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Gli alunni, per me, sono tutti uguali: non c’è insegnante che non sottoscriverebbe questa frase. Nella realtà, i dati sono impietosi: fra i figli di genitori che hanno al massimo la licenza media, l’abbandono scolastico è del 22,8%, mentre per chi ha almeno un genitore laureato crolla all’1,2%. Altro gruppo, stesse proporzioni: la dispersione tra i giovani con cittadinanza straniera è quasi tre volte più alta di quella che si registra tra gli italiani, 24,3% contro 8,5%. Ultimo flash, le scelte per il futuro: al liceo classico solo l’8,3% degli iscritti proviene da famiglie di operai o di impiegati esecutivi, mentre nei professionali, al contrario, solo il 13% degli studenti ha genitori professionisti o dirigenti. C’è una questione di classe sociale, in classe: pure se gli insegnanti non lo ammetteranno mai.
Michele Arena, educatore e scrittore, nel libro Dipende dalla classe. Manifesto per una scuola anticlassista (Il Margine), fotografa una scuola a due velocità: quella di chi padroneggia i codici del gruppo dominante e quella di chi non ha i genitori giusti o la lingua giusta. Il merito, denuncia, a scuola diventa il “vestito buono” del privilegio, poiché addossiamo alla responsabilità individuale e all’impegno del singolo tutti i problemi sistemici legati alle disuguaglianze. Come scrive James Baldwin, se appartieni alle classi sociali più basse «non ti si riconosce il diritto di aspirare all’eccellenza, hai soltanto diritto di accontentarti della mediocrità».
La povertà non ha solo un effetto sulle abilità cognitive e di apprendimento, ma lascia anche — sono parole di Amartya Sen — un “sentimento ineliminabile di inferiorità in chi la prova”. «Il bambino povero sa di esserlo e si sente inferiore agli altri, anche in assenza di messaggi negativi: per esempio avverte il fatto di essere lodato più dei compagni quando svolge bene un compito. Questa interiorizzazione dell’inferiorità genera paura di sbagliare, mancanza di autostima, il senso di non avere sufficiente controllo sulla propria vita. Gli insegnanti non sono preparati a gestire tutti questi aspetti», riflette Chiara Volpato, già ordinaria di Psicologia Sociale all’Università di Milano-Bicocca e autrice di Le radici psicologiche della disuguaglianza (Laterza).

L’Italia è sempre più divisa: pochi sempre più ricchi, molti sempre più poveri. Disuguaglianze così larghe non sono solo una questione di equità sociale, sono un problema per lo sviluppo del Paese e il futuro delle nuove generazioni. Come uscirne? Le vie possibili nel numero di VITA magazine di febbraio.
SEMPRE PIÙ RICCHI, E SEMPRE PIÙ POVERI?
«In Gran Bretagna già a tre anni i bambini provenienti da famiglie svantaggiate presentano fino a 12 mesi di ritardo nello sviluppo rispetto ai coetanei. Fabrizio Butera, dell’Università di Losanna, ha lavorato moltissimo su come la scuola riproduca le disuguaglianze iniziali, cioè trattenga le persone nella loro condizione iniziale. Nelle prove Invalsi il Nord Est è l’area che ha i risultati migliori: è interessante notare che è anche l’area dove le disuguaglianze sono più ridotte», dice.
Moltissimi studi di psicologia sociale, in tutto il mondo, «hanno dimostrato che se prima di assegnare un compito evochi uno stereotipo sfavorevole — la classe sociale, l’etnia, il genere — le persone che appartengono a quella condizione faranno un compito peggiore rispetto al gruppo di controllo. Gli insegnanti dovrebbero conoscere queste evidenze scientifiche. Come dovrebbero sapere che i ragazzini delle classi sociali sfavorite, nel momento della verifica, fanno peggio se si sottolinea molto l’aspetto della competizione, della valutazione e della selezione rispetto al presentare la verifica con modalità più neutre».


Che fare? «Nelle classi bisognerebbe mescolare moltissimo: il contrario di quello che sta accadendo», dice la professoressa. E poi «prendersi cura con più intenzionalità degli studenti di “first generation”, ossia dei “primi” della famiglia a fare percorsi di studio di un certo spessore, non parlo solo di licei o di università: la scuola è costruita con i codici culturali delle classi medie e chi non li ha assorbiti fin da piccolo in famiglia — banalmente penso all’abitudine alla lettura — fa più fatica».


Un podcast per comprendere le radici delle disuguaglianze italiane e interrogarsi su come ridurre i divari che attraversano le nostre comunità. Tra patrimoni che crescono e redditi che ristagnano, tra chi eredita opportunità e chi eredita svantaggi.
Sembrano lontani i tempi in cui l’Italia introdusse la scuola media per tutti, scommettendo sulla scuola di massa come motore di emancipazione. Dire però che la scuola come ascensore sociale si è bloccata non convince un’acuta storica della scuola come Vanessa Roghi: «Penso che ci sia un problema sia rispetto alla metafora dell’ascensore sociale sia rispetto alla definizione di disuguaglianza. Entrambe stanno in una logica novecentesca, che già negli anni Sessanta venne messa in discussione, fra gli altri, da Paulo Freire e don Lorenzo Milani. Il punto non è che tutti dobbiamo arrivare “allo stesso piano” e questa cosa in verità nemmeno la vogliamo. Il problema dell’educazione non è dare a tutti lo stesso linguaggio, ma garantire a tutti la stessa possibilità di comprendersi a fondo, senza perdere il proprio linguaggio. La sfida per la scuola democratica di oggi è mettere in relazione la parola di tutti i soggetti presenti, affinché tutti possano essere pienamente cittadini. Ovviamente facendo attenzione al fatto che in un mondo complesso le disuguaglianze non sono necessariamente un disvalore, a patto che le stesse non diventino strumento di ingiustizia e discriminazione».


Per Roghi ciò su cui la scuola risulta più fragile è l’essere un luogo in cui si vive la democrazia, a prescindere dalla classe sociale di appartenenza: «Ciò non vuol dire trasformare la scuola in un’assemblea permanente, ma rendere meno opaca l’istituzione nella quale passiamo più tempo nella vita. Invece ancora ci sono studenti e studentesse che non hanno mai letto il regolamento di istituto che sono chiamati a rispettare».
Fare della scuola un “laboratorio di democrazia in atto” è questione del «modo in cui si sta in aula. Sta agli adulti decidere cosa vogliono che accada in classe, una volta chiusa la porta. E quel modo di stare, ancora oggi, trasforma la vita dei ragazzi».
Le foto sono state inviate dalle intervistate. In apertura, foto di di Laura Rivera su Unsplash
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Sara De Carli
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