Tanto di cappello a Luigi Lovaglio, amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena, non c’è che dire: per la grinta, la determinazione, anche l’indipendenza mentale. Per questa incessante resistenza professionalissima – e vien da dire: “A mani nude” – contro la tenaglia politico-affaristica con la quale il centrodestra (non diciamo il governo per carità, perché c’è un’inchiesta aperta e siamo garantisti) aveva scelto di affiancare Caltagirone e i Del Vecchio nel progetto di usare il Montepaschi come chiave passepartout per acquisire il controllo di fatto di Mediobanca e Generali; e dunque, l’operazione è riuscita ma la sua logica è sfumata perchè oggi il Monte controlla, sì, Mediobanca e tramite essa la quota di maggioranza relativa (13%) in Generali, ma non più in accordo con Caltagirone e la Delfin degli eredi Del Vecchio, che oltre a essere grossi ma estromessi soci di Montepaschi sono anche azionisti forti delle Generali (rispettivamente col 10,15 e col 6,32%)… Insieme, il blocco del controllo delle Generali Mps e Calta-Vecchio l’avrebbero ottenuto; sparpagliati no.
A quel punto l’Opas di Intesa, che il 10 settembre partirà formalmente sul mercato – un euro per azione più titoli Intesa in concambio ai soci di Mps che aderiranno, per un valore di 30 miliardi – è stata una mossa logica per il colosso guidato da Carlo Messina. Le Generali di nuovo in mano a nessuno, un Montepaschi con due o tre soci noti ma estromessi e una maggioranza risicata e coriandolare a sostenere un manager inviso agli altri…
Per Lovaglio è sembrata una Caporetto. E invece, macchè: rieccolo. Con due idee – poi vedremo quanto brillanti e velleitarie- che sul piano industriale sono oggettivamente attraenti. Acquisendo Banco Bpm, Mps si troverebbe al centro di un gruppone più grande di Unicredit e farebbe sinergie interessanti sul risparmio gestito; e acquisendo Banca Generali potenzierebbe ulteriormente le attività nel risparmio gestito, ma proprio nettamente, e rifrullerebbe l’azionariato Generali, tra concambi e dividendo straordinario.
Particolare non da poco: dai calcoli possibili ad oggi, se tutti gli “aventi diritto” all’Ops su Banca Generali aderissero, cedendo i loro titoli a Mps in cambio di titoli Generali, e poi intascando il dividendo straordinario in titoli, l’azionariato triestino sarebbe alla fine del valzer: Delfin al 10,8, Mps al 9,3%, Caltagirone al 6,7%. Al piano di sopra, ossia in Mps, a stabilizzarne l’assetto, entrerebbero le Generali con il 10%. Quindi una specie di conglomerata tenuta insieme da… già: da che cosa? Dalla possibilità di sviluppare tanto valore? Forse sì, a riuscirci. Ma sul piano del potere? Chi comanderebbe veramente? Delfin, ossia 8 signori sideralmente indifferenti ai cavoli del sistema bancario italiano? Caltagirone, l’84enne costruttore che detesta sia Lovaglio che Donnet? Mah…è immaginabile un Lovaglio confermato al suo posto da soggetti con i lividi sugli stinchi per i calci appena ricevuti propri da lui?
Altro ostacolone: l’operazione su Banco Bpm si può fare solo se il primo azionista di questa struttura, Credit Agricole (29%) dice di sì. E in cambio di cosa dovrebbe?
Dunque i francesi di Agricole sono essenziali per l’esito dell’offerta su Banco Bpm e un francesone dell’altissimo establishment parigino come Donnet, amministratore delegato di Generali, è essenziale per il sì di Trieste alla proposta Mps su Banca Generali; e sono essenziali all’esito positivo dell’Ops su Banca Generali anche quei soci presenti sia in Generali che in Mps, verosimilmente infuriati contro Lovaglio e Donnet.
Insomma, al gladiatore Lovaglio sembrerebbe necessaria, per vincere la doppia sfida, una… fata, una Mary Poppins. E infatti, biondina e non brunetta, la parte della fata dell’ombrello l’ha recitata Giorgia Meloni, che l’altro giorno – come già richiamato sulla nostra testata – esprimendo il suo disappunto all’ipotesi di smembramento di Mps (che nell’Opas di Intesa come rete di sportelli passa a Bper-Unipol) – ha dato un oggettivo aiutino alle idee di Lovaglio. Un bel carico l’ha aggiunto ieri il vicepremier e segretario leghista Matteo Salvini, dicendo che “per la Lega, il tema più importante è il rispetto della storia, dell’autonomia e del personale di istituzioni bancarie che sono tra le più antiche al mondo, simboli dell’operosità di città con secolari tradizioni”. Non dimentichiamo che il milanesissimo Salvini ha ormai molti amici in Toscana. Ma comunque, lecita opinione: e autorevole!
Curiosamente, a premier e vicepremier, ossia il centrodestra di governo, a tutela di Lovaglio e del Monte s’è aggiunto il pd senese, con tutto il campo largo, allargato verosimilmente anche alla totipotente massoneria della stupenda città toscana. Insomma: sulla pagnotta bancaria s’è spontaneamente delineato un compromesso storico tra il centrodestra di governo – ferocemente avverso a Unipol e anche un po’ a Intesa, che ancora emana aroma di sinistra Dc e Ulivo – e un pezzo della sinistra di territorio, odiante il sistema Unipol, e forse indiviosa, visto che mentre Siena affondava nel crac, il gruppo bolognese ha saputo riemergere dal casino Bnl e battere ogni record di crescita, dimostrando efficienza e lucidità strategica: ma niente, la sinistra senese si è unita a coorte che manco Mameli, a tutela dell’indipendenza della propria banca, ancorchè figlia della stessa logica che condusse quella banca al crac.
Sia detto con tutto il rispetto: Meloni e Salvini avrebbero fatto molto meglio a prendere il coraggio a due mani e a spiegare in Europa per quali ragioni lo Stato sarebbe dovuto rimanere in Mps… piuttosto che svendere a metà del prezzo attuale l’ultimo pacchetto azionario importante collocato ai privati, che guarda caso (per carità, non si parli di “concerto”!) è finito nelle mani amiche di Caltagirone & C. Invece non hanno difeso, quand’era il momento, il risanamento pubblico di Mps, che avrebbe dovuto essere tutelato tenendolo in un’orbita proprietaria “anche” pubblica, e adesso sussurrano al mercato. Be’, riveliamogli un piccolo segreto: il mercato se ne fotte.
Insomma: se in questo infernale casino non interviene un colosso straniero di quelli veri e si prende tutto il cucuzzaro… è solo perché l’Italia bancaria non fa poi davvero così gola a nessuno. Fa gola, sì, perché è piena di soldi; ma fino a un certo punto, perché è piena di trabocchetti.
E dunque vinca il migliore, e vinca sul mercato: se riuscirà a capirci qualcosa.
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Sergio Luciano
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