Inchiesta/Credito, sotto 1 milione si paga un punto in più


A giugno i prestiti alle società non finanziarie crescono del 3,2% annuo, ma sulle nuove operazioni il tasso medio è del 4,38% fino a un milione di euro e del 3,36% oltre quella soglia. I dati regionali di Banca d’Italia mostrano la stessa frattura: il credito torna a crescere soprattutto per le aziende medio-grandi, mentre molte piccole imprese continuano ad arretrare.

A giugno il credito alle imprese italiane non era in ritirata. I prestiti alle società non finanziarie risultavano in aumento del 3,2% rispetto a un anno prima, dopo il 3,5% di maggio. Nello stesso mese, però, il prezzo delle nuove operazioni raccontava un mercato molto meno uniforme: il tasso medio era del 4,38% per i finanziamenti fino a un milione di euro e del 3,36% per quelli superiori. La distanza è di 1,02 punti percentuali, 102 punti base.

La soglia di un milione non coincide automaticamente con la dimensione dell’impresa: anche un’azienda grande può chiedere un finanziamento contenuto e una piccola può ottenere un prestito più elevato. Ma il dato nazionale, letto insieme ai rapporti regionali della Banca d’Italia, illumina una divisione che ricorre da Nord a Sud. Le aziende più grandi e solide vedono più spesso tornare a crescere i finanziamenti; per le imprese minori, invece, il credito continua in molti territori a diminuire e, quando arriva, costa di più.

È una distinzione importante anche per descrivere correttamente la fase attuale. Nell’ultima Bank Lending Survey relativa all’Italia, pubblicata il 21 luglio, le banche hanno segnalato che nel secondo trimestre del 2026 i criteri di offerta sui prestiti alle imprese sono stati lievemente allentati, non irrigiditi. Allo stesso tempo, gli intermediari hanno riferito un atteggiamento più cauto nella valutazione del rischio a causa degli sviluppi geopolitici e dei mercati energetici. La domanda delle aziende è aumentata soprattutto per finanziare scorte e capitale circolante, ristrutturare o rinegoziare debiti e, in parte, anticipare richieste di credito prima di un possibile aumento dei costi.

Dietro la crescita dell’aggregato nazionale c’è quindi una selezione sempre più marcata. Riguarda la disponibilità di denaro, il prezzo, la rischiosità percepita, le garanzie, il settore di attività, la solidità dei bilanci e la possibilità di ricorrere a fonti alternative. Per un’impresa piccola queste differenze pesano di più, perché la banca rimane spesso il principale interlocutore finanziario e l’accesso diretto ai mercati dei capitali è limitato.

La struttura produttiva italiana amplifica il problema. Secondo l’Istat, nel 2022 il 94,9% delle imprese dell’industria e dei servizi di mercato era costituito da microimprese fino a nove addetti. Queste aziende impiegavano il 42,3% degli addetti e producevano il 27,2% del valore aggiunto. All’estremo opposto, nel 2023 le grandi imprese rappresentavano appena lo 0,1% del totale ma generavano circa il 35% del valore aggiunto. Una parte enorme dell’economia italiana, dunque, è composta da soggetti piccoli che hanno minore capacità di diversificare le fonti di finanziamento.

La Lombardia, la regione con il sistema produttivo più grande del Paese, offre una fotografia di lungo periodo particolarmente significativa. Banca d’Italia rileva che le piccole aziende hanno ridotto quasi senza interruzioni i finanziamenti dal 2013, fatta eccezione per la fase pandemica. La loro quota sul credito complessivo alle imprese è scesa da quasi il 40% alla fine del 2012 a poco meno di un quarto nel 2025, mentre il peso delle piccole società sul totale delle società di capitali è rimasto sostanzialmente stabile. Nello stesso rapporto si osserva che nel 2025 le aziende lombarde più solide e di maggiori dimensioni hanno aumentato l’indebitamento bancario.

Quel calo non può essere letto come una lunga sequenza di richieste respinte. La Banca d’Italia segnala che ha inciso anche la demografia delle imprese: più della metà delle piccole aziende attive nel 2012 non risultava più operativa nel 2024, e molte appartenevano alle classi di rischio medio-alto. Una riduzione dello stock dei prestiti può dipendere da una banca più selettiva, ma anche da minori investimenti, maggiore autofinanziamento, estinzione di debiti, cessazione di imprese o minore domanda di credito.

La differenza di costo, tuttavia, è difficile da ignorare. In Emilia-Romagna, nel quarto trimestre del 2025, il tasso annuo effettivo medio sui finanziamenti destinati soprattutto alla liquidità era del 7,2% per le piccole imprese e del 4,2% per quelle medio-grandi: tre punti percentuali di distanza. Il rapporto regionale segnala inoltre che obbligazioni e private equity stanno assumendo un ruolo maggiore, ma il ricorso a queste fonti resta concentrato in poche grandi società e nei settori più innovativi. Chi è grande può scegliere più porte; chi è piccolo continua a dipendere in misura molto maggiore da quella bancaria.

Nel Centro il quadro non cambia sostanzialmente. Nelle Marche, a marzo 2026, ultimo dato disponibile nel rapporto annuale regionale, i prestiti alle imprese medio-grandi crescevano dell’1,4% su base annua, mentre quelli alle piccole diminuivano ancora del 7,1%. In Toscana il credito al settore produttivo si è ridotto dell’1% nel 2025 e il calo è stato del 6,1% per le piccole imprese. Banca d’Italia collega la dinamica toscana sia alla debolezza della domanda sia a condizioni di offerta improntate alla cautela e rileva, su un orizzonte più lungo, una minore quota di credito destinata alle aziende più rischiose e un maggiore utilizzo delle garanzie pubbliche.

Il Mezzogiorno mostra una combinazione ancora più evidente tra ripresa dei volumi e divario dimensionale. In Calabria i prestiti al settore produttivo sono cresciuti del 3,5% nel 2025: +7,3% per le imprese medio-grandi, -2,8% per le piccole. Nel primo trimestre del 2026 la crescita complessiva è salita al 5,1%. Il costo, però, resta più alto della media italiana: nell’ultimo trimestre del 2025 i nuovi finanziamenti per gli investimenti avevano un tasso del 5%, superiore di 0,7 punti al dato nazionale corrispondente, mentre i prestiti per l’operatività corrente erano al 6,8%, 1,9 punti in più.

In Campania il credito alle imprese è tornato a crescere del 2,1% nel 2025 dopo la contrazione iniziata nel 2023. Anche qui la ripartenza ha avuto due velocità: +3,2% per le aziende medio-grandi e -3,7% per le piccole. In Sicilia l’espansione dei finanziamenti al settore produttivo è ripresa dopo oltre due anni di riduzione, ma Banca d’Italia precisa che l’aumento ha riguardato soltanto le imprese di maggiore dimensione.

La geografia conta, soprattutto sul costo, ma non spiega tutto. Una piccola impresa in una regione ricca può trovarsi in una posizione finanziaria meno favorevole di un’azienda medio-grande nel Mezzogiorno. E una società meridionale paga spesso un premio ulteriore legato al contesto locale, alla rischiosità percepita e alla struttura dei mercati. Lo spartiacque passa lungo due linee che si sovrappongono: dimensione dell’impresa e territorio.

L’indagine territoriale della Banca d’Italia su 236 banche aiuta a separare domanda e offerta. Nel secondo semestre del 2025 l’aumento della domanda di finanziamenti da parte delle imprese si è fermato in tutte le macroaree. Il rallentamento è dipeso soprattutto dalla minore necessità di credito per gli investimenti, in particolare al Centro e nel Mezzogiorno e, per l’edilizia, nel Nord. Le politiche di offerta sono rimaste pressoché invariate ma prudenti ovunque; sulla cautela delle banche ha pesato una maggiore percezione del rischio, compensata solo in parte dalla concorrenza tra intermediari.

Il fenomeno non è soltanto italiano. Nell’indagine Survey on the Access to Finance of Enterprises (SAFE) della Banca centrale europea sul secondo trimestre del 2026, riferita all’intera area euro, la disponibilità di prestiti bancari è aumentata per le grandi imprese, con un saldo del 4%, ed è diminuita per le piccole e medie imprese, con un saldo del -4%. Il 42% netto delle aziende ha inoltre segnalato un aumento dei tassi sui prestiti bancari. Il confronto europeo non può essere trasferito automaticamente all’Italia, ma mostra che la divaricazione per dimensione è presente anche fuori dai confini nazionali.

La selezione del credito passa anche dal settore. Nella Bank Lending Survey italiana la Banca d’Italia segnala che nel primo semestre del 2026 i criteri sono stati lievemente irrigiditi soltanto per le imprese manifatturiere ad alta intensità energetica. Nei dodici mesi terminati a giugno, invece, i fattori legati al clima e alle politiche di transizione hanno contribuito ad allentare i criteri per le imprese “green” o in transizione. La vulnerabilità ai costi energetici e il profilo ambientale entrano quindi, insieme ai bilanci, nel modo in cui il rischio viene valutato.

La maggiore selettività non nasce da una crisi di solidità del sistema bancario. A luglio il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha ricordato che redditività, patrimonializzazione e qualità degli attivi delle banche italiane restano robuste; i prestiti deteriorati sono scesi a circa l’1% del totale, da oltre l’8% di dieci anni fa. Panetta ha anche sottolineato quanto il canale bancario resti centrale: i debiti verso le banche rappresentano il 46% dei debiti finanziari delle imprese italiane. Questo rende la capacità delle banche di distinguere tra rischio e semplice piccola dimensione una questione che incide direttamente sugli investimenti del Paese.

Una parte del divario viene assorbita dalle garanzie pubbliche. Tra il 1° gennaio e il 30 giugno 2026 il Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese ha accolto 128.218 domande, sostenendo oltre 23 miliardi di euro di finanziamenti, con circa 16,3 miliardi garantiti. È una rete importante, soprattutto per imprese che dispongono di meno garanzie proprie, ma non cancella le differenze nei tassi, nella valutazione del merito creditizio e nella capacità di costruire un rapporto finanziario stabile.

Chi riesce allora a farsi finanziare? Le statistiche non permettono di compilare un elenco dei “promossi” e dei “respinti”, ma il profilo che emerge è riconoscibile. Hanno più margini le imprese medio-grandi, con bilanci solidi, liquidità, minore probabilità di default e accesso a strumenti alternativi; risultano più esposte le aziende piccole, con maggiore rischio, più dipendenti dal capitale circolante o concentrate in settori e territori percepiti come vulnerabili. Le garanzie pubbliche possono ridurre una parte della distanza, mentre obbligazioni, private equity e coperture finanziarie restano strumenti molto più accessibili alle aziende strutturate.

Il costo di questa frattura non si misura soltanto negli interessi pagati. Quando, come accade in alcuni segmenti regionali, il credito per una piccola impresa costa due o tre punti in più, un investimento marginale può diventare non conveniente, l’acquisto di un macchinario può essere rinviato e il capitale circolante può assorbire più risorse. In un Paese in cui le microimprese rappresentano quasi il 95% del tessuto produttivo, la qualità dell’accesso al credito diventa una componente della produttività, della crescita dimensionale e della capacità di innovare.

La fotografia nazionale più recente disponibile è ancora quella di giugno. Banca d’Italia pubblicherà il 9 settembre i dati di “Banche e moneta” relativi al mese successivo. Il dato aggregato dirà se il credito alle imprese continua a crescere; per capire quanto quella crescita raggiunga davvero il tessuto produttivo più piccolo servirà continuare a guardare sotto la media nazionale, dove tassi, dimensione e territorio raccontano già economie molto diverse.


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