di Giovanni Talente
La Federal Reserve Bank di Dallas e quella di New York hanno annunciato il 5 agosto 2026 l’avvio di un’indagine pilota sul mercato statunitense del private credit, il prestito diretto alle imprese erogato da fondi anziché da banche. Le due istituzioni stimano il comparto in oltre 1.300 miliardi di dollari, una dimensione paragonabile a quella del mercato delle obbligazioni high yield e dei prestiti sindacati. La rilevazione partirà dopo la chiusura del terzo trimestre 2026 e i risultati aggregati sono attesi nel primo trimestre 2027. La partecipazione è volontaria, riguarda gli operatori con almeno 50 milioni di dollari di masse dedicate al prestito alle imprese americane e segmenta il mercato in tre fasce per dimensione del debitore: sopra i 100 milioni di dollari di margine operativo lordo, tra 30 e 100 milioni, sotto i 30 milioni. In Italia, secondo i dati AIFI elaborati con Cassa depositi e prestiti, nel 2025 il private debt ha investito 6.761 milioni di euro in 172 società, il 33% in più dell’anno precedente, a fronte di una raccolta complessiva scesa a 1.003 milioni, in calo del 26%.
Il motivo dichiarato dell’indagine non è il rischio ma l’informazione. Nel comunicato congiunto le due Fed osservano che, a differenza dei mercati creditizi pubblici dove le condizioni si leggono nei prezzi, la visibilità sull’attività di prestito privato «è più limitata». La rilevazione servirà a capire disponibilità di credito, evoluzione degli standard di erogazione e conseguenze per l’economia e per la politica monetaria. Le stesse Fed precisano che i risultati non saranno usati a fini di vigilanza. È una precisazione che dice molto: il supervisore vuole vedere dentro un mercato su cui non ha strumenti di intervento diretti. Secondo quanto riportato da PYMNTS, ad aprile la Federal Reserve aveva già chiesto alle maggiori banche americane dettagli sulla propria esposizione verso il private credit, dopo un’ondata di riscatti sui fondi e un aumento dei prestiti in difficoltà.
Nel frattempo lo stesso capitale privato è diventato il finanziatore di riferimento dell’infrastruttura per l’intelligenza artificiale. Morgan Stanley stima che il private credit destinerà altri 800 miliardi di dollari ai data center nel prossimo biennio, mentre i prestiti dei fondi a società legate all’AI sono passati da valori prossimi allo zero a oltre 200 miliardi in pochi anni. Il 10 agosto Nvidia ha firmato memorandum d’intesa con Apollo, BlackRock, Blackstone, Brookfield, Goldman Sachs e KKR per piattaforme di finanziamento del calcolo che puntano a mobilitare oltre 500 miliardi di dollari. Sono gli stessi nomi che originano il debito nelle strutture veicolo dei data center, insieme a Blue Owl e Pimco. Il credito privato non finanzia più soltanto le acquisizioni con leva per cui era nato dopo il 2008: finanzia infrastrutture fisiche con orizzonti pluriennali.
Qualche segnale sulla qualità delle erogazioni comincia ad arrivare dal mercato stesso. Secondo il Wall Street Journal, gli operatori del private credit stanno riducendo il ricorso al payment in kind, la clausola che consente al debitore di pagare gli interessi emettendo nuovo debito anziché versando cassa. È lo strumento che permette a un’azienda in tensione di restare formalmente in bonis, e la sua diffusione era diventata uno degli indicatori più osservati dai gestori.
In Italia il fenomeno esiste ma ha una fisionomia diversa. Nel 2025 la raccolta di mercato è scesa a 771 milioni di euro, in calo del 41%, con dodici operatori attivi sul fronte del funding contro i quattordici del 2024 e una componente domestica pari a circa il 92% del totale. “La raccolta lo scorso anno non è andata bene, a fronte invece di molti investimenti”, ha osservato Anna Gervasoni, direttrice generale di AIFI. Gli investimenti sono andati nella direzione opposta: le operazioni sopra i 100 milioni hanno concentrato 4.343 milioni, in crescita del 61%, mentre quelle di taglio inferiore si sono fermate a 2.418 milioni, più 2%. Gli operatori attivi restano 52, ma l’86% dei volumi fa capo a investitori internazionali. Sul piano degli strumenti, il 59% delle operazioni è costituito da finanziamenti e il 25% da obbligazioni, con l’unitranche che vale il 67% dell’ammontare. La Lombardia guida per numero di target con il 42%, seguita dal Veneto all’11%, e il manifatturiero è il primo settore con il 25%.
Le condizioni contrattuali italiane restano prudenti: leva contenuta, durate medie intorno ai sei anni e spread nell’ordine di poco più di cinque punti percentuali sopra l’Euribor. AIFI ricorda che il private debt nazionale si rivolge in prevalenza a piccole e medie imprese di settori tradizionali, mentre negli Stati Uniti il mercato è concentrato sulle tecnologie dell’informazione, e che i fondi italiani sono chiusi, non riscattabili prima della scadenza e riservati a investitori istituzionali: dagli investitori retail, in gran parte family office, non è arrivato più del 6% della raccolta nell’ultimo biennio. È la ragione per cui l’ondata di riscatti che ha colpito alcuni grandi fondi statunitensi non ha un equivalente diretto sul mercato italiano. “Serve un’azione di sistema per aumentare la dimensione degli operatori italiani”, ha dichiarato Innocenzo Cipolletta, presidente di AIFI. Sul fronte pubblico, Vincenzo Paolo Carbonara, responsabile finanza per la crescita di Cdp, ha ricordato che l’istituto «ha sviluppato interventi specifici di direct lending e prestiti indiretti alle pmi».
La domanda su che cosa cambi davvero ha una risposta fattuale prima che teorica. Una banca che eroga credito è soggetta a requisiti patrimoniali, vigilanza prudenziale e garanzia dei depositi, e la sua provvista è a vista. Un fondo chiuso non ha depositanti, non è soggetto agli stessi requisiti e ha una provvista vincolata fino a scadenza: sopporta meglio uno shock di liquidità ma trasferisce il rischio direttamente a chi ha sottoscritto, cioè fondi pensione, casse di previdenza e assicurazioni. Cambia anche il canale attraverso cui la politica monetaria arriva alle imprese, che è esattamente ciò che le due Fed dichiarano di voler misurare.
Tre elementi vanno tenuti presenti. Il perimetro resta contenuto: i 1.300 miliardi del direct lending americano sono una frazione degli attivi del sistema bancario, e i 6,8 miliardi investiti in Italia nel 2025 vanno confrontati con uno stock di prestiti bancari alle imprese di ordine di grandezza superiore, mentre il Sole 24 Ore, su un censimento di Anthilia, colloca il mercato italiano del private debt intorno ai 14 miliardi di euro complessivi. L’indagine della Fed è volontaria e dichiaratamente non destinata a fini di vigilanza, quindi da essa non discende automaticamente alcuna regolamentazione. E la dinamica italiana è opposta a quella americana su un punto decisivo: qui la raccolta cala da due anni, e senza raccolta domestica la crescita degli impieghi resta appoggiata a operatori esteri. Secondo Elio Milantoni, senior partner M&A di Deloitte, l’elemento di svolta per il mercato resta «il ritorno a condizioni di finanziamento più accessibili», cioè proprio il canale bancario che il private credit dovrebbe sostituire.
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