Riforma del Servizio sanitario ferma e senza risorse, l’allarme dei clinici: «Così ospedali e territorio non reggeranno»


Una riforma destinata a ridisegnare il Servizio sanitario nazionale, ma prevista senza nuovi finanziamenti e, secondo i clinici, ancora bloccata in Parlamento.

È l’allarme lanciato dal Forum delle Società scientifiche dei clinici ospedalieri e universitari italiani, il FoSSC, che chiede al Governo di accompagnare il disegno di legge delega sul SSN con risorse adeguate.
Il provvedimento, approvato dal Consiglio dei ministri il 12 gennaio 2026, punta in particolare a rafforzare il collegamento tra ospedali, medici di famiglia e servizi territoriali.

Ma il Forum sottolinea che, senza investimenti aggiuntivi e vincolati, i principi della riforma rischiano di restare sulla carta.

«Il provvedimento è stato previsto a costo zero e da allora è fermo in Senato – sostiene il coordinatore del FoSSC, Francesco Cognetti –. Il Governo deve prevedere un finanziamento adeguato affinché la legge possa essere davvero efficace nel potenziare l’integrazione tra ospedale e territorio».

Il nodo dell’assistenza tra ospedale e territorio
È questo il punto centrale dell’appello: costruire una continuità reale delle cure, evitando che il paziente venga lasciato solo nel passaggio dall’ospedale alla propria abitazione.

L’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle malattie croniche e la maggiore complessità clinica rendono sempre più necessario un sistema capace di seguire la persona anche dopo la dimissione. Servono cure domiciliari, infermieri di comunità, medici di medicina generale integrati nelle reti assistenziali, Case della comunità pienamente operative e collegamenti rapidi con gli specialisti ospedalieri.

Quando questa rete non funziona, il pronto soccorso diventa la principale porta d’ingresso anche per bisogni che potrebbero essere gestiti sul territorio.

Il risultato è un sovraccarico delle emergenze, con pazienti costretti ad attendere per ore o giorni un posto nei reparti.

Secondo il FoSSC, proprio la mancanza di posti letto per acuti e in terapia intensiva contribuisce al fenomeno del “boarding”: persone già visitate e destinate al ricovero che restano sulle barelle perché non possono essere trasferite.

Personale in fuga e specializzazioni poco attrattive
Il secondo fronte critico riguarda medici, infermieri e altri professionisti sanitari. Il Forum denuncia una carenza ormai strutturale, aggravata dall’abbandono del servizio pubblico e dalla difficoltà di rendere attrattive alcune specializzazioni indispensabili.

Tra quelle che raccolgono meno adesioni vengono indicate chirurgia generale, anatomia patologica, anestesia e rianimazione, microbiologia e virologia, patologia clinica e medicina d’emergenza-urgenza.

Sono discipline essenziali per tenere in piedi ospedali, pronto soccorso, laboratori e percorsi diagnostici, ma associate spesso a turni pesanti, elevata responsabilità professionale, rischio di aggressioni e possibilità di carriera considerate insufficienti.

«Assistiamo a un costante esodo del personale sanitario, soprattutto dei più giovani, dal sistema pubblico verso l’estero o verso il privato», avverte Cognetti, indicando tra le cause le retribuzioni inferiori rispetto ad altri Paesi europei e condizioni di lavoro sempre più difficili.

In questo vuoto continuano a inserirsi i medici “a gettone”, professionisti reclutati attraverso cooperative o incarichi temporanei per coprire i turni scoperti. Una soluzione emergenziale che può evitare la chiusura immediata di alcuni servizi, ma che non sostituisce una programmazione stabile degli organici.

Liste d’attesa e mobilità sanitaria
La mancanza di personale, tecnologie e capacità produttiva si traduce anche in tempi più lunghi per visite, esami e interventi. Le liste d’attesa diventano così uno dei punti nei quali la carenza di finanziamenti si manifesta più direttamente nella vita dei cittadini.

Chi può permetterselo ricorre alla sanità privata o paga di tasca propria. Gli altri aspettano, rinunciano alle cure oppure cercano assistenza in un’altra Regione.

Il FoSSC richiama in particolare la crescita della mobilità sanitaria, che penalizza soprattutto i pazienti del Mezzogiorno e sottrae ulteriori risorse ai sistemi regionali più fragili. Il fenomeno, tuttavia, non riguarda soltanto il Sud: nel documento viene segnalata anche la situazione del Lazio.

A pagare il prezzo più alto sono le persone con redditi bassi, gli anziani soli, i malati oncologici, i pazienti cronici e chi vive lontano dai grandi centri ospedalieri.

Il divario con l’Europa
Nel documento il Forum sostiene che l’Italia occupi il diciannovesimo posto in Europa per spesa sanitaria pro capite e l’ultimo tra i Paesi del G7. Il divario indicato sarebbe di circa mille dollari per cittadino rispetto alla media europea e dell’area Ocse.

Il FoSSC stima inoltre in circa 36 miliardi di euro all’anno la distanza complessiva tra la spesa sanitaria italiana e quella media dei Paesi europei e Ocse. Numeri che, precisa il comunicato, renderebbero insufficiente anche l’ipotesi avanzata dal ministro della Salute Orazio Schillaci di destinare cinque miliardi aggiuntivi al SSN con la manovra finanziaria per il 2027.

Cinque miliardi rappresenterebbero comunque un’iniezione rilevante, ma secondo i clinici non basterebbero a recuperare anni di sottofinanziamento e a sostenere contemporaneamente personale, nuove strutture territoriali, posti letto, tecnologie e abbattimento delle liste d’attesa.

Il rapporto con la sanità privata
Il Forum non nega il ruolo delle strutture private accreditate, alcune delle quali vengono definite vere eccellenze, soprattutto nelle Regioni del Nord. Il punto, però, è evitare che la progressiva debolezza degli ospedali pubblici trasformi il ricorso al privato da integrazione programmata a scelta obbligata.

Il servizio pubblico resta infatti l’unico chiamato a garantire universalmente pronto soccorso, terapie intensive, assistenza ai pazienti più complessi e cure anche a chi non può pagare.

«Lo Stato deve assicurare la sopravvivenza della sanità pubblica – conclude Cognetti – perché è l’unico sistema in grado di garantire assistenza appropriata ai malati più fragili e ai cittadini indigenti».

La sfida, dunque, non è soltanto approvare una riforma. È stabilire quante risorse investirvi, dove reperire il personale e attraverso quali indicatori verificare che ospedali e territorio lavorino davvero come un’unica rete. Senza questi passaggi, avvertono i clinici, il rischio è che cambino le norme ma non l’esperienza quotidiana dei pazienti.


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