Il talento per l’arte, in Yayoi Kusama, si è manifestato sin dalla tenera età: a partire dai 10 anni, quelle che lei stessa ricorderà in seguito come allucinazioni e visioni, dovute a problemi di natura psicologica, saranno prima fonte di ispirazione per la sua creatività. Nata nel 1929 a Matsumoto, nella prefettura di Nagano, ultima di quattro fratelli, la bambina con la passione per il disegno non ebbe vita facile, avversata dalle imposizioni di una madre cui poco andava a genio la sua vena artistica: molti anni più tardi, ormai affermata sulla scena internazionale e riconoscibile per i caratteristici pois (polka dots) che punteggiano le sue opere, l’artista giapponese avrebbe attribuito questo segno distintivo del suo processo creativo proprio alla furia di sua madre, sempre pronta a strapparle fogli e matite di mano, costringendola a tradurre con una certa urgenza grafica le sue idee. Non l’unico trauma infantile, nella vita di Yayoi: suo padre aveva dovuto rinunciare al suo cognome per privilegiare quello della moglie, e non avendo alcun potere in casa frequentava altre donne; la bambina aveva il compito di spiarlo mentre incontrava le sue amanti.
Yayoi Kusama. Un disagio trasformato in arte
C’è anche questo disagio nell’artista che con tenacia Yayoi Kusama è riuscita a diventare, ergendosi a punto di riferimento per l’arte contemporanea, in oltre settant’anni di carriera che molto hanno influenzato anche l’estetica occidentale. Scomparsa all’età di 97 anni lo scorso 14 agosto (la notizia è stata resa nota solo il 27 agosto), pur ritiratasi da tempo a vita privata (ospite fissa del Seiwa Hospital di Tokyo, clinica psichiatrica dove scelse di ricoverarsi per curare una grave depressione, alla fine degli Anni Settanta), ha lavorato fino agli ultimi giorni, presente con le sue opere nei musei di tutto il mondo, celebrata da grandi mostre (come la retrospettiva al Palazzo della Ragione di Bergamo, Infinito Presente, a cavallo tra 2023 e 2024, che per la prima volta ha portato in Italia Fireflies on the Water, una delle Infinity Mirror Room più celebri di Kusama, proveniente dal Whitney Museum of American Art di New York) e forte di una collaborazione ultradecennale con Louis Vuitton, fondata sull’iconicità dei suoi pois e su un’estetica Pop.
Yayoi Kusama. Dal Giappone a New York. E ritorno
Alla fine degli Anni Cinquanta, Kusama si trasferisce a New York, per vivere il suo “sogno americano”. Negli anni della Factory di Andy Warhol e dell’Espressionismo astratto riesce a farsi notare, nonostante le difficoltà dovute al suo essere donna e orientale, ottenendo il plauso della critica con le sue grandi tele monocromatiche e a pois, contraddistinte da una spiccata qualità tattile. Il suo trampolino di lancio è la galleria Brata. Nel 1965, prima di dare avvio alle provocatorie performance in cui dipinge di pois i corpi dei partecipanti, presenta la sua prima Infinity Mirror Room (Phally’s Field), installazione su cui tornerà a più riprese, che la renderà celebre in tutto il mondo (l’antecedente analogico delle esperienze immersive): nello spazio di una stanza moltiplicato all’infinito da pareti specchiate, Kusama racchiude una serie di sculture gonfiabili a forma tentacolare, dai colori vivaci e ricoperte dagli immancabili pois. È la rappresentazione di un mondo fantastico e psichedelico, governato dalle creature immaginate dall’artista. I pois, del resto “sono una via verso l’infinito” spiegò nel 1968 “Quando annulliamo la natura e il nostro corpo con i pois, diventiamo parte dell’unità del nostro ambiente. Diventiamo parte dell’eterno e ci annulliamo nell’Amore”. Parole riprese diversi decenni più tardi nel documentario Kusama – Infinity (2019, diretto da Heather Lentz), a sottolineare la natura terapeutica della sua pratica artistica, che attraverso il colore e le forme pop contrasta la negatività: “Io converto l’energia della vita nei punti dell’universo”. Gli anni americani sono contraddistinti anche dalle prese di posizione contro la guerra in Vietnam, contro le discriminazioni di razza e di genere e a favore dei diritti dei gay. Nel 1975, Kusama rientra in Giappone, con l’idea di proporre la sua arte nel proprio Paese d’origine. Incompresa, ripiega sulla scrittura, ma è vittima di una grave forma di depressione. Solo alla fine degli Anni Ottanta, grazie alla retrospettiva organizzata dal Center of International Contemporary Arts di New York nel 1989, si riaccende l’interesse per le sue opere: nel 1993, Kusama rappresenta il Giappone alla Biennale di Venezia.
Le opere e l’estetica di Yayoi Kusama
I lavori di Yayoi Kusama – dipinti, sculture, film, happening e installazioni ambientali – si caratterizzano tutti per la dinamica ossessiva tradotta in pattern e forme ripetute, che si tratti delle sue celebri zucche (per la prima volta alla Biennale del ’93) o delle gigantesche forme floreali. E ricorrenti sono anche i temi esplorati nell’arco della sua lunga attività: l’infinito, l’accumulazione, la connessione con la natura e con il cosmo, la morte, ma anche la forza della vita e l’arte come terapia. Le molteplici variazioni sul tema delle Infinity Mirror Room hanno scandito la sua carriera: tra le più celebri, Infinity Mirrored Room – Filled with the Brilliance of Life (Tate Modern, 2012) e Fireflies on the Water (2002), con la miriade di luci appese al soffitto che si riflettono sull’acqua e negli specchi circostanti, A Wish for Human Happiness Calling from Beyond the Universe (Museo Yayoi Kusama di Tokyo, 2020). Durante l’ultima pandemia ha lavorato alla serie Everyday I Pray for Love.
Le opere dell’artista giapponese sono oggi presenti nelle collezioni dei musei di tutto il mondo, dal MoMa di New York alla Tate Modern di Londra, al National Museum of Modern Art di Tokyo. Tra i progetti “speciali”, nel 1994 collabora con Peter Gabriel al videoclip del brano Lovetown. Più lungo e articolato è stato il suo sodalizio con il gruppo Louis Vuitton, avviato in una prima fase nel 2012, tramite l’alleanza con Marc Jacobs, per la realizzazione di capi d’abbigliamento “marchiati” con i consueti pois. Nel 2023, la partnership con la casa di moda si è rinsaldata, per un ambizioso progetto di allestimento degli store del gruppo su scala globale: Kusama ha dunque curato un rebranding immersivo dei negozi e una serie di installazioni pubbliche, dalle signature pumpkin di piazza San Babila a Milano alla copia robotica dell’artista che dipinge nelle vetrine degli store newyorkese in 5th Avenue e parigino di Place Vendome.
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