Fonte: Il Crotonese

Una realtà lontana da quella che ci viene raccontata giorno dopo giorno. Una realtà dove per un follow up oncologico bisogna attendere due anni oppure farlo subito pagando fior di quattrini. Una realtà dove i soldi pubblici per roboanti progetti innovativi vengono usati senza controlli dalle aziende private mentre i lavoratori continuano a perdere diritti. E’ questo quello che racconta la lettera scritta da Jesa Aroma ed inviata alla redazione de il Crotonese. Un duro atto d’accusa pubblico di una cittadina calabrese rivolto al presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto.
Il testo denuncia il cortocircuito di un sistema sanitario regionale in cui i diritti fondamentali sembrano trasformarsi in privilegi per pochi; dove un’ecografia oncologica di controllo viene programmata a due anni di distanza, costringendo chi ha bisogno a rivolgersi alla sanità privata.
Dall’altra parte c’è il fallimento del piano di rilancio lavorativo legato ai fondi per l’assorbimento degli ex dipendenti Abramo, trasformatosi nell’ennesima delusione fatta di cassa integrazione, false speranze e ritorni precari ai centralini. Un quadro crudo che smaschera l’ottimismo delle narrazioni istituzionali.

Il diritto alla salute? Venga tra due anni

Le parole di Jesa Aroma sono un macigno contro la politica regionale. Il tema centrale ruota attorno al diritto alle cure che, in questo caso, si unisce all’incertezza sul fronte occupazionale per i lavoratori dell’ex Abramo.
La vicenda nasce da un episodio emblematico e drammatico riguardo la sanità calabrese: “Oggi provo a prenotare un’ecografia per un familiare oncologico, un esame di follow-up, quindi non una passeggiata di salute né una richiesta fatta per sport”. Per questo motivo viene contattato il Cup che gestisce le prenotazioni a livello regionale. “Il Cup – scrive Aroma – mi risponde che il primo appuntamento disponibile è agosto 2028. Avete letto bene: 2028. Due anni per un’ecografia di controllo a una persona oncologica”.

L’alternativa per evitare tempi infiniti esiste, ma grava interamente sulle tasche dei cittadini. “Poi, naturalmente, c’è l’altra strada: l’intramoenia. E lì, guarda caso, l’esame si può fare molto prima. Magari anche oggi pomeriggio”, prosegue la missiva. La cittadina calabrese non nasconde la sua indignazione verso le dichiarazioni trionfalistiche della politica: “Apro i giornali e vedo il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, sorridente, che racconta quanto la sanità calabrese stia facendo passi da gigante. Sì, presidente. Forse è vero. Passi da gigante. Ma verso il baratro, aggiungerei”.

Le inefficienze pesano irrimediabilmente sui più fragili: “Perché una sanità nella quale una persona oncologica deve aspettare due anni per un esame di follow-up non è una sanità che funziona. È una sanità che ti mette davanti a una scelta indecente: aspettare, chissà a quale prezzo, oppure pagare. E io pagherò. Farò i salti mortali per permettermi quell’ecografia, perché quando si tratta della salute di una persona cara non esiste prezzo. Ma il problema è proprio questo, presidente: non tutti possono farlo”.

Da ex Abramo: le promesse infrante sul lavoro

Anche pagare, però, diventa difficile in una regione dove il lavoro non è sempre tutelato. Il caso di Jesa Aroma accende i riflettori anche su un’altra dolorosa vertenza calabrese che paralizza lo sviluppo sociale. La donna è una ex lavoratrice della Abramo, finita poi in Konecta nell’ambizioso piano di digitalizzazione delle cartelle cliniche con il quale Occhiuto tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 aveva annunciato il salvataggio di quasi mille posti di lavoro investendo circa 20 milioni di euro pubblici. Solo che ad un certo punto i soldi sono finiti e si è tornati punto e accapo.
“Un anno e mezzo fa  – scrive Aroma riferendosi al governatore – si è prodigato per far arrivare 20 milioni di euro alla mia nuova azienda per assorbire noi lavoratori provenienti da ex Abramo. Una grande operazione. Un grande progetto. Poi, chissà come, i soldi sono finiti. E qui arriva il bello: prima la cassa integrazione, poi di nuovo nel calderone dei call center”.
La delusione è enorme per chi sperava in un impiego stabile legato al settore della dematerializzazione: “Dopo vent’anni passati ad ascoltare persone arrabbiate per servizi inefficienti, dopo aver pensato di avere finalmente trovato un progetto diverso, innovativo, dignitoso, quello della dematerializzazione, ritrovarsi nuovamente a rispondere a telefonate di utenti esasperati è qualcosa che va oltre la semplice parola ‘lavoro’. La cosa ancora più assurda sa qual è, signor presidente? Che chi l’ha votata, pensava che davvero avesse a cuore la nostra situazione e invece aveva solo bisogno di un ingente bacino di voti in vista delle imminenti votazioni”.

Le inefficienze pesano sulla vita vera

Il bilancio finale della lettera intreccia in modo indissolubile il disastro occupazionale con le criticità vissute per la sanità calabrese. L’autrice evidenzia il netto distacco tra i proclami e la dura quotidianità: “Mentre qualcuno continua a raccontare ai propri sostenitori la favola della Calabria che rinasce, noi continuiamo a fare i conti con la realtà. La realtà è un Cup che ti dà un appuntamento nel 2028. La realtà è lavorare, andare in cassa integrazione, essere rimessi in formazione, cambiare mansione e ricominciare da capo. La realtà è fare salti mortali per arrivare alla fine del mese. E adesso anche fare salti mortali per curarsi”.

Un messaggio forte, quello di Jesa Aroma, che mira a smascherare le fragilità strutturali rivolgendosi al governatore in chiusura con parole lapidarie: “Continui pure a sorridere davanti alle telecamere. Continui pure a raccontare ai suoi seguaci che la sanità calabrese sta facendo passi da gigante. Io, invece, continuerò a guardare quello che succede fuori dai palazzi. E quello che vedo è una Calabria nella quale la salute diventa sempre più un privilegio e sempre meno un diritto. E questa non è una favola. È la vita di noi esseri normali.  Quelli che, quando arriva una malattia, non possono permettersi di aspettare il 2028. Quelli che pagano. Pagano tutto. Anche le vostre promesse”.


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