Ve l’immaginate la sempre gentile, sorridente e, diciamolo pure, accomodante Ursula von der Leyen minacciare di dazi, di controlli alle frontiere, di verifiche doganali e fiscali l’imperturbabile neoimperatore della Cina, quel Xi Jinping che un giorno riceve e abbraccia Donald Trump e il giorno dopo corre a sostenere  i pasdaran iraniani (in cambio di petrolio, si capisce) e, subito dopo, lo scoraggiato Putin che nonostante quattro anni di bombardamenti non riesce a piegare l’Ucraina (sempre in cambio, si capisce, dell’indispensabile petrolio siberiano)?

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Insomma, ve l’ immaginate un’altra guerra commerciale tra la pacifica Unione Europea, la stessa che si è piegata ai ricatti trumpiani (valga qui l’immagine della signora Von der Leyen che stringe la mano al presidente americano, ospite del golf club di proprietà della Trump Organization in Scozia) e la Cina che riesce a fare business con due paesi in guerra, gli Stati Uniti e l’Iran (da cui importa il 90% del petrolio, 1,4 milioni di barili al giorno) e si presenta al mondo come una vera potenza con un’eccedenza commerciale da 200miliardi di dollari, il più grande fornitore di merci e prodotti (dai farmaci alle automobili) del pianeta?

Difficile crederci, ma tutto lascia credere che sarà così. L’inizio delle ostilità è previsto per le prossime settimane, alla ripresa autunnale. Perché, come aveva annunciato il cancelliere tedesco Friedrich Merz all’ultima riunione del Consiglio dei ministri franco-tedesco a Brülh, in Germania, a metà luglio “ormai non c’è paese europeo che non abbia un deficit commerciale con la Cina e quindi non si può andare avanti così”. “Lo status quo” ha concluso Merz che sta assistendo al crollo della sua industria automobilistica (solo la Volkswagen ha annunciato 100mila licenziamenti, una cosa mai vista nella storia tedesca) “non è un’opzione possibile”. E il presidente francese Macron, all’ultimo giro di giostra del suo secondo mandato, si è subito schierato dalla sua parte lanciando l’idea di una versione europea della “Section 301”, lo strumento giuridico che consente a Trump di imporre nuovi dazi senza passare dal Congresso ed evitando il blocco della magistratura federale.

In sintesi, si può dire che il Consiglio dei ministri franco-tedesco di Brülh, a luglio (a cui ha partecipato il direttore generale della Direzione del commercio della Commissione, il francese Denis Redonnet, che ha preparato il dossier sulla Cina) è stato il momento in cui i 27 hanno preso atto che l’economia europea rischia letteralmente di scomparire se non si interviene a frenare in qualche modo l’aggressività commerciale di Pechino.

“Oggi, senza fare nessun intervento” si legge nel dossier di monsieur Redonnet “il deficit commerciale di tutti i paesi dell’Unione verso la Cina arriva all’impressionante cifra di un  miliardo di euro al giorno”. E se si allunga lo sguardo al 2030 ci si accorgerà, se non si farà nulla, che la produzione industriale cinese toccherà il 45% del pil industriale mondiale (oggi è al 37%). Insostenibile. Il guaio è che la Cina, che ha appena approvato il suo 15° piano quinquennale (Il Globalista ne ha parlato nei numeri scorsi di Economy),non si fermerà e non farà nessun aggiustamento della sua politica macroeconomica perché “senza l’export il suo sistema produttivo rischia di implodere” spiega l’economista François Godement, professore a SciencePo ed esperto di Cina ed Estremo Oriente.

“Il dialogo non basta più” si legge ancora nel report della Direzione generale del commercio di Bruxelles “se si continua così la Cina distruggerà tutti i suoi clienti cioè tutte le economie europee”. Basta vedere che cosa è successo nel settore automotive.

In un solo mese, a giugno scorso, i costruttori cinesi (in prima fila la ormai notissima Byd, acronimo di “Build your dreams”) hanno venduto (nel mondo, non solo in Europa, ma il Vecchio Continente è il mercato più aperto insieme con la Russia e il Brasile) 1,1 milioni di vetture, un livello che corrisponde a una crescita annuale del 70%. Con questo ritmo entro la fine del 2026 la Cina avrà venduto 10milioni di auto, il doppio rispetto agli ultimi tre anni.

In Europa la crescita dei marchi cinesi è “fulgurante” come ha scritto il quotidiano economico francese Les Echos. Solo in Italia e solo in quattro mesi, da gennaio a maggio, la Cina ha venduto 123mila vetture con una crescita del 140% in ragione d’anno. Nello stesso periodo i tedeschi hanno acquistato 65mila vetture cinesi tra ibride ed elettriche con una crescita del 211% rispetto al 2025. Il boom europeo si spiega con l’introduzione dei dazi decisi da Trump per l’import in Usa, dazi che arrivano a pesare fino al 125% del prezzo, e con il crollo delle vendite all’interno a causa della crisi economica che costringe i cinesi a tirare la cinghia. Nel mese di giugno le immatricolazioni di auto in Cina sono crollate del 23% a 1,6 milioni di vetture (soprattutto elettriche che sono cresciute del 39% mentre le auto con motore termico sono scese del 43%) secondo le rilevazioni del sito specializzato californiano Clean Technica che monitora il settore dell’automotive elettrico e ibrido.

L’efficacia dei dazi americani sulle auto elettriche cinesi (da quando sono stati introdotti l’export ha virato subito verso l’Europa, la Gran Bretagna e la Russia come si diceva prima) sta convincendo gli europei a seguire la stessa strada. E non solo per le auto. Bruxelles sta pensando a “misure di salvaguardia” (è questa la definizione usata da Merz e da Macron al Consiglio franco-tedesco di luglio a Brülh) per l’acciaio, le macchine utensili, la chimica, la farmaceutica (i principi attivi di molte specialità medicinali). Ma a Brülh i leader europei hanno fatto di più: hanno convinto la presidente della Commissione a mettere in campo nuovi strumenti in grado di proteggere dall’aggressività di Pechino interi settori economici e non solo famiglie di prodotti senza attendere le conclusioni delle solite inchieste antidumping e anti-sovvenzioni pubbliche che, poi, sono lo strumento che il regime cinese utilizza per sostenere le sue aziende. Insomma, l’Europa vuole imitare un po’ Trump. Ce la farà?

Il cancelliere tedesco, che deve fare i conti con una crisi economica che sembra ricordare gli anni terribili di Weimar (secondo alcuni osservatori la Germania perde 10mila posti di lavoro industriale al mese), denuncia la sottovalutazione della moneta cinese. Il presidente francese Macron, con caratteristico stile napoleonico, fa sapere che “nous serons probablement en guerre commerciale avec la Chine cet automne”. Ma il Medef, la Confindustria francese, frena questi ardori bellici. “La nostra guerra commerciale” dicono al Medef “non è come quella di Trump. Noi vogliamo continuare a commerciare con Pechino ma a condizioni accettabili, non essere dominati”.

Vedremo come reagirà il regime cinese. Che è già pronto ad utilizzare la sua arma “fine del mondo”, cioè a dire l’export delle terre rare e degli altri metalli indispensabili per l’industria europea. La moratoria scade il 10 novembre prossimo. Poi sarà guerra tra Bruxelles e Pechino. Una guerra mai vista.


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