di Katia Regina
Con l’asfalto che fonde sotto le suole e i cruscotti che segnano temperature da altoforno, cercare refrigerio a Ferragosto non è una distrazione balneare, ma pura resistenza biologica. Eppure l’aria condizionata non basta a spegnere il bruciore di fondo. Quando la cronaca quotidiana diventa una graticola di cinismo, guerre d’attrito e proclami da tribuni estivi, l’unica salvezza è tentare una deviazione: fare meta-attualità. Prendere in prestito l’ardire di Aristotele – che con la metafisica scavalcava la materia per interrogare le cause prime – e sollevare lo sguardo dal fango della contingenza per cercare un antidoto alle ustioni dell’anima.
Quell’antidoto ha un certificato di nascita solenne: 10 dicembre 1948, Palais de Chaillot, Parigi. Con l’odore di zolfo della Seconda guerra mondiale ancora attaccato ai vestiti e la cenere di Hiroshima e Auschwitz non del tutto dispersa dal vento, cinquantotto nazioni si guardarono allo specchio e tentarono il colpo di genio: la Dichiarazione universale dei diritti umani. Quarantotto voti a favore, nessun contrario e otto astenuti strategici (il blocco sovietico, l’Arabia Saudita e il Sudafrica dell’apartheid, oltre a due assenze di comodo). L’Italia, ridotta a cumulo di macerie morali e materiali dal fascismo, rimase fuori dalla porta fino al 1955 per via dei veti della Guerra Fredda, pur avendo già scolpito quegli stessi diritti nei primi dodici articoli della Costituzione.
Ma la vera farsa non fu di chi si astenne. La beffa monumentale la firmarono le grandi democrazie occidentali: Stati Uniti, Francia, Regno Unito e i loro alleati. Paesi che sancirono solennemente la sacralità della persona, per poi trascorrere gli ottant’anni successivi a bombardare principi, foraggiare dittature redditizie, alzare filo spinato e calcolare il valore della vita umana in barili di greggio e punti percentuali di PIL. La Carta è diventata il più raffinato alibi morale della storia contemporanea: una pergamena da esibire nei vertici di gala mentre sotto il tavolo si firmano commesse di armi.
Se quel testo non è ancora finito al macero, il merito non è dei governi. È di chi ha scelto di abitare la trincea della decenza senza passare dal ministero degli Esteri.
Ha il respiro corto dei chirurghi di Medici Senza Frontiere ed Emergency, chini sui tavoli operatori improvvisati con la luce fioca di un cellulare mentre sopra la testa crollano i solai. Ha la voce ostinata dei ricercatori di Amnesty e Human Rights Watch, che passano la vita a catalogare orrori che le cancellerie preferiscono archiviare come danni collaterali. Vive nei convogli della Mezzaluna e della Croce Rossa che attraversano corridoi di fuoco per una sacca di sangue, nei religiosi e nei laici che rifiutano di salire sull’ultimo elicottero occidentale per restare a morire di stenti accanto a chi non ha vie di fuga. E arriva dritta alle nostre città, tra le mani di chi sporziona minestra calda alle sei di sera o insegna l’alfabeto ai ragazzini di periferia, senza telecamere, senza stipendio, senza tornaconto.
Oggi difendere i diritti è un’attività ad altissimo tasso di mortalità: i report dell’Aid Worker Security Database lo certificano con gelida precisione, registrando massacri sistematici di volontari e cooperanti falciati da droni, artiglieria e rapimenti. Sanno di essere un bersaglio, eppure restano lì. A fare da intercapedine umana tra la ferocia e l’inerme.
Queste donne e questi uomini incarnano ciò che Goffredo Fofi ha battezzato con precisione chirurgica: le minoranze etiche.
Mentre i nuovi sovranismi agitano lo spauracchio delle minoranze etniche per fabbricare consenso sulla paura e nascondere il vuoto pneumatico delle loro politiche, basterebbe un impercettibile atto di chirurgia linguistica per smascherare l’inganno.
Basta togliere una sola consonante. Cancellare quella «N» che trasforma l’etico in etnico. Quella consonante superflua è il confine armato, il colore della pelle usato come capo d’accusa, il marchio impresso a caldo su chi fugge da una carestia o attraversa un mare nero pece. Levare la «N» significa disarmare la grammatica dell’odio e rimettere al centro la condotta, non l’origine.
Se nelle minoranze etniche o biologiche ci si ritrova per nascita, in quelle etiche si entra per scelta. Una scelta volontaria, consapevole, figlia di una precisa urgenza morale che si nutre dell’insegnamento maieutico e nonviolento di figure come Danilo Dolci e Aldo Capitini. Chi appartiene a questa minoranza non ha tessere di partito, non indossa divise, non riceve dividendi a fine mese e – soprattutto – non ambisce a farsi maggioranza. Non cerca l’egemonia né la conquista del potere, perché sa bene che il potere corrompe persino le migliori intenzioni. La sua missione è un’altra: restare all’opposizione del cinismo, fare da spina nel fianco, esercitare una vigilanza ostinata e «rompere le scatole al potere» per testimoniare che un altro modo di stare al mondo è possibile.
Non dobbiamo cedere all’illusione di trasformare questo presidio in un movimento di massa, né tantomeno pretendere da noi stessi una purezza ascetica che non ci appartiene. Siamo tutti impastati di fragilità, contraddizioni, paure e compromessi quotidiani; conosciamo la tentazione di chiudere le finestre per non sentire il rumore della strada, il desiderio di ripararci dentro le nostre piccole comodità mentre fuori infuria la tempesta.
Ma è proprio per via della nostra comune imperfezione che salvaguardare questa minoranza diventa una questione di pura sopravvivenza morale. Non servono superuomini né eroi da copertina: serve riconoscere in questi avamposti di decenza l’argine estremo contro la barbarie. È il principio di responsabilità teorizzato da Hans Jonas: prenderci cura del mondo non perché ci è garantita la vittoria, ma perché l’esistenza dell’altro ci interpella direttamente nel presente. È l’onestà laica del dottor Rieux ne La peste di Camus: di fronte al contagio, fare il proprio dovere senza pose eroiche.
Custodire la minoranza etica – proteggerla, sostenerla, darle voce e, quando possiamo, prestarle le nostre mani imperfette – significa difendere l’ultimo specchio in cui possiamo ancora guardarci al mattino senza distogliere gli occhi. In questo minuscolo scorcio di tempo che ci è concesso, è l’unico presidio rimasto per riscattare ciò che resta di umano e non vergognarsi di appartenere alla nostra specie.
Consigli per la lettura: Goffredo Fofi e Oreste Pivetta, La vocazione minoritaria. Intervista sulle minoranze (Laterza, 2009).
Consigli per la visione: Alla scoperta di… Medici Senza Frontiere – Il racconto di chi lavora per salvare vite
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