Continua il viaggio alla scoperta delle aziende genovesi e liguri che fanno innovazione in collaborazione con Fondazione Genova Startup
“Ogni volta che mi chiedono di raccontare la storia di Shopthelook penso che, in realtà, di storie ne esistano due. C’è quella che si vede dall’esterno, fatta di clienti, progetti, eventi, riconoscimenti e, più recentemente, della nascita di Shopping Cube insieme a CIA Conad. E poi c’è quella che conosco io: una storia di decisioni prese con informazioni incomplete, di adattamenti continui e di un esercizio quotidiano di problem solving. È probabilmente questa seconda versione ad aver costruito la prima”, dice l’imprenditrice genovese Ottavia Pittaluga (nella foto).
“Shopthelook nasce da una domanda più che da un’idea. Per anni ho lavorato nel marketing digitale e mi sembrava evidente un paradosso: il commercio online stava diventando sempre più efficiente, ma sempre meno coinvolgente. L’e-commerce era riuscito a semplificare il processo di acquisto, ma aveva perso quasi completamente quella componente esperienziale che rende piacevole entrare in un negozio fisico, scoprire un prodotto, lasciarsi incuriosire”.
Da quella riflessione è nata l’idea di provare a rendere il commercio digitale più immersivo. All’inizio attraverso il 3D e la realtà virtuale, oggi anche grazie all’intelligenza artificiale. Gli strumenti sono cambiati moltissimo, ma la visione è rimasta la stessa: integrare il mondo fisico e quello digitale per offrire alle persone un’esperienza d’acquisto più ricca, naturale e coinvolgente.
“Come accade a molte startup innovative, Shopthelook non è nata nella forma che ha oggi. Nel corso degli anni è cambiata più volte, e non soltanto dal punto di vista del prodotto. Abbiamo ripensato il modello di business, modificato il mercato di riferimento, cambiato tecnologia e imparato ogni volta a mettere in discussione convinzioni che fino al giorno prima sembravano granitiche. In questi anni l’azienda è cresciuta attraversando fasi molto diverse. L’evoluzione della tecnologia, l’arrivo dell’intelligenza artificiale e il cambiamento delle esigenze dei clienti ci hanno portato ad affinare progressivamente la nostra proposta. Non l’ho mai vissuto come un cambio di rotta, ma come il naturale processo di maturazione di un’impresa che opera in un settore in continua trasformazione. Da poco siamo entrati in società con CIA Conad, il colosso della grande distribuzione organizzata per innovare l’esperienza di shopping nei centri commerciali con la neonata The Cube”.
“Quando abbiamo iniziato a lavorare sulla realtà virtuale e sulle esperienze immersive, per il commercio, il termine metaverso non era ancora entrato nel linguaggio comune. Poi da ottobre 2021, dopo l’annuncio di Meta nel Connect 2021, è arrivato il momento in cui sembrava impossibile partecipare a una conferenza senza pronunciarlo almeno dieci volte. Quasi un anno dopo è diventata una parola da evitare. Noi, nel frattempo, continuavamo a sviluppare le tecnologie per il commercio esperienziale”.
“La sfida più impegnativa, tuttavia, non è stata quella tecnologica. I problemi tecnici, per quanto complessi, hanno quasi sempre una soluzione: richiedono studio, metodo, tentativi e tempo. Molto più difficile è gestire tutto ciò che circonda la tecnologia. La burocrazia, i contratti, la gestione economica, i clienti che cambiano idea, le trattative che sembrano concluse e poi sfumano all’ultimo momento. È questa la parte dell’imprenditoria di cui si parla meno, e che invece occupa la maggior parte delle giornate”.
A questo punto la domanda sorge spontanea: ci sono stati momenti in cui hai pensato di mollare tutto?
“Sì, ci sono stati e credo che accada a qualunque imprenditore. La differenza non sta nell’assenza dei dubbi, ma nella capacità di continuare a lavorare anche quando i dubbi ci sono. Non perché ci si senta invincibili, ma perché si affronta un problema alla volta.
Negli anni credo di essere cambiata soprattutto nel modo in cui guardo le difficoltà. Un tempo ogni problema sembrava una montagna; oggi tendo ad adottare una visione oggettiva (faccio mentalmente una sorta di zoom out) e a chiedermi semplicemente quale sia il modo migliore per affrontarlo. Se una soluzione esiste, bisogna trovarla. Se non esiste, significa che bisogna cambiare strada. Sono diventata molto meno affezionata alle mie idee e molto più affezionata ai risultati. Se una strada non funziona, la cambio senza viverla come una sconfitta. È probabilmente la lezione più importante che mi ha insegnato il fare impresa. Riassumerei dicendo che se c’è una cosa che l’imprenditoria mi ha insegnato è convivere con l’incertezza e che è semplicemente l’ambiente naturale in cui un imprenditore opera”.
Consiglieresti a una donna di fare impresa in Italia?
“Sì, ma senza idealizzazioni. L’Italia resta un Paese complesso per chi innova: la burocrazia è pesante, l’accesso ai capitali non è semplice e, in questo una donna deve ancora dimostrare qualcosa in più. Ciò nonostante, credo che se si ha l’indole, valga la pena provarci. L’imprenditoria offre opportunità di vita e di conoscenza straordinarie”.
Ci lasci un consiglio?
“Se dovessi lasciare un consiglio, direi di non innamorarsi della propria idea, ma del problema che si vuole risolvere ai propri clienti. Le idee cambiano, le tecnologie evolvono, i mercati si trasformano. La rete di contatti, l’intelligenza, la creatività, la capacità di osservare la realtà e di adattarsi, invece, restano il vero patrimonio di un imprenditore”.
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