l muro tariffario costruito dall’amministrazione Trump non sta ancora producendo il risultato che la Casa Bianca si attendeva. Gli Stati Uniti continuano infatti a comprare dall’estero più di quanto riescano a vendere sui mercati internazionali e, a luglio, il deficit commerciale relativo alle merci ha registrato un nuovo forte aumento. Il disavanzo è cresciuto del 17,2% rispetto a giugno, arrivando a 118,8 miliardi di dollari: il livello più elevato dal marzo 2025, quando le aziende americane avevano accelerato gli acquisti dall’estero in previsione dell’annuncio dei nuovi dazi del cosiddetto “Liberation Day”.

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Il dato, diffuso dal Dipartimento del Commercio, è risultato superiore alle attese degli economisti interpellati da Bloomberg e racconta una dinamica più complessa rispetto alla semplice contrapposizione tra importazioni ed esportazioni. Perché dietro il nuovo allargamento del deficit non c’è soltanto la capacità delle imprese straniere di continuare a vendere negli Stati Uniti nonostante le tariffe. C’è soprattutto una domanda interna americana ancora robusta, che sta alimentando una corsa agli investimenti nelle tecnologie legate all’intelligenza artificiale. E una parte consistente delle apparecchiature necessarie per sostenere questa trasformazione industriale arriva dall’estero.

Importazioni ai massimi: l’intelligenza artificiale spinge la domanda

A luglio le importazioni americane di merci sono aumentate del 3,7%, raggiungendo quota 318,2 miliardi di dollari. È il valore più alto dal record registrato nel marzo del 2025. Il dato più significativo, però, riguarda la composizione degli acquisti: le importazioni di beni strumentali sono aumentate dell’11,3%, spinte dalla domanda di apparecchiature e componenti ad alta tecnologia destinati agli investimenti nell’intelligenza artificiale.

È proprio questa componente a ridimensionare, almeno in parte, la lettura del deficit come semplice segnale di debolezza dell’economia americana. Le imprese stanno comprando macchinari, infrastrutture e tecnologie necessarie per alimentare un ciclo di investimenti che, per ora, non mostra segnali evidenti di rallentamento. Matthew Martin, economista senior per gli Stati Uniti di Oxford Economics, ha sottolineato come la categoria dei beni strumentali sia sostenuta dalla spesa delle imprese in prodotti ad alta tecnologia associati allo sviluppo dell’AI. La previsione è che queste importazioni continueranno a sostenere la crescita complessiva degli acquisti dall’estero fino alla parte avanzata del 2027.

Il fenomeno mostra una delle contraddizioni più interessanti della politica commerciale americana. L’obiettivo dei dazi è ridurre la dipendenza dagli acquisti esteri e incentivare la produzione domestica. Ma quando le aziende americane devono costruire rapidamente data center, sistemi di calcolo, infrastrutture digitali e impianti destinati alla nuova economia dell’intelligenza artificiale, la disponibilità immediata di forniture internazionali può diventare più importante della protezione tariffaria. In altre parole, la trasformazione tecnologica corre più velocemente della capacità dell’economia americana di sostituire tutte le componenti importate.

Esportazioni in calo e commercio estero che pesa sul Pil

Se le importazioni aumentano, le esportazioni procedono nella direzione opposta. Dopo avere raggiunto un livello record ad aprile, le vendite americane di merci all’estero sono diminuite del 2,9% a luglio, scendendo a 199,4 miliardi di dollari, il livello più basso da gennaio. A determinare gran parte della flessione è stata la contrazione dell’11,2% delle esportazioni di forniture industriali, una categoria che comprende anche greggio e prodotti petroliferi.

Il risultato è un doppio movimento che allarga rapidamente il divario commerciale: da una parte entrano più merci, soprattutto beni strumentali e prodotti ad alta tecnologia; dall’altra diminuisce il valore delle vendite americane all’estero. Per la contabilità nazionale questo ha un effetto immediato. Kathy Bostjancic, capo economista di Nationwide, ha osservato che il deficit commerciale sui beni, superiore alle aspettative, peserà sulla crescita del Pil nel terzo trimestre, ma ha anche sottolineato come il dato rifletta soprattutto la forte domanda di prodotti legati all’intelligenza artificiale, più che una debolezza dell’economia statunitense.

Il precedente trimestre offre già una misura dell’impatto che il commercio estero può avere sulla crescita americana. Tra aprile e giugno il saldo negativo degli scambi ha sottratto 1,14 punti percentuali alla crescita del Pil statunitense, calcolata su base annualizzata. L’allargamento del deficit registrato a luglio rischia dunque di accentuare il contributo negativo del commercio estero anche nel terzo trimestre. Secondo le stime di Oxford Economics, l’impatto potrebbe essere pari ad almeno un altro punto percentuale.

I numeri definitivi sul commercio di luglio saranno disponibili il 3 settembre, quando saranno pubblicati anche i dati relativi al saldo dei servizi e quelli sulle merci corretti per l’inflazione. Insieme alle informazioni sulle scorte, questi indicatori contribuiranno a determinare la stima preliminare del governo americano sul Pil del terzo trimestre, attesa in ottobre.

Le aziende accumulano scorte mentre la politica dei dazi cambia

A rendere ancora più complesso il quadro c’è il comportamento delle imprese. Le aziende americane stanno infatti cercando di proteggersi dall’incertezza commerciale accumulando beni e materiali e anticipando, quando possibile, gli acquisti dall’estero. A luglio le scorte del settore retail sono aumentate dello 0,7%, mentre anche i grossisti hanno continuato a rifornire i propri magazzini.

È un comportamento razionale in un ambiente nel quale le regole commerciali cambiano rapidamente. Le imprese devono decidere oggi quali beni acquistare e a quali condizioni, senza sapere con certezza quali saranno le tariffe applicate nelle settimane o nei mesi successivi. L’effetto può essere paradossale: proprio la minaccia di dazi più elevati può spingere un’azienda ad aumentare temporaneamente le importazioni, nel tentativo di anticipare l’entrata in vigore di nuove tariffe.

La guerra commerciale, inoltre, non riguarda più soltanto il rapporto tra prezzi all’importazione e produzione domestica. Sta iniziando a influenzare le decisioni di investimento delle multinazionali. Il caso di Honda è particolarmente significativo. Il gruppo automobilistico giapponese intende aumentare entro il 2030 la propria capacità produttiva in Nord America attraverso un nuovo stabilimento negli Stati Uniti, ma il vicepresidente esecutivo Noriya Kaihara ha avvertito che i piani potrebbero essere rivisti se non sarà preservato l’accordo di libero scambio Usmca tra Stati Uniti, Messico e Canada.

La contraddizione della strategia commerciale di Trump

Il dato di luglio non dimostra da solo che i dazi siano inefficaci. Le tariffe possono produrre effetti sui prezzi, modificare le catene di fornitura e incentivare nel tempo la localizzazione di alcune produzioni negli Stati Uniti. Ma i numeri mostrano che, almeno per ora, non sono riuscite a invertire la dinamica fondamentale del commercio americano.

Il deficit delle merci è salito a 118,8 miliardi di dollari, le importazioni sono arrivate a 318,2 miliardi e le esportazioni sono scese a 199,4 miliardi. La componente più dinamica degli acquisti dall’estero è proprio quella dei beni strumentali, aumentata dell’11,3% e strettamente collegata alla corsa agli investimenti nell’intelligenza artificiale. Il paradosso è evidente: mentre Washington cerca di ridurre la dipendenza dagli altri Paesi, l’economia americana sta investendo massicciamente in una tecnologia che richiede ancora una rete globale di fornitori.

Per Trump, il problema è quindi più complicato di quanto suggerisca lo slogan della riduzione del deficit attraverso i dazi. Il commercio internazionale non è una partita nella quale basta aumentare il prezzo delle merci importate per ottenere automaticamente più produzione interna. Quando le imprese hanno bisogno di tecnologie, componenti e macchinari che non possono essere sostituiti rapidamente, la domanda estera può rimanere elevata anche in presenza di barriere tariffarie.

E l‘intelligenza artificiale rischia di rendere questa contraddizione ancora più evidente. Se il ciclo di investimenti nei data center e nelle infrastrutture AI proseguirà come previsto, gli Stati Uniti potrebbero continuare a importare grandi quantità di beni strumentali ancora per diversi anni. Il deficit commerciale, almeno nel breve periodo, potrebbe così diventare non tanto il sintomo di un’economia americana debole, quanto il conto collaterale di una corsa tecnologica nella quale Washington vuole essere protagonista ma che, per ora, continua ad avere una forte componente internazionale.


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 Cristina Giua

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