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Per la prima volta dall’avvio della Driving Urban Transitions Partnership nessuna Funding Agency italiana finanzia la call annuale. E la notizia è passata quasi inosservata. Eppure l’Italia resta nella Partnership e soltanto pochi mesi fa DUT figurava ancora nella programmazione finanziaria ministeriale. Nel frattempo il contributo nazionale è passato, nell’arco di cinque call, da 18 milioni a zero. Non è soltanto una questione di fondi: è legittimo chiedersi quale posto vogliamo occupare nelle reti che stanno progettando le città europee dei prossimi decenni.
La DUT Call 2026 è aperta. Ventotto Paesi partecipano a una call da circa 49 milioni di euro per finanziare progetti transnazionali di ricerca e innovazione dedicati alla trasformazione delle città. L’Italia non è tra i Paesi finanziatori. È la prima volta che accade nelle cinque call lanciate dalla Driving Urban Transitions Partnership dal 2022.
Quello che colpisce è l’alone di silenzio sul tema. La copertura stampa italiana della nuova call si è concentrata finora soprattutto sui topic, sul budget complessivo, sulle scadenze e sulle opportunità offerte dalla Partnership. Molto meno sulla circostanza che, nel 2026, università, centri di ricerca, imprese e amministrazioni italiane non dispongano di una Funding Agency nazionale attraverso la quale ottenere il finanziamento DUT.
Ma non è Bruxelles ad aver escluso l’Italia
DUT è una European Partnership cofinanziata attraverso Horizon Europe. Il sistema prevede che le singole Funding Agencies nazionali e regionali decidano di aderire alle call e mettano a disposizione le risorse con le quali finanziare i propri beneficiari. La Commissione europea cofinanzia la Partnership ma non decide che ciascun Paese debba partecipare a ogni edizione.
Nel Call Text definitivo della DUT Call 2026 compaiono 28 Paesi finanziatori, non l’Italia. Ma l’Italia non è uscita dalla Driving Urban Transitions Partnership, il progetto europeo continua fino alla fine del 2030 e il Ministero dell’Università e della Ricerca resta tra i soggetti italiani coinvolti nella Partnership. E c’è di più: nel Call Text 2026 il MUR compare addirittura nella DUT Call Secretariat, insieme alla romena UEFISCDI e alla francese ANR.
Il paradosso è quindi evidente: l’Italia è dentro la Partnership, partecipa alla struttura che gestisce la call ma non finanzia i propri partecipanti. Università, imprese, Comuni o centri di ricerca italiani possono ancora entrare nei consorzi DUT come Cooperation Partners finanziando autonomamente le proprie attività o utilizzando altre risorse. Questo vuol dire che non possono ricevere alcun contributo attraverso un’agenzia nazionale italiana e non vengono conteggiati tra i tre partner finanziabili provenienti dai tre differenti Paesi necessari per costruire un consorzio ammissibile.
Da 18 milioni a zero
Il budget messo a disposizione impressiona soprattutto per la velocità con cui è cambiato. Nella DUT Call 2022 l’Italia disponeva di due Funding Agencies: il Ministero dello Sviluppo economico metteva a disposizione 16 milioni di euro, il MUR altri 2 milioni, per un commitment nazionale annunciato di 18 milioni. Nel 2023 lo schema viene confermato: 16 milioni MIMIT e 2 milioni MUR. Ancora 18 milioni. Nel 2024 il MIMIT scompare dalla call. Rimane il MUR con 1,5 milioni FIRST e 500 mila euro FESR, quindi 2 milioni. Nel 2025 rimane un solo milione di euro attraverso il MUR e il FESR, limitato inoltre alle sette Regioni meno sviluppate interessate dal PN Ricerca, Innovazione e Competitività: Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. Nel 2026 zero.
Attenzione però a un fatto importante: questi numeri rappresentano commitment, cioè risorse dichiarate disponibili dalle amministrazioni nelle rispettive call. Non coincidono con quanto è stato successivamente erogato. Ed è proprio confrontando le dotazioni con le richieste dei partecipanti che l’analisi si complica.
Quando avevamo 16 milioni e non riuscivamo a utilizzarli
Nel 2022 il canale del Ministero dello Sviluppo economico disponeva di 16 milioni di euro. Le pre-proposte associate alla Funding Agency MISE furono appena sei. Tre risultarono eleggibili. Dopo il widening vennero presentate tre full proposal e due progetti furono suggeriti per il finanziamento. I partner italiani finanziabili erano tre, la richiesta complessiva associata ai progetti suggeriti ammontava a 557.715 euro. Dei sedici milioni disponibili poco più di mezzo milione richiesto dai progetti arrivati alla selezione finale. La sproporzione era talmente evidente che intervenne il Ministero.
Nel marzo 2023 il MIMIT attivò una procedura di widening per consentire a imprese italiane di entrare in consorzi transnazionali che avevano già superato la prima fase senza partner industriali nazionali. Gli atti ministeriali parlano esplicitamente di undersubscription e di scarsa partecipazione dei proponenti rispetto alle risorse disponibili.
La questione però non è così immediata perché nello stesso anno un’altra Italia stava paradossalmente facendo l’esatto contrario.
Quando avevamo 2 milioni e ne chiedevamo più di 3
Nella stessa DUT Call 2022 il MUR disponeva di appena 2 milioni di euro. Le pre-proposte associate alla sua linea furono però 56. Quarantanove superarono il controllo di eleggibilità transnazionale, 23 furono invitate alla seconda fase e 13 progetti vennero suggeriti per il finanziamento. I partner italiani finanziabili presenti nei progetti suggeriti erano 19. La richiesta finanziaria complessiva raggiungeva circa 3,21 milioni di euro.
Quindi nello stesso Paese, sulla stessa call, nello stesso momento, esistevano due realtà quasi opposte: una linea industriale MISE con 16 milioni disponibili e una domanda finale molto bassa, una linea MUR con appena 2 milioni e progetti selezionati che chiedevano oltre 3 milioni.
L’anno successivo il fenomeno si ripete: Il MIMIT mette ancora a disposizione 16 milioni, le pre-proposte salgono a 16, dodici risultano eleggibili, quattro arrivano alla seconda fase e tre progetti vengono suggeriti per il finanziamento. La richiesta associata è di circa 2,21 milioni di euro. Un deciso miglioramento rispetto al 2022 ma sempre una frazione dei 16 milioni disponibili. Il MUR, al contrario, dispone ancora di 2 milioni e riceve 57 pre-proposte, cinquantadue risultano eleggibili, 26 arrivano alla seconda fase e 19 progetti vengono suggeriti per il finanziamento. La richiesta raggiunge circa 4,48 milioni di euro. Ancora una volta il canale della ricerca chiede più di quanto lo Stato abbia messo a disposizione. Il canale industriale chiede molto meno.
Questa è forse la prima lezione della storia DUT italiana: non basta dire che un Paese partecipa poco o partecipa molto. Bisogna capire chi partecipa, attraverso quale strumento, con quali regole e con quale capacità di costruire consorzi competitivi.
DUT non è l’unico problema
L’undersubscription industriale non riguardava soltanto Driving Urban Transitions. Nel 2023 il MIMIT intervenne sul sistema con cui il PNRR sosteneva la partecipazione italiana a più European Partnerships. Il decreto del 13 giugno rilevava, nel complesso delle iniziative coinvolte, richieste di agevolazione inferiori alle risorse stanziate per diverse call 2022 e 2023. Esisteva il rischio concreto di non riuscire a utilizzare integralmente i fondi. Il Ministero introdusse quindi maggiore flessibilità permettendo anche di utilizzare in altre call o partnership le risorse rimaste eccedenti.
DUT era dunque parte di un problema più vasto di cui però non possiamo stabilire con certezza quali fossero le cause. Complessità amministrativa? Doppio livello nazionale ed europeo? Difficoltà delle imprese, soprattutto piccole e medie, a investire nella costruzione di consorzi transnazionali? Tempi? Regole?
Nel 2024 i soldi crollano, le proposte no
Nel 2024 il MIMIT non compare più tra i finanziatori DUT. Il MUR mette a disposizione complessivamente 2 milioni di euro: 1,5 milioni FIRST e 500 mila FESR. Sulla linea FIRST vengono registrate 80 pre-proposte, settantuno risultano transnazionalmente eleggibili, 29 full proposal vengono effettivamente presentate e 12 progetti risultano suggeriti per il finanziamento. La richiesta associata è di circa 2,59 milioni.
La componente FESR registra altre quattro pre-proposte e due progetti suggeriti con circa 339 mila euro richiesti. Le richieste dei progetti suggeriti arrivano quindi a circa 2,93 milioni a fronte di un commitment nazionale complessivo di 2 milioni. Il finanziamento era crollato, la domanda no.
Nel 2025 resta un milione
Nel 2025 il perimetro si restringe ancora. Rimane un milione MUR-FESR destinato soltanto alle sette Regioni meno sviluppate del Mezzogiorno. Eppure la linea registra 29 pre-proposte, ventitré risultano eleggibili, 16 vengono invitate alla seconda fase, 15 full proposal vengono presentate e sei progetti risultano suggeriti per il finanziamento. I partner italiani finanziabili sono 13, la richiesta associata ai progetti suggeriti raggiunge circa 1,21 milioni.
Anche con un solo milione disponibile e una platea territorialmente molto più ristretta, la domanda non scompare. Poi arriva il 2026 e scompare il finanziamento.
L’Italia partecipa molto all’Europa, ma raccoglie poco
Per capire se DUT sia una semplice eccezione occorre guardare a Horizon Europe nel suo complesso. I dati più recenti presentati da APRE, aggiornati all’11 gennaio 2026, dicono che tra il 2021 e il 2025 l’Italia ha ottenuto circa 4,46 miliardi di euro, pari all’8,43% delle risorse assegnate. Siamo il terzo Paese per numero di partecipazioni ma soltanto il quinto per ritorno finanziario. Il problema non è dunque l’assenza italiana dall’Europa, al contrario gli italiani presentano progetti, costruiscono consorzi, partecipano. La nostra posizione peggiora quando dalla quantità delle partecipazioni si passa alla quantità dei finanziamenti ottenuti.
Nel periodo 2021-2024 l’Italia rappresentava il 9,60% delle partecipazioni finanziate di Horizon Europe, ma soltanto l’8,71% dei contributi economici.
E proprio sulle città perdiamo posizioni
Ancora più significativo è il confronto con la Mission europea Climate-Neutral and Smart Cities, probabilmente l’ambito Horizon Europe più vicino alle questioni trattate da DUT. L’Italia conta 66 partecipazioni finanziate e circa 24,28 milioni di euro ottenuti. Siamo terzi in Europa per numero di partecipazioni ma sesti per finanziamenti. L’Italia rappresenta l’8,44% delle partecipazioni della Mission ma soltanto il 6,62% del finanziamento.
Non manca la presenza ma una parte della capacità di trasformare quella presenza in risorse, progetti più grandi, coordinamenti e leadership. Ed è qui che DUT smette di sembrare un caso isolato.
Non possiamo dare la colpa alle imprese
Anche il racconto secondo cui le imprese italiane sarebbero poco interessate alla ricerca europea è troppo semplice. APRE mostra che il peso del settore privato nei finanziamenti Horizon Europe ottenuti dall’Italia è 6,2 punti percentuali superiore alla corrispondente quota europea. Le PMI italiane registravano 1.929 partecipazioni e oltre 603 milioni di euro di contributi.
Il problema osservato nella DUT 2022 e 2023 sul canale MISE-MIMIT è dunque reale ma è specifico, non descrive automaticamente l’intero sistema industriale italiano nei programmi europei.
DUT sembra semmai avere esasperato alcune fragilità: la capacità di intercettare strumenti complessi, di costruire partenariati in anticipo, di lavorare contemporaneamente su innovazione, territorio e dimensione internazionale.
Marzo 2026: DUT era ancora nei programmi
Il 20 marzo il MUR approva il Decreto direttoriale n. 90: la programmazione mette a disposizione complessivamente 30 milioni di euro. Di questi 21 milioni sono destinati complessivamente al cofinanziamento delle call di 21 European Partnerships. Nell’elenco c’è DUT.
Non significa che a DUT fossero già stati assegnati uno o due milioni, il decreto non stabilisce una dotazione specifica per ciascuna Partnership. Significa però che nel marzo 2026 Driving Urban Transitions rientrava ancora nel perimetro delle iniziative che il MUR prevedeva di sostenere. Poi qualcosa cambia.
Nel draft della Call 2026 pubblicato in luglio l’Italia non compare, durante l’estate il testo viene aggiornato, il 1° settembre la call apre: ventotto Paesi, l’Italia no.
E non è successo soltanto con DUT
Anche la Clean Energy Transition Partnership – CETP era inserita nella programmazione MUR di marzo, eppure la CETP Call 2026 è partita senza finanziamento italiano dopo anni nei quali l’Italia aveva partecipato attraverso MUR, MIMIT e RSE. Ma contemporaneamente il MUR non si è ritirato da tutte le European Partnerships: per la Sustainable Blue Economy Partnership – SBEP 2026 sono stati assicurati 3 milioni di euro.
Il quadro diventa quindi: CETP, Italia assente; DUT, Italia assente; SBEP: Italia presente con 3 milioni. Non si tratta di una ritirata generale dall’Europa della ricerca ma di una evidente selezione. Quello che ancora non sappiamo è il motivo.
Nessuno ne parla
Come si è detto all’inizio di questo articolo il passaggio più sorprendente arriva quando si cerca un po’ di rassegna stampa: la Call DUT è stata aperta il 1° settembre, la perdita del finanziamento nazionale riguarda una Partnership alla quale l’Italia aveva partecipato fin dalla prima edizione, il commitment annunciato è passato da 18 milioni a zero in cinque call, eppure la notizia è ad oggi passata inosservata.
La copertura nazionale reperibile presenta prevalentemente DUT 2026 come un nuovo bando europeo: obiettivi, scadenze, temi, partenariati. In alcuni casi la call viene segnalata genericamente tra le opportunità disponibili senza neppure evidenziare che un soggetto italiano non dispone quest’anno di una Funding Agency nazionale.
Per CETP la stampa specializzata ha invece già titolato esplicitamente sull’“Italia assente”. Per DUT quasi nulla. Nelle fonti istituzionali e nella stampa specializzata consultate, al 3 settembre 2026, non emerge una dichiarazione ministeriale che chiarisca la ragione della mancata adesione finanziaria italiana.
Che cosa stiamo perdendo?
Il rischio è leggere tutto attraverso una cifra: zero milioni italiani nel 2026. Ma non sono soltanto i soldi a essere in gioco. Le European Partnerships costruiscono reti, mettono insieme amministrazioni pubbliche, università, centri di ricerca, imprese, organizzazioni sociali, creano relazioni che sopravvivono ai singoli bandi. Oltre a questo producono living lab, sperimentazioni, metodologie, dimostratori, permettono a una città italiana di confrontarsi con una città svedese, tedesca, francese o olandese non soltanto in un convegno ma lavorando per tre anni sullo stesso problema. Formano anche tecnici, creano competenze, portano imprese dentro nuovi mercati e permettono alle amministrazioni di sperimentare senza dover sostenere da sole l’intero costo dell’innovazione. E soprattutto permettono di essere nei luoghi in cui vengono costruiti i modelli che potrebbero successivamente diventare politiche europee.
È questo che rischiamo di perdere, non soltanto un finanziamento.
È questa l’Italia che vogliamo?
Non è una domanda retorica sull’Europa ma una domanda sul Paese. Vogliamo essere un’Italia che entra nelle reti internazionali soltanto quando esiste una grande dotazione straordinaria? Vogliamo continuare a essere tra i primi Paesi per numero di partecipazioni ai programmi europei e perdere posizioni quando arrivano i finanziamenti?
DUT è contemporaneamente un’eccezione e una cartina di tornasole. È un’eccezione perché l’undersubscription della componente industriale MISE-MIMIT nel 2022 e 2023 è molto più forte del normale divario italiano osservato nei programmi europei. Diventa una cartina di tornasole perché restituisce un problema che Horizon Europe mostra chiaramente: abbiamo persone, università, imprese, amministrazioni e centri di ricerca capaci di stare in Europa, ma abbiamo difficoltà a trasformare quella presenza in leadership, grandi progetti e maggiori risorse.
E abbiamo, forse, ancora più difficoltà a costruire intorno alla partecipazione europea una politica nazionale continua e leggibile.
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