Quella che vi raccontiamo oggi è la storia di un amore contrastato a lieto fine, smentendo, una volta tanto, il luogo comune secondo il quale in Sicilia ci sarebbero solo eventi drammatici.
Ricorda Guareschi, ma solo perché vede contrapposti un sindaco e un parroco; per il resto sembra la trama di uno dei memorabili racconti di Vitaliano Brancati, e non perché si svolge a Caltanissetta, dove lo scrittore trentenne insegnò.
Dello scrittore di Pachino, che Sciascia considera il suo maestro ma non abbastanza apprezzato dagli isolani come ci si aspetterebbe, l’episodio ricorda lo stile narrativo beffardo, ironicamente scanzonato, ma soprattutto fustigatore dei vizi della profonda provincia siciliana degli anni del secondo dopoguerra.
Protagonisti sono una donna di 78 anni, titolare di una locanda, ex tenutaria di una casa di tolleranza durante il fascismo e in possesso di un notevole patrimonio finanziario, e un giovane originario di Riesi, 19enne disoccupato, giunto nel capoluogo in cerca di un futuro migliore.
A rivestire il ruolo di comprimari, un parroco zelantemente indignato e un sindaco consapevole del proprio ruolo e fedele interprete della Costituzione.
Sullo sfondo, un variegato e variopinto coro di ciarlieri in servizio permanente effettivo nei bui e fumosi caffè, informati di tutto e di tutti e sempre pronti a sentenziare su tutti e su tutto.
Il sipario si alza quando Anna Nicosia, in una serata estiva, decide di partecipare a una festa da ballo. Fu allora che, tra una mazurka e un valzer, un tango si rivelò galeotto: la leggiadra signora lo ballò appassionatamente tra le braccia di Rocco Palermo, giovane aitante e di bell’aspetto, ex strillone, ma disoccupato e nullatenente.
Attrazione fatale a prima vista, fu.
Anna, che gestiva una locanda, era molto nota in città per l’antico mestiere esercitato per un ventennio circa, ma anche per essere una benestante con alcuni milioncini depositati nelle banche. Capì subito che Rocco doveva essere il suo uomo.
Confermando la tesi di Leonardo Sciascia quando sosteneva che in Sicilia a dominare era il matriarcato e non il contrario. Tesi che tanto fece irritare una parte del movimento femminista.
Notorietà e ricchezza acquisite avendo avuto la furbizia di sfruttare a proprio vantaggio la triade imperante della mistica fascista: Patria, Famiglia e Virilità.
Nel corso degli anni ebbe l’opportunità di tessere una fitta rete di rapporti con le più alte personalità cittadine, frequentatori abituali del locale da lei gestito, dei quali aveva imparato a conoscere e assecondare i vizi privati più imbarazzanti, consumati tra le colorite coltri delle alcove. Mentre le tanto decantate pubbliche virtù dovevano restare rigorosamente fuori dal portone, a suggellarne plasticamente la separazione.
Il trionfo della doppia morale della piccola borghesia, basata sulla dicotomia tra i comportamenti pubblici e quelli privati, che consentiva le trasgressioni consumate oltre le persiane chiuse, ricevendo persino l’assoluzione dal compiacente confessore con i rituali cinque Ave Maria e tre Pater Noster.
Al ragazzo di Riesi, di estrazione popolare, ingenuo paesano giunto nel capoluogo per aprirsi alla vita, il chiacchiericcio cittadino cominciò ad affibbiare tutti gli attributi necessari per ricoprire il ruolo del “galletto” di turno.
Lo status alienante che Brancati chiamava il “gallismo” siciliano, che ha etimologicamente a che fare con il gallo, esempio massimo, nella civiltà contadina, di una sessualità capace di coniugare orgoglio virile e instancabile potenza amatoria.
Erano i tempi in cui in Sicilia, in ogni comune, proliferavano circoli di ogni tipo: dei nobili, degli operai, degli artigiani, degli zolfatari. Si giocava a carte, si leggeva il giornale bloccato in un’asta, ma soprattutto si “chiacchierava di donne” con la massima crudezza e con una teatrale gestualità. Unico argomento che li rendeva simili e interclassisti.
Si dirà che accadeva la stessa cosa nel resto della Penisola.
Vero. Ma quel che distingueva la Sicilia dalle altre regioni era qualcosa di profondo che, come alcuni studiosi hanno asserito, ha a che fare con l’antropologia e la psicologia collettiva di questi isolani che, non a caso, hanno scoperto il mare solo di recente. Camilleri non distingueva forse i siciliani di “scoglio” e di “alto mare”?
Il cosiddetto machismo siciliano, che era solo la caricatura del maschilismo, si manifestava come una “ossessione” per l’altro sesso: con l’argomento “fimmina” sempre centrale in animate discussioni dominate da un gergo boccaccesco, mentre le imprese erotiche venivano descritte con un linguaggio ricco di iperboli. Tutto in eccesso: tempo, dimensioni, bellezza, prestazioni.
Basti ricordare l’aneddoto di quell’emerito professore il quale, per giustificare l’ossessione del siciliano per la donna, rivolgendosi un giorno a Giovanni Verga, disse: “Siamo romantici, caro Giovanni!”. E lo scrittore catanese, che ben conosceva i suoi corregionali, non esitò un istante a rispondere categorico: “Ma che romantici, figlio mio: siamo solo ingravida balconi”.
E così accadde anche per la nostra storia.
La decisione del tutto privata, quella di sposarsi, inevitabilmente divenne un fatto pubblico, su cui ognuno si sentiva autorizzato a dire la sua, soprattutto perché a essere protagonista della vicenda era una “donna” che, per i suoi trascorsi e per l’attuale decisione, ineluttabilmente si prestava a parlare di sessualità.
La differenza d’età tra i due, che era di quasi sessant’anni, la sposa con quel passato e un patrimonio di quel tipo, lo sposo, un giovane senza arte né parte, costituivano gli ingredienti necessari perché l’intero paese diventasse improvvisamente un’assemblea popolare di esperti in diritto matrimoniale, cultori di economia domestica e appassionati di psicologia dell’amore e, soprattutto, conoscitori della “fimmina” e del “sesso”.
A rendere più coinvolgente la vicenda contribuì la presa di posizione calata dal pulpito della canonica.
Di solito indulgente e bonario attraverso la grata del confessionale per i vizi privati, il parroco, in questa occasione, davanti alla richiesta pubblica di celebrare le nozze religiose tra i due, non ci pensò un istante a mostrarsi categoricamente severo, opponendo un secco rifiuto ed esprimendosi con la nota formula di manzoniana memoria: “Questo matrimonio non s’ha da fare né ora né mai”.
Mancavano soltanto i bravi di don Rodrigo e una carrozza in fuga a riprodurre l’atmosfera drammatica dei Promessi sposi.
Qualcuno potrebbe chiedersi se un parroco avrebbe potuto negare il sacramento del matrimonio a due nubendi.
Non siamo esperti di diritto canonico, ma crediamo che rientrasse nelle sue facoltà, anche se, secondo noi poveri agnostici, clamorosamente in contraddizione con il messaggio cristiano che impone amore e comprensione.
Ma questo è il momento del nostro racconto in cui appare sulla scena il deus ex machina, il “dio dalla macchina”.
Quasi sempre presente nel teatro greco antico, era la divinità che interveniva per risolvere una situazione altrimenti impossibile da sbloccare.
Il nostro deus si presenta con le sembianze del sindaco della città, il democristiano Pietro Restivo, che, sebbene esponente di un partito cattolico, a differenza di tanti politici attuali, dimostrò di possedere una visione laica della vita pubblica e, forse, anche l’intenzione di correggere la decisione poco “cristiana” del solerte parroco.
Armato della fascia tricolore e di quella particolare serenità di chi sa esattamente da quale parte stiano il Codice e i diritti dei cittadini, il primo cittadino decide di ricevere in Municipio i due eccezionali innamorati, celebrando le nozze e dichiarandoli marito e moglie con il rito civile a tutti gli effetti.
A questo punto, per la città, la vicenda diventa ancora più intrigante.
Perché una cosa è sentir dire che due persone vogliono sposarsi, un’altra cosa è vederle entrare in Municipio, accolte dal sindaco con tutti gli onori, con la fascia tricolore, dopo che il parroco, invece, le aveva cacciate additandole al “vituperio delle genti”.
Il popolo, spesso illetterato, viene maggiormente colpito da certe iconografie che da mille prolissi e noiosi discorsi.
L’episodio, di alto valore simbolico, è la fotografia perfetta di un’Italia che, uscita da poco dalla guerra e dal fascismo autoritario e clericale, cominciava lentamente a prendere confidenza con la distinzione tra ciò che decide la Chiesa e ciò che stabilisce lo Stato.
La Costituzione e le leggi, dopo un ventennio di dittatura, assicuravano libero pensiero a tutti, anche, paradossalmente, la libertà di esprimere idiozie e banalità. La democrazia, per essere tale, deve avere anche i suoi difetti.
Se la comunicazione dell’epoca avesse avuto gli strumenti dei social network di oggi, probabilmente il matrimonio avrebbe prodotto migliaia di commenti, esperti improvvisati, indignati professionali e soprattutto una quantità industriale di “io lo avevo detto”.
Il parroco avrebbe avuto la sua pagina Facebook, il sindaco avrebbe avuto migliaia di follower e qualche antenna locale avrebbe certamente aperto una diretta davanti al Municipio.
Eppure, al di là dello scandalo e dell’ironia, quella vicenda racconta qualcosa di molto serio.
Racconta il momento in cui la scelta matrimoniale, almeno sul piano civile, usciva dal controllo esclusivo della morale religiosa e rientrava nella sfera dei diritti riconosciuti dallo Stato repubblicano.
Il sindaco, con quella fascia tricolore, non celebrava soltanto due persone: affermava concretamente che il matrimonio civile seguiva regole proprie e che il veto del parroco non poteva sostituirsi alla legge.
Quanto al giovane disoccupato e alla ricca signora, sarebbe facile trasformare tutto in una barzelletta sul denaro, sull’età e sull’interesse. Sarebbe anche il modo più semplicistico per travisare il senso della storia.
Nessuno, a distanza di decenni, può conoscere davvero i sentimenti che spinsero quei due a sposarsi. Possiamo soltanto registrare che, in una società pronta a giudicare tutto e tutti, essi decisero di affrontare lo scandalo e andare avanti.
E qui arriva la morale, ammesso che una storia del genere ne abbia bisogno.
Nel 1951, un parroco poteva dire «no», il paese poteva mormorare e i circoli potevano trasformarsi in tribunali demagogici.
Ma ad averla vinta fu solo un sindaco che, con la fascia tricolore, rimise al loro giusto posto uomini e cose e, soprattutto, ribadì che, per applicare la legge, l’ultima parola non spetta al pettegolezzo, né alla canonica, né ai tavolini del bar.
Inevitabilmente, a cancellare il ricordo di quei fatti ci ha pensato l’“oblio”.
Platone lo considerava il presupposto indispensabile per ogni rinascita. Non a caso gli antichi lo immaginavano indissolubilmente legato alla sua sorella gemella, la “memoria”.
Riparlarne dopo tre quarti di secolo ci è sembrato utile per ridare dignità a chi dimostrò di possederla.
Franco Ciro Lo Re
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