Luigi Lovaglio non ha scelto la difesa. Di fronte all’Opas di Intesa Sanpaolo su Mps, l’amministratore delegato della banca senese ha deciso di giocare una partita completamente diversa: trasformare il Monte da possibile preda del risiko bancario in promotore di un nuovo aggregato nazionale.
Il progetto approvato dal consiglio di amministrazione di Mps mette infatti contemporaneamente nel mirino Banco Bpm e Banca Generali, con due offerte pubbliche di scambio volontarie, parallele e interamente in azioni per un controvalore complessivo di circa 34 miliardi di euro. Sul Banco Bpm l’offerta vale circa 25,3 miliardi, con un concambio di 1,567 azioni Mps per ogni azione della banca guidata da Giuseppe Castagna. Per Banca Generali il valore indicato è invece di circa 8,72 miliardi, con un concambio di 6,958 azioni Mps per ogni titolo dell’asset manager del gruppo Generali. È una risposta industriale, prima ancora che finanziaria, alla mossa di Carlo Messina. E soprattutto è una risposta che cambia la domanda al centro del risiko: non più soltanto chi comprerà Mps, ma che cosa potrebbe diventare Mps se fosse invece il Monte a comprare.
La dimensione del progetto aiuta a capire l’ambizione. Secondo le stime della banca senese, la combinazione delle operazioni con Banco Bpm e Banca Generali potrebbe produrre sinergie per circa 2,6 miliardi di euro all’anno a regime. Nel calcolo sono compresi anche circa 800 milioni di euro di sinergie legate all’integrazione di Mediobanca. L’obiettivo dichiarato è la costruzione di un “nuovo campione nazionale di riferimento»”, con competenze complementari nel banking, nell’advisory e nel wealth management. Un gruppo che, nelle intenzioni del management, avrebbe oltre 810 miliardi di euro di total financial assets e una massa critica sufficiente a modificare gli equilibri del sistema bancario e finanziario italiano.
Il calendario della sfida: 29 ottobre e poi febbraio 2027
Il primo appuntamento è già fissato. Gli azionisti di Mps saranno chiamati il 29 ottobre a pronunciarsi sulle due operazioni. La tempistica non è casuale. Sulla partita incombe infatti la passivity rule collegata all’Opas di Intesa Sanpaolo su Mps, che limita la capacità del management senese di assumere determinate iniziative senza il coinvolgimento dell’assemblea. Mps punta a completare le due offerte entro metà febbraio 2027, ma la strada è tutt’altro che automatica. Il successo delle operazioni è subordinato all’ottenimento delle autorizzazioni regolamentari e al raggiungimento di un livello minimo di adesioni pari al 50% del capitale più un’azione. È una soglia cruciale perché trasforma la partita in una vera prova di consenso degli azionisti. Lovaglio dovrà convincere il mercato che il valore della costruzione di un gruppo più grande è superiore a quello dell’eventuale uscita da Mps attraverso l’operazione proposta da Intesa.
Quattro miliardi agli azionisti: la maxi-cedola come arma di risposta
La proposta di Mps prevede infatti anche una distribuzione straordinaria da complessivi 4 miliardi di euro lordi agli azionisti, pari a 1,208 euro lordi per ciascuna azione Mps. Non sarà però una cedola interamente monetaria. La distribuzione prevede 1 miliardo di euro circa in contanti, pari a 0,302 euro lordi per azione, e circa 3 miliardi di euro sotto forma di azioni di Assicurazioni Generali, pari a 0,906 euro per azione Mps. I titoli Generali saranno assegnati sulla base delle quotazioni registrate alla relativa record date e sono quelli detenuti dal gruppo senese attraverso Mediobanca. È un elemento decisivo nella costruzione della risposta a Intesa. Mps non si limita infatti a promettere agli azionisti una crescita futura legata alle acquisizioni: mette sul tavolo un valore immediato, attraverso una distribuzione straordinaria che consente di valorizzare parte della partecipazione in Generali. La logica è evidente: rendere economicamente più interessante per gli azionisti Mps la scelta di sostenere il progetto Lovaglio, invece di consegnare i propri titoli all’Opas di Intesa.
Bpm, il tassello bancario: la massa critica prima del wealth management
L’acquisizione di Banco Bpm è il cuore bancario del progetto. Mps punta a costruire un gruppo di dimensioni tali da superare, per grandezza, alcuni dei principali operatori italiani e contemporaneamente rafforzare la presenza nel risparmio gestito. La combinazione con Banco Bpm avrebbe una logica industriale legata soprattutto alla complementarità delle reti, alla capacità di generare ricavi e alla possibilità di estrarre sinergie da una maggiore scala. Ma c’è un passaggio che il mercato continuerà a guardare con particolare attenzione: Banco Bpm ha un azionista di riferimento, Crédit Agricole, che detiene circa il 29% del capitale. Per una partita che punta al controllo della banca, il comportamento del gruppo francese sarà quindi uno degli snodi fondamentali. Mps deve convincere non soltanto gli azionisti di Banco Bpm, ma anche il mercato che la costruzione del nuovo gruppo può reggere sul piano finanziario e industriale.
Banca Generali, la seconda gamba: il vero salto nel wealth management
Se Banco Bpm rappresenta la componente bancaria dell’operazione, Banca Generali è quella che dovrebbe spostare decisamente il baricentro verso il wealth management. L’offerta da 8,72 miliardi consente a Mps di puntare a un rafforzamento delle attività ad alto valore aggiunto legate alla gestione del risparmio. È un settore strategico in un Paese caratterizzato da una ricchezza finanziaria privata molto elevata e da una crescente necessità di servizi di consulenza e gestione professionale del patrimonio. L’operazione avrebbe inoltre un effetto sull’assetto proprietario di Generali, proprio perché Mps dispone della partecipazione nel Leone attraverso Mediobanca. Qui il progetto si fa particolarmente sofisticato: il Monte utilizza una delle partecipazioni costruite nel precedente risiko per finanziare e sostenere il nuovo risiko.
Il punto decisivo: il mercato crederà al nuovo Mps?
Il vero banco di prova, a questo punto, non sarà soltanto la capacità tecnica di mettere in piedi le operazioni. Sarà la credibilità del disegno complessivo. Mps sostiene che il progetto rappresenti una prosecuzione coerente del percorso di crescita intrapreso negli ultimi anni e che preservi l’integrità e il valore del marchio storico senese. Per gli azionisti di Banco Bpm e Banca Generali, invece, l’argomento centrale dovrebbe essere una combinazione di crescita dell’utile per azione e maggiore remunerazione.
È qui che si giocherà una parte significativa della battaglia. Perché l’operazione di Lovaglio ha un vantaggio evidente: non propone soltanto un premio finanziario, ma una storia industriale. Il nuovo gruppo avrebbe oltre 810 miliardi di euro di attività finanziarie complessive, una presenza più forte nel credito, nell’advisory e nella gestione del risparmio e, nelle stime del management, circa 2,6 miliardi di sinergie annue a regime. Ma ha anche una complessità altrettanto evidente: tre operazioni strategiche da gestire in parallelo, autorizzazioni regolamentari da ottenere, soglie di adesione da superare e diversi azionisti con interessi potenzialmente non coincidenti. E soprattutto c’è un calendario da rispettare.
La partita con Intesa entra nel vivo
Il punto politico-finanziario della vicenda è dunque questo: Intesa Sanpaolo ha messo sul tavolo la propria proposta per Mps; Lovaglio risponde cercando di dimostrare che il Monte vale di più come piattaforma per costruire un nuovo gruppo che come banca da integrare in un altro colosso. La maxi-distribuzione da 4 miliardi serve a rendere più appetibile la permanenza nel capitale. Le offerte su Banco Bpm e Banca Generali servono a dare una prospettiva industriale. Le sinergie da 2,6 miliardi l’anno servono a fornire al mercato un numero attraverso il quale misurare la sostenibilità economica del progetto.
Adesso la parola passa agli azionisti, alle autorità e al mercato. Il 29 ottobre sarà il primo snodo. Da lì partirà una corsa che Mps vorrebbe portare fino a metà febbraio 2027, quando punta a chiudere le due operazioni. Nel frattempo Intesa dovrà decidere come reagire a un rilancio che, almeno sulla carta, modifica radicalmente la natura della sua partita. Perché se Lovaglio riuscisse a portare a casa Banco Bpm e Banca Generali, il Monte dei Paschi che uscirebbe dal risiko sarebbe molto diverso da quello che Intesa aveva immaginato di acquistare.
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Cristina Giua
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