sulla Platea e sul Gettito
Legge Delega L. 111/2023, art. 17, c. 2 Introduzione del patto fiscale biennale tra Agenzia Entrate e P.IVA minori Strumento di compliance e dialogo preventivo tra Fisco e contribuenti
Prima Bozza D.Lgs. Schema approvato il 3/11/2023 Accesso riservato ai soli soggetti con punteggio ISA ≥ 8. Stima iniziale di maggior gettito: 1,8 miliardi di euro (2024-2025)
Decreto Attuativo CPB D.Lgs. 13/2024 (12/02/2024) Abolizione del filtro ISA 8 (estensione dell’accesso a tutte le P.IVA) Cancellato il “prospetto dei conti” ex-ante per invarianza di bilancio
1° Correttivo CPB D.Lgs. 108/2024 Introduzione della Flat Tax (10%-15%) sull’extra-reddito concordato Incentivo all’adesione per la quota di reddito incrementale
Sanatoria 1° biennio D.L. 113/2024, art. 2-quater (conv. L. 143/2024) Introduzione del Ravvedimento Speciale (2018-2022), estensione dei termini di adesione al CPB e perfezionamento delle cause di decadenza Oneri complessivi per lo Stato da ravvedimento speciale: 987,5 mln di euro
Sanatoria 2° Biennio D.L. 84/2025, art. 12-ter Estensione del Ravvedimento Speciale per chi aderisce al CPB 2025-2026 (annualità 2019-2023) Oneri complessivi per lo Stato: 395 mln di euro
Decreto Correttivo Omnibus CPB 2026/2027 D.Lgs. 148/2026 Revisione delle regole di rinnovo CPB e riapertura del ravvedimento esteso al 2023 (solo per i rinnovi) Costo ravvedimento pari a 40 mln di euro

Concordato, costo o beneficio? Una stima non calcolabile, per ora

Nel parterre di modifiche in corsa, miglioramenti e incentivi, resta un interrogativo fondamentale al quale non è ancora possibile dare risposta: qual è il bilancio reale del concordato preventivo biennale?

Se da un lato le stime d’incasso sono state progressivamente riviste e “aiutate” dai proventi straordinari delle varie edizioni del ravvedimento speciale, dall’altro manca totalmente il calcolo del cosiddetto costo-opportunità per lo Stato.

Quanto ha perso l’Erario per effetto di tutte quelle partite IVA che, accettando la proposta dell’Agenzia delle Entrate, hanno poi registrato e incassato redditi effettivi notevolmente superiori rispetto a quelli preventivati?

Questo uno dei temi che resta all’attenzione: la via del concordato è stata un’operazione vincente per tutto quel popolo di imprese e professionisti che già aveva certezza di poter incrementare il proprio reddito rispetto alle annualità passate, in caso ad esempio di contratti già firmati o progetti in partenza.

Grazie alla combinazione tra il blocco degli accertamenti analitico-induttivi e l’introduzione della flat tax incrementale dal 10 al 15 per cento, la quota di extra-reddito prodotta rispetto al concordato è rimasta di fatto sottratta all’imposizione ordinaria IRPEF o IRES.

Per le attività più dinamiche o in forte crescita, il patto con il Fisco si è trasformato in un legittimo “scudo dorato”: un’agevolazione che ha consentito di sterilizzare la progressività fiscale proprio sulle fasce di guadagno più elevate.

Ad oggi, questi calcoli non sono ufficialmente quantificabili.

L’Amministrazione finanziaria non dispone ancora dei dati consuntivi completi per mettere a confronto i redditi concordati con i volumi d’affari e i guadagni realmente conseguiti nel biennio dai contribuenti aderenti.

Fino a quando questi numeri non saranno resi noti, l’impatto reale del concordato sui conti pubblici rimarrà un’equazione a metà: un’operazione la cui riuscita non si può misurare solo sul gettito “incassato”, ma sul volume di risorse che lo Stato ha scientemente scelto di non tassare.

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