Qualche settimana fa abbiamo posto una questione che Governo e Parlamento non possono continuare a rinviare: può un sistema fiscale reggersi quasi interamente sulle spalle dei lavoratori dipendenti e dei pensionati? Il dato da cui partivamo era eloquente: oltre il 95 per cento del gettito IRPEF è versato da queste due categorie. Sono loro i contribuenti sui quali il fisco può contare sempre, perché il reddito è interamente dichiarato, l’imposta viene trattenuta alla fonte e non esistono possibilità di scegliere regimi fiscali alternativi.
Dentro questo sistema, i dipendenti pubblici rappresentano forse il contribuente più sicuro di tutti. Ed è proprio per questo che, prima che entri nel vivo il cantiere della prossima legge di bilancio, chiediamo al Governo e al Parlamento di affrontare una contraddizione che sta diventando sempre più difficile da giustificare.
Il problema è semplice: quanto rimane davvero nelle tasche di un dipendente pubblico degli aumenti conquistati con il rinnovo del contratto?
Perché una cosa è discutere delle risorse stanziate e degli incrementi lordi. Altra cosa è guardare la busta paga dopo che sono intervenuti contributi, IRPEF, addizionale regionale e addizionale comunale. Ed è da quella cifra, non da quella scritta nelle tabelle contrattuali, che dipende il potere d’acquisto reale di una famiglia. Il CCNL delle Funzioni Centrali 2022-2024 ha riconosciuto un incremento stipendiale medio di circa 165 euro lordi per tredici mensilità, vale a dire poco più di 2.100 euro lordi l’anno.
È stato un risultato importante della contrattazione. Quegli aumenti sono oggi una realtà nelle retribuzioni dei lavoratori e hanno consentito di recuperare almeno una parte della perdita di potere d’acquisto accumulata negli anni dell’inflazione.
Nel frattempo abbiamo compiuto un altro passo avanti: il CCNL 2025-2027 delle Funzioni Centrali è già stato sottoscritto, assicurando continuità alla contrattazione e ulteriori incrementi retributivi. Proprio per questo la questione fiscale non può più essere rinviata. Perché se ogni rinnovo contrattuale richiede risorse pubbliche, mesi di trattativa e responsabilità da parte delle organizzazioni sindacali, non possiamo poi scoprire che una parte troppo consistente del risultato ottenuto ritorna immediatamente allo Stato e agli enti territoriali sotto forma di imposizione fiscale.
Il paradosso diventa ancora più evidente se guardiamo a una scelta compiuta dallo stesso legislatore. La legge di bilancio 2026 ha previsto per gli incrementi retributivi corrisposti in attuazione di rinnovi contrattuali un’imposta sostitutiva del 5 per cento dell’IRPEF e delle addizionali regionali e comunali.
Una scelta che riconosce un principio giusto: se l’aumento contrattuale serve a recuperare potere d’acquisto, è ragionevole evitare che una parte troppo consistente venga immediatamente assorbita dal fisco. Ma quella misura è stata prevista esclusivamente per i lavoratori del settore privato, entro il limite reddituale fissato dalla legge.
E qui nasce una domanda alla quale Governo e Parlamento devono dare una risposta. Per quale ragione un aumento contrattuale dovrebbe essere fiscalmente protetto se lo riceve un lavoratore privato e tassato integralmente secondo le regole ordinarie se lo riceve un dipendente pubblico? L’inflazione è la stessa. Il costo della vita è lo stesso. Il prezzo della spesa, dell’energia, dei trasporti e degli affitti non cambia in base alla natura pubblica o privata del datore di lavoro.
Non chiediamo di togliere qualcosa ai lavoratori del settore privato. Al contrario: consideriamo giusto che il legislatore abbia cominciato a porsi il problema della tassazione degli aumenti salariali. Chiediamo però che lo stesso principio venga applicato anche al lavoro pubblico. Perché diversamente si determina una disparità che diventa ancora più evidente nelle città nelle quali il peso della fiscalità locale è particolarmente elevato. E qui c’è un caso che riguarda molto da vicino le Funzioni Centrali dello Stato: Roma.
Roma ospita i ministeri, le agenzie, gli enti nazionali e una parte rilevantissima delle amministrazioni centrali. Migliaia di lavoratori pubblici vivono nella Capitale e nel Lazio, spesso dopo essersi trasferiti per prendere servizio a seguito di un concorso nazionale. Sono lavoratori che devono confrontarsi con il costo degli affitti, dei trasporti e della vita quotidiana di una grande città. Ma sono anche lavoratori sui quali grava un livello di imposizione locale particolarmente pesante.
Il caso Roma
Prendiamo, a titolo indicativo, un dipendente statale con una RAL di 35.000 euro. Deducendo una contribuzione previdenziale a carico del lavoratore nell’ordine dell’8,8 per cento, l’imponibile fiscale può essere stimato intorno a 31.900 euro. Su questo reddito:
Addizionale regionale Lazio: circa 823 euro l’anno
Addizionale comunale Roma Capitale: circa 287 euro l’anno
Totale addizionali: circa 1.110 euro l’anno
Significa un peso equivalente a circa 92 euro al mese su dodici mesi, per le sole addizionali regionale e comunale.
È una simulazione indicativa: il calcolo effettivo varia in funzione della situazione fiscale e previdenziale individuale. Ma l’ordine di grandezza è questo. Il dato merita di essere messo accanto a quello del contratto.
Il CCNL 2022-2024 ha riconosciuto un incremento medio di circa 165 euro lordi al mese per tredici mensilità, cioè circa 2.145 euro lordi l’anno.
Per un lavoratore romano con una retribuzione intorno ai 35.000 euro, il peso complessivo delle sole addizionali IRPEF può contemporaneamente superare i 1.100 euro l’anno.
Naturalmente sarebbe tecnicamente sbagliato sostenere che quelle addizionali siano generate dal rinnovo contrattuale: il lavoratore le pagava anche prima. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il rapporto tra queste cifre. Perché esse ci dicono quanto sia difficile trasformare un aumento contrattuale lordo in un vero incremento del potere d’acquisto.
Lo Stato mette risorse nel contratto per aumentare gli stipendi. Il lavoratore vede crescere sulla carta la propria retribuzione. Ma tra contribuzione, IRPEF ordinaria e addizionali locali, una parte rilevante di quell’incremento viene assorbita prima ancora di diventare reddito disponibile.
E nelle realtà in cui le addizionali sono più alte, come Roma e il Lazio, questa contraddizione diventa ancora più evidente. Questo dovrebbe interessare direttamente anche lo Stato nella sua veste di datore di lavoro. Da anni discutiamo della difficoltà delle amministrazioni centrali ad attrarre giovani professionalità, tecnici, informatici, funzionari altamente qualificati. Organizziamo concorsi, parliamo di merito, di competenze, di rinnovamento della Pubblica Amministrazione.
Poi chiediamo a un giovane vincitore di concorso di trasferirsi a Roma, di sostenere il costo di un affitto nella Capitale e di vivere con una retribuzione che subisce integralmente il prelievo fiscale nazionale e locale. Non possiamo stupirci se, alla fine, il posto pubblico diventa meno attrattivo. Per questo la questione che poniamo non è soltanto sindacale.
È una questione di politica dei redditi e, in ultima analisi, di capacità dello Stato di avere una Pubblica Amministrazione efficiente. Nel nostro precedente intervento abbiamo ricordato che il peso dell’IRPEF grava ormai in misura pressoché totale sui redditi da lavoro dipendente e da pensione.
Il problema resta tutto lì. Negli anni si sono moltiplicati i regimi sostitutivi, le flat tax e le forme di tassazione agevolata. Il lavoratore dipendente, invece, continua a pagare l’imposta ordinaria fino all’ultimo euro. Il dipendente pubblico non può scegliere il proprio regime fiscale. Non può trasformare il proprio reddito in un’altra categoria. Non può decidere quando dichiararlo. Non può utilizzare un’imposta sostitutiva al posto dell’IRPEF ordinaria se il legislatore non glielo consente.
Ogni mese lo Stato conosce esattamente quanto guadagna e trattiene esattamente quanto deve pagare. È il contribuente ideale. Ma il contribuente ideale non può diventare il contribuente da colpire ogni volta che servono risorse. La legge di bilancio che Governo e Parlamento si apprestano a costruire deve partire anche da questa consapevolezza.
Noi poniamo tre questioni molto concrete.
La prima: estendere ai dipendenti pubblici la defiscalizzazione degli aumenti derivanti dai rinnovi contrattuali, naturalmente individuando limiti e modalità sostenibili per la finanza pubblica, ma superando una discriminazione fondata esclusivamente sulla natura pubblica o privata del datore di lavoro.
La seconda: ridurre strutturalmente il peso dell’IRPEF sui redditi da lavoro dipendente, che non possono continuare a sostenere una quota sproporzionata del finanziamento dell’imposta sul reddito personale.
La terza: aprire una riflessione sul peso delle addizionali regionali e comunali, soprattutto nei territori nei quali la loro somma raggiunge livelli tali da incidere pesantemente sui redditi medi.
Roma è l’esempio più evidente per le Funzioni Centrali. Non perché i dipendenti pubblici romani debbano avere un privilegio, ma perché è paradossale che lo Stato concentri nella Capitale una parte rilevante delle proprie strutture amministrative, chieda ai propri dipendenti di lavorare e spesso di trasferirsi qui, e poi ignori completamente il differenziale di pressione fiscale e di costo della vita che essi devono sopportare.
La contrattazione ha fatto e continuerà a fare la propria parte. Abbiamo chiuso il ciclo 2022-2024 e abbiamo già sottoscritto il contratto 2025-2027. Abbiamo dimostrato che è possibile restituire continuità ai rinnovi e impedire che il pubblico impiego torni alla stagione dei contratti fermi per anni. Adesso deve fare la propria parte la politica fiscale.
Perché un rinnovo contrattuale ha senso se produce un aumento reale del reddito disponibile. Altrimenti rischiamo un cortocircuito: lo Stato stanzia risorse per aumentare lo stipendio del proprio dipendente e, contemporaneamente, attraverso il sistema fiscale, ne riassorbe una parte troppo consistente.
È il momento di interrompere questo meccanismo. La prossima legge di bilancio può farlo. Ma Governo e Parlamento devono porsi il problema adesso, prima che le scelte siano già state fatte e le risorse già distribuite. Non chiediamo privilegi. Chiediamo che quando si parla di difendere i salari dall’inflazione, un euro di aumento contrattuale abbia la stessa dignità fiscale per chi lavora nel pubblico e per chi lavora nel privato.
E chiediamo che, una volta riconosciuto un aumento ai dipendenti dello Stato, una parte eccessiva di quell’aumento non torni immediatamente indietro sotto forma di tasse.
Altrimenti continueremo a chiamarli aumenti. Ma per i lavoratori saranno sempre molto meno di quanto sembrano.
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