ANDREA DELLABIANCA, PRESIDENTE CDO

Un grande salto in avanti per la Cdo, un salto di qualità, oltre che di quantità: è la constatazione palpabile, alla fine della “sei giorni” del Meeting 2026, nella “Piazza delle opere” come in tutta la grande area del Padiglione C1 di Rimini Fiera animata dalla Cdo. Non solo grande afflusso di pubblico, non solo lunghe file alla mostra su Léon Harmel — l’industriale cattolico francese di Val-des-Bois, tra gli ispiratori della Rerum novarum di Leone XIII — non solo un tifo esaltante al passaggio del nostro Papa, successore dell’altro Leone: ma una quotidianità densa, fertile e positiva di appuntamenti, incontri, ragionamenti, confronto, dibattito e anche tanto divertimento.

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“Sì, devo dire che le nostre sedi in tutta Italia hanno dato il loro meglio”, conferma Andrea Dellabianca, presidente della Cdo, al suo terzo Meeting in queste vesti. “Hanno organizzato delle intere giornate con i soci, nate qua a Rimini ma destinate a durare anche a casa loro. Io li accoglievo, nel saluto che gli rivolgevo, dicendo ‘benvenuti a casa vostra’, perché questo nostro spazio ha rappresentato la vita della Cdo di tutto l’anno. Quest’area è stata l’espressione, la maturazione di tutta la traiettoria che i territori e i soci fanno nell’affronto dello sviluppo quotidiano delle loro imprese e della società. Quindi da un lato ‘benvenuti a casa vostra’, e dall’altro un’occasione per far vivere la coincidenza dei due aspetti che noi mettiamo sul tavolo di chi aderisce alla nostra proposta: criterio ideale e amicizia operativa”.

Dellabianca è soddisfatto, e ne ha ben donde. E in quest’intervista con Economy Magazine ha accettato di fare un punto “a caldo” sulla presenza della Cdo a questo memorabile Meeting, mentre ancora a Rimini i tremila volontari vanno e vengono per gli ultimi impegni.

Dunque ideali e amicizia come tandem vincente?

Sì, è la nostra cifra. E mi sembra che qui ci sia proprio l’evidenza di come queste due cose accettino la stessa sfida, anzi collaborino tra di loro — ideale e amicizia — e convergano affinché nessuno sia solo nella costruzione dell’impresa e del contesto in cui si trova. È una sensazione che possiamo valutare e proprio questo mi porta a rilevare che c’è una crescita.

Una crescita che chiede però di rimettersi in gioco.

Questo rimettersi in gioco ha a che fare con la verifica se effettivamente, come dice la frase della mostra su Harmel, “ciò che è buono per l’uomo è buono anche per gli affari”. Significa che quando si entra nel merito dei bisogni dell’impresa e dell’imprenditore occorre trovare insieme delle soluzioni e fare delle proposte che siano realmente all’altezza della relazione che poniamo. Perché se si pone una relazione con la persona al centro, questo obbliga a essere seri nel sostegno, nella ricerca di servizi e soluzioni.

Su questo state lavorando?

Su questo stiamo lavorando molto, ed è proprio l’evidenza che quello che diciamo è un buon discorso: deve arrivare fino al dettaglio del bisogno pratico dell’impresa e dell’imprenditore. Quindi a partire dalla formazione, a partire dal comprendere oggi cosa vuol dire l’intelligenza artificiale — che ci ha portato a essere presenti all’AI Week — a voler essere nella mischia dove il business si realizza, dove i bisogni e i servizi si incontrano. Questo è proprio della natura anche dell’inizio della Cdo, che abbiamo ripreso con la ricorrenza dei nostri quarant’anni. Quando Giussani disse: possiamo fare dei buoni discorsi, ma se non ci aiutiamo fra di noi a far sì che le cose buone che facciamo possano crescere ed esistere, anche i buoni discorsi prima o poi non serviranno a nessuno. Questa è la sfida che abbiamo ripreso rifacendo il lavoro sulle nostre origini e che stiamo rimettendo nell’agenda delle nostre attività, delle sedi locali e delle sedi nazionali.

Il clou è stato, naturalmente, l’incontro con Papa Leone. Quale messaggio l’ha colpita più di ogni altro?

Be’, innanzitutto la presenza in sé del Papa, innanzitutto. Siamo pieni di gratitudine rispetto alla visita del Santo Padre. Poi tra le tante cose importantissime che ci ha detto, sono stato colpito in particolare da un richiamo che io porto a casa più di ogni altro: la responsabilità di essere costruttori nel mondo, e l’apertura al mondo. Cioè non rimanere chiusi nei contesti più prossimi che conosciamo, ma grazie al lavoro nei contesti più prossimi andare nel mondo, impastarsi con il mondo. Penso che questa sia la cosa che ci darà grande energia: essere veramente costruttori, diventare costruttori di pace e di un contesto economico sincero e positivo nel mondo. È come se il Papa fosse venuto personalmente a dire a ciascuno di noi: prendete sul serio la sfida di far sì che la fede e la dottrina sociale della Chiesa possano stare di fronte alla sfida delle grandi trasformazioni.

E la mostra su Harmel va in questa direzione.

Sì, è un’altra cosa che abbiamo portato a casa e che ci ha già mossi a trovare degli esempi. La mostra su Harmel è la storia straordinaria di un imprenditore di fine Ottocento che, attraverso un contesto ideale, ha portato sin da allora nella sua organizzazione e nella sua azienda delle trasformazioni e dei cambiamenti che per noi oggi sono quasi scontati. Niente lavoro prima dei dodici anni, la scuola di formazione dell’azienda, i primi assegni familiari, il consiglio di fabbrica, il coinvolgimento degli operai in un ruolo da coprotagonisti. Lui diceva: la mia prima attività è fare degli uomini. E questo significa oggi più che mai sfidare una responsabilità, quindi non un paternalismo ma una corrispondenza.

Un modello ancora praticabile, oggi, dunque?

Come no, possiamo degli esempi rinfrancanti sull’applicabilità di questo modello anche nel mondo di oggi, quando stiamo affrontando scelte e responsabilità che generano un cambiamento molto significativo nell’organizzazione del lavoro, nella formazione, nell’avvento delle nuove tecnologie, e che avranno conseguenze per i prossimi anni. Per cui le scelte che oggi dobbiamo fare non possono avere una traiettoria di puro tornaconto economico a breve — quanto risparmio inserendo questa tecnologia o quante persone in meno mi serviranno — ma devono partire da altre domande. Come cambia l’organizzazione? Quali sono le figure che oggi servono? Di che formazione hanno bisogno? Sono aspetti che incideranno sul futuro dell’organizzazione, e su questo dobbiamo avere il coraggio di fare scelte anche non comuni.

E sul piano umano, a parte il Papa e la mostra, cosa l’ha colpita di più?

La cosa che mi ha colpito, come ogni anno, più dell’anno precedente è che c’è sempre di più all’interno del Meeting una positività, data dai volti di tutti, che con le proprie fatiche, con tutta la propria traiettoria di vita normale, partecipano a una visione positiva dell’essere qui, nella nostra dimensione umana e lavorativa. E questo influisce anche su tutti i dibattiti, su persone che abitualmente fanno discussioni contrapposte: qui il contesto in cui si trovano fa sì che tutti siano meglio predisposti a fare un passo di serietà e disponibilità anche verso gli altri. Questo mi colpisce sempre, perché non è riconducibile a una delle categorie presenti in particolare piuttosto che ad un’altra. Coinvolge tutti: famiglie, volontari, espositori, in un clima fatto di condizioni differenti che viviamo quotidianamente, e che però influisce positivamente su chiunque arrivi qui, a prescindere dall’orientamento e dell’attenzione stessa con cui entra in fiera. Questo secondo me ci richiama, e ci rafforza, nell’idea di poter portare quella positività nel mondo, come ci ha chiesto il Santo Padre. È la cosa per cui anche tutta la fatica di questo periodo — perché ne facciamo tanta — è come alleggerita, addolcita, da una convergenza di spirito e di empatia tra tutti quelli che animano le nostre sei lunghe giornate. E credo che il titolo dell’edizione 2027, con il quale – come sempre – ci ha salutati questo Meeting, sia veramente il titolo più bello e giusto. Dobbiamo essere tutti “Pionieri coraggiosi per custodire l’umano”. In linea con il mandato che ci viene dalla “Magnifica humanitas” e con il messaggio che ha ribadito il Papa al Meeting. E la positività che abbiamo respirato in questi giorni ci dà la forza di agire e la consapevolezza che, insieme, l’umanità potrà farcela.


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 Sergio Luciano

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