Un’estate torrida tra isolamento e digitale, come difendersi? Ne abbiamo parlato con il Professor Stefano Vicari, Professore Ordinario di Neuropsichiatria Infantile presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e Responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma.
Professor Vicari, stiamo vivendo un’estate torrida che ci porta a restare a casa per molto tempo. Cosa comporta per i giovani questo isolamento che qualcuno paragona addirittura a un nuovo lockdown?
È vero, è un fenomeno che i ragazzi stessi ci raccontano, a causa di questa forte ondata di caldo i loro spostamenti si sono ridotti. Quelli che hanno la fortuna di poter andare in vacanza con i genitori ne risentono meno, ma nelle grandi città i ragazzi tendono a isolarsi più facilmente, anche per via delle alte temperature. Ovviamente il caldo non è l’unico fattore da analizzare, ma ne rappresenta uno degli elementi. Ad ogni modo, ciò a cui i genitori dovrebbero prestare particolare attenzione è l’eventuale tendenza dei figli a chiudersi in casa, evitando così le relazioni con i coetanei e tutte quelle attività che possono favorire la socialità, la condivisione e, di conseguenza, una crescita più serena.
Lo stare a casa porta a un uso ancora più prolungato dei dispositivi digitali, strumenti che possono creare dipendenza e isolarci. Quali sono gli effetti del digitale sulle menti in via di sviluppo di bambini e ragazzi?
Esattamente. Il rischio dell’isolamento si presenta soprattutto quando c’è facilità di accesso a Internet, in particolare tramite lo smartphone, che ormai viene consegnato non solo agli adolescenti, ma anche a bambini molto piccoli. Se manca il controllo da parte degli adulti, il bambino o l’adolescente può farne un uso eccessivo, sia per il numero di ore trascorse al telefono, sia per i contenuti esplorati. Oggi i dati ci dicono che i bambini arrivano a passare fino a 5-6 ore al giorno scorrendo i contenuti sullo schermo, mentre in alcuni casi gli adolescenti superano persino le 12 ore quotidiane.
I dati evidenziano inoltre che il 70% dei ragazzi sopra i 14 anni dichiara di soffrire di una forma di dipendenza dallo smartphone. E quando parliamo di dipendenza, ci riferiamo proprio a quel fenomeno che abbiamo imparato a conoscere negli anni Settanta legato alle sostanze: il bisogno continuo di avere a disposizione il dispositivo o l’accesso alla rete, così com’era per la sostanza. Se lo strumento non è disponibile, ad esempio perché la batteria si scarica, o perché viene dimenticato o perso, si possono verificare vere e proprie crisi di forte agitazione o persino di aggressività.
I casi di dipendenza da smartphone e Internet stanno aumentando notevolmente. Come dicevo, non si tratta solo del tempo trascorso online, ma anche dei contenuti a cui si è esposti. All’Ospedale Bambino Gesù, ad esempio, iniziamo a seguire bambini che sviluppano una dipendenza o comportamenti sessuali incongrui appresi proprio tramite la rete. Mi viene in mente la storia di un ragazzo che frequentava la seconda classe della scuola secondaria di primo grado, quindi di circa 13 anni, che, nei mesi in cui l’ho seguito, non andava più a scuola pur essendo in pieno periodo scolastico, proprio perché aveva sviluppato una grave dipendenza dalla pornografia.
Questo esempio serve a far comprendere ai genitori che questo aspetto non va sottovalutato. Tuttavia, non bisogna nemmeno fare del terrorismo psicologico, nel senso che non è lo smartphone in sé a causare disturbi mentali, ma ne aumenta notevolmente il rischio, soprattutto in presenza di una vulnerabilità o fragilità psicologica preesistente. Una dipendenza da smartphone può favorire la comparsa di ansia, depressione, comportamenti aggressivi rivolti verso gli altri o verso sé stessi, quello che noi chiamiamo autolesionismo, o persino quadri più complessi.
Ciò premesso, gli adulti dovrebbero sempre essere consapevoli che consegnare un telefonino a un bambino o a un ragazzo non è un atto neutro. Lo smartphone può arrivare a sostituire il sonno, lo studio, l’attività fisica, le relazioni e la vita familiare; per questo sono necessarie regole ben precise.
Ci allarmiamo per l’eccesso di digitale e ne invochiamo il divieto, ma quali sono gli stimoli che offriamo ai nostri giovani per vivere una vita in presenza?
Questo è un punto centrale. Credo che la nuova generazione di genitori sia molto più preoccupata di controllare i figli e di averli sempre sotto gli occhi, e questo li porta a limitare le occasioni in cui i ragazzi possono fare esperienze all’esterno. Negli anni Sessanta giocavamo per strada, andavamo a scuola a piedi e prendevamo i mezzi pubblici da soli fin da piccoli. Eppure le strade di allora erano molto più pericolose di quelle attuali, le statistiche ci dicono che gli episodi di violenza erano decisamente più frequenti rispetto ad oggi.
Limitare le possibilità di fare esperienze in autonomia significa aiutare meno i ragazzi a diventare adulti. Crescere vuol dire imparare a cavarsela da soli, ma se c’è sempre un adulto pronto a risolvere ogni problema, i ragazzi non svilupperanno mai la capacità di badare a sé stessi. I genitori possono illudersi che la geolocalizzazione permetta di sapere sempre dove si trovino i figli, ma a parte il fatto che gli stessi ragazzi mi raccontano di quanto sia facile eludere questi controlli, è molto più sensato educarli alla responsabilità e a comportamenti positivi piuttosto che soffocarli con il controllo.
In fondo educare significa anche saper correre dei rischi calcolati, senza esporli a pericoli sconsiderati. Ad esempio, se abbandono un bambino in mezzo alla strada compio un gesto irresponsabile e sbagliato; ma se lo educo percorrendo prima la strada insieme a lui, poi facendolo camminare qualche metro più avanti e infine lasciandolo andare da solo, lo rendo più forte e capace di gestire qualsiasi situazione. È un tema che ho trattato anche in alcuni miei libri come “Adolescenti interrotti. Intercettare il disagio prima che sia tardi” e “Diversamente intelligenti. Vivere la neurodivergenza in un mondo omologato”, dove cerco di dare consigli utili ai genitori.
Un’ultima domanda: sempre più spesso si sente parlare di ragazzi che si rivolgono all’IA per chiedere consigli sulla propria salute mentale. Quali sono i rischi di questi comportamenti e come dovremmo aiutarli?
Questo è un ulteriore tassello del discorso che abbiamo aperto. Non c’è dubbio che si stiano diffondendo non solo le richieste di consigli, ma persino la ricerca di relazioni virtuali. A questo proposito, ricordo un ragazzo che ho seguito per depressione e che si era “fidanzato” con un avatar creato dall’intelligenza artificiale. Lui stesso mi raccontava, con una certa angoscia, di essere consapevole che fosse una finzione, ma aggiungeva: “Lei c’è sempre, è gentile, mi risponde con cortesia e non pretende che io abbia per forza ragione”.
Questo testimonia che uno dei problemi di fondo è la solitudine, i ragazzi si sentono soli e non hanno qualcuno che li accompagni nel percorso di crescita. Spesso gli adulti sono distratti, non per colpa loro, ma perché assorbiti dal lavoro per molte ore al giorno, ed ecco che allora la difficoltà di trovare un interlocutore autorevole, che possa aiutarli e consigliarli, spinge i giovani a cercare dei surrogati come l’intelligenza artificiale.
Ma qual è il rischio? Innanzitutto che non si tratta di una relazione reale, perché l’IA tende sempre ad assecondare l’utente e a dargli ragione. Ricordo un altro caso che abbiamo seguito, che ha fatto anche scalpore sulla stampa, di un ragazzino che è arrivato a tentare il suicidio perché, dialogando con l’IA, ha iniziato a chiederle modalità per morire senza soffrire. L’intelligenza artificiale ha assecondato la richiesta, esponendo il ragazzo ad un rischio concreto.
Il rischio non è solo questo ovviamente, una relazione virtuale, una relazione finta, che non trasmette empatia, è solo il riflesso di quello che sono il nostro pensiero e le nostre emozioni, non è un interlocutore reale. I genitori dovrebbero chiedersi non solo quanto tempo i figli trascorrano al telefono, ma anche cosa stanno togliendo a quel tempo: spazio sottratto alla vita fisica, alla lettura, alle relazioni in presenza e alla vita familiare, anche perché in casa i ragazzi diventano spesso più scontrosi. Concludendo, i genitori dovrebbero sempre interrogarsi se ciò che sta facendo il proprio figlio lo stia aiutando a crescere e ad assumere maggiore responsabilità, oppure se non stia diventando un limite se non addirittura un pericolo.
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Fabio Gervasio
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