Il calcolo cambia da contribuente a contribuente: tra sostitutiva agevolata, scudo dagli accertamenti e il rischio di un reddito reale più basso di quello concordato.

Il 2 novembre si avvicina e per migliaia di titolari di partita IVA la scadenza pesa più di altre. Chi ha applicato gli ISA nel 2025 e non ha già un concordato in corso per il biennio 2025-2026 deve decidere se aderire al concordato preventivo biennale 2026-27, il patto fiscale che fissa in anticipo il reddito su cui pagare le imposte per due anni. Non è una scelta automatica. Bisogna guardare al proprio reddito dichiarato, al Vpn ai fini Irap, e soppesare vantaggi concreti (sostitutiva ridotta, niente accertamenti presuntivi, regime premiale) contro un rischio reale: se il 2026 o il 2027 andranno peggio del previsto, il reddito su cui si paga resta comunque quello concordato.

Chi deve decidere entro il 2 novembre?

La platea interessata è quella dei titolari di reddito d’impresa o di lavoro autonomo che nel 2025 hanno applicato concretamente gli ISA e che non hanno già un CPB attivo per il biennio 2025-2026. Per questi soggetti il termine per aderire al nuovo biennio 2026-27 scade il 2 novembre. Chi lascia passare la data resta fuori dal meccanismo, con la tassazione ordinaria sul reddito effettivo, anno per anno, senza le tutele che il concordato porta con sé.

Come si calcola la proposta di reddito?

Il punto di partenza della proposta è il reddito, e il Vpn per chi è soggetto passivo Irap, dichiarati nel 2025. Questi valori vengono rettificati per renderli omogenei a quelli da concordare, secondo il meccanismo previsto dal Dm 11 maggio 2026. Le risultanze ISA restano la base tecnica del calcolo, ma non l’unico fattore: il decreto introduce correttivi che possono spostare sensibilmente il risultato finale.

Cosa cambia con il correttivo per i voti ISA sotto 8?

L’articolo 7-bis, comma 1, del Dl 38/2026, inserito in sede di conversione, ha previsto una limitazione delle proposte di CPB anche per i contribuenti con voto ISA 2025 inferiore a 8, a condizione che vengano rispettati i valori di riferimento settoriali indicati dal Dm dell’11 maggio 2026. In pratica, chi ha un punteggio ISA non brillante può comunque ottenere una proposta più favorevole di quella che gli stessi dati avrebbero prodotto negli anni precedenti. È un correttivo che allarga la platea di chi trova conveniente l’adesione, non solo i contribuenti con voto alto.

Un artigiano con voto ISA 6,5 nel 2025 potrebbe scoprire che, applicando i nuovi valori di riferimento settoriali, la proposta di reddito concordato per il 2026-27 risulta più bassa di quanto si aspettasse guardando solo al proprio punteggio.

Quali vantaggi offre l’adesione al concordato?

Chi aderisce, e non decade successivamente, accede a una serie di benefici che vale la pena analizzare uno per uno. Il primo riguarda le imposte: il contribuente non paga tasse, e se è iscritto Inps può scegliere di non versare i contributi previdenziali, sul maggior reddito effettivo rispetto a quello concordato e rettificato. È un’opportunità che artigiani e commercianti tendono ad apprezzare più di altri, proprio perché per loro il carico contributivo pesa quanto quello fiscale.

Il secondo vantaggio è l’accesso, su base opzionale, a un’imposta sostitutiva spesso molto conveniente: il 10%, il 12% o il 15%, a seconda del voto ISA ottenuto nel 2025, applicabile sul maggior reddito concordato rispetto a quello dichiarato (reso omogeneo) nel 2025. Questa sostitutiva prende il posto dell’Irpef o dell’Ires ordinaria, ma il vantaggio ha un tetto: si applica fino a un massimo di 85.000 euro di base imponibile.

Terzo, l’adesione consente di sfruttare le opportunità del regime premiale Isa, comprese le maggiori compensazioni senza necessità del visto di conformità, anche per chi non avrebbe un voto ISA sufficiente a meritare il beneficio nel biennio concordato.

Quarto, chi aderisce non subisce accertamenti presuntivi, anche in ambito Iva, un aspetto che riduce sensibilmente l’esposizione a controlli basati su ricostruzioni indirette del reddito.

Quinto, l’adesione porta con sé una presumibile esclusione dalle liste selettive utilizzate dall’amministrazione finanziaria per programmare i controlli, fermo restando che continueranno le verifiche sulla presenza di cause di esclusione, cessazione o decadenza dal CPB.

Sesto, e più recente: con il decreto Omnibus (Dlgs 148/2026) è stato introdotto un ravvedimento speciale per gli anni dal 2020 al 2023, sulla scorta di quanto già previsto per i bienni precedenti. Questa misura, però, è riservata a chi rinnova l’adesione anche per il CPB 2026-2027 dopo aver già optato per il biennio precedente. Un provvedimento del direttore delle Entrate fisserà tempi e modalità dell’opzione, mentre la sostitutiva collegata al ravvedimento andrà versata tra il 1° gennaio e il 15 marzo 2027.

Cosa si perde aderendo al concordato?

Sul lato opposto della bilancia c’è l’incognita del reddito effettivo, in particolare quello che maturerà nel 2027, ancora tutto da vedere al momento della scelta. Manca inoltre una copertura sulle rettifiche non presuntive ai fini Iva: il concordato protegge dagli accertamenti presuntivi, ma non da contestazioni basate su elementi diversi.

C’è poi un limite strutturale che pesa più degli altri: il reddito concordato non si riduce se emerge, dai quadri reddituali, un reddito effettivo più basso. Il reddito fissato dal concordato subisce solo le rettifiche positive e negative espressamente previste dall’articolo 16 del Decreto CPB per le imprese, e dall’articolo 17 per l’Irap. Tra queste rientra, ad esempio, il premio nuovi assunti disciplinato dall’articolo 4 del Dl 216/2023. Ma se nel 2026 o nel 2027 l’impresa sostiene maggiori costi che abbatterebbero il reddito effettivo, o accede a benefici specifici come il patent box, questi elementi non riducono il reddito concordato, che resta fissato al valore stabilito in partenza, fatte salve le rettifiche tassativamente elencate dalla norma.

Un’impresa che nel 2027 investe in ricerca e sviluppo, maturando un risparmio fiscale rilevante grazie al patent box, si troverà comunque a pagare le imposte sul reddito concordato stabilito all’inizio del biennio, salvo che il beneficio rientri tra le rettifiche previste dall’articolo 16 del Decreto CPB.

Conviene rifare i conti sul 2025 prima di decidere?

La decisione razionale nasce dal confronto tra i vari elementi, calibrati sulla situazione specifica del contribuente. Un modo concreto per orientarsi è simulare cosa sarebbe successo se il concordato fosse stato scelto già per il 2025: la simulazione può basarsi sul modello Redditi 2026, attualmente in corso di predisposizione, verificando quale sarebbe stato l’effetto dell’adesione sui dati reali di quell’anno. Questo esercizio retrospettivo permette di capire, con numeri concreti e non con proiezioni astratte, se il meccanismo del concordato avrebbe premiato o penalizzato la propria posizione fiscale.




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 Paolo Florio

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