A vederlo digiunare rigorosamente per 18-20 ore di fila, ingurgitare decine di pillole al giorno, sottoporsi a bombardamenti di luce LED e, in passato, iniettarsi il plasma del figlio adolescente salvo poi abbandonare l’esperimento per assenza di benefici, Bryan Johnson sembra l’incarnazione moderna dell’alchimista medievale alla ricerca dell’elisir di lunga vita.
Il miliardario americano ha trasformato il proprio corpo in un laboratorio vivente da milioni di dollari l’anno, diventando il volto mediatico e polarizzante del biohacking, la riprogrammazione biologica che ha l’obiettivo di aumentare le prestazioni fisiche e mentali, rallentare l’invecchiamento e migliorare la qualità della vita. Una ricetta che include digiuno intermittente, santificazione del riposo notturno, gestione dello stress attraverso meditazione ed esposizione al freddo e un bel po’ di dispositivi indossabili e sensori biometrici per l’auto-monitoraggio.
Alla fine, un mix di ossessione personale e intrattenimento che non aiuta la vera scienza dell’invecchiamento. Dietro il folklore dell’elisir di lunga vita si nasconde infatti un mercato multimiliardario che, dopo la sbornia del 2021, sta vivendo una fase di reality check.
Un ostacolo regolatorio pesa su tutto il comparto scientifico, ed è la chiave per capire perché il denaro più prudente si stia spostando altrove: la FDA (l’agenzia statunitense del farmaco) non riconosce l’invecchiamento come una malattia. Con conseguenze finanziarie enormi: senza questa qualifica, nessuna terapia anti-aging può ottenere un’approvazione dedicata, e le aziende sono costrette a procedere una patologia alla volta.
È il motivo per cui il settore resta, nella sua fascia più sperimentale, immaturo: gli investimenti sono raddoppiati nel 2024 a 8,49 miliardi di dollari su 331 operazioni, secondo il report annuale di Longevity Technology, ma restano lontani dal picco 2021 (10,16 miliardi) e concentrati su poche piattaforme molto capitalizzate. Altos Labs, la startup di riprogrammazione cellulare fondata nel 2021 e finanziata dal solito Jeff Bezos, da sola vale circa un quinto di tutto il capitale raccolto nel settore.
Nel 2025 il conto è arrivato puntuale: Unity Biotechnology, tra i nomi di punta dei senolitici, ovvero i farmaci progettati per eliminare le cellule senescenti che smettono di dividersi, ma restano attive e infiammano i tessuti circostanti, ha chiuso i battenti dopo una serie di fallimenti clinici; AbbVie ha staccato la spina alla partnership decennale con Calico, la costola di Alphabet sull’invecchiamento, dopo cinque trial senza un successo commerciale, per orientarsi verso terapie geniche più vicine al suo core business.
Ridurre la longevity economy a questo segmento, con un capitale di rischio su piattaforme senza ricavi, significa però raccontarne solo il perimetro più fragile, e più fotogenico: quello che finisce sui titoli di giornale, non sui bilanci.
La domanda vera non è se l’invecchiamento della popolazione sia un tema d’investimento. Lo è, in modo strutturale e pluridecennale. Il difficile è capire in quale area, dentro quel tema, si trovi il rendimento. E la risposta cambia a seconda di quanto ci si allontana dal laboratorio: il comparto si legge meglio in ordine di rischio decrescente, dall’illusione alchemica al dividendo trimestrale.
Per gli amanti del brivido, in cima restano appunto riprogrammazione cellulare e senolitici: scommesse pluriennali, binarie (funzionano o falliscono, senza vie di mezzo), dove il capitale privato prevale ancora nettamente su quello quotato in Borsa, e dove infatti non esiste quasi nulla su cui misurare un rendimento reale.
Scendendo di un gradino, molto più solida è la farmaceutica metabolica già in commercio. Eli Lilly e Novo Nordisk, con i GLP-1 nati per il diabete e diventati terapia di riferimento per obesità e rischio cardiovascolare, non vendono una promessa scientifica, ma un farmaco approvato con miliardi di ricavi correnti.
Poco più giù c’è la meccanica del corpo che invecchia, quella che nessuna pillola sostituisce e nessun digiuno ripara. Stryker e Medtronic vivono della domanda crescente di protesi d’anca e ginocchio e chirurgia robotica, spinta dall’artrite che colpisce oltre 32 milioni di adulti solo negli Stati Uniti: un business ciclico, ma tangibile, misurabile in volumi di interventi.
Ancora più giù, il settore assicurativo, forse il meno affascinante da raccontare, ma probabilmente il più capitalizzato dell’intero comparto. UnitedHealth Group e Humana intercettano l’invecchiamento della popolazione attraverso i piani Medicare Advantage, la copertura sanitaria pensata su misura per gli over 65.
Va detto, però, che la salute in Borsa non è stata un rifugio comodo negli ultimi anni: l’indice settoriale XLV, che raggruppa farmaceutica, dispositivi medici e managed care, ha reso circa il 6% nell’ultimo anno e il 27% negli ultimi cinque, contro il 30% e il 71% dello S&P 500 nello stesso periodo. Chi ha comprato “salute” in blocco, insomma, ha sottoperformato il mercato, mentre chi ha scelto il cavallo giusto si è tolto qualche soddisfazione.
Il settore immobiliare lo dimostra bene. I REIT sanitari cavalcano la domanda strutturale di residenze per anziani: Welltower, oltre 1.500 strutture tra Stati Uniti, Regno Unito e Canada, ha guadagnato circa il 62% nell’ultimo anno; Ventas, 1.400 proprietà nordamericane e britanniche, di cui 850 comunità residenziali con servizi di assistenza, circa il 38%. Entrambi hanno doppiato o triplicato lo S&P500 nello stesso periodo.
All’estremo opposto rispetto al laboratorio c’è il livello dei consumi: i dispositivi indossabili con cui migliaia di persone monitorano sonno, battito e stress. I nomi più cool del settore, l’anello Oura e il bracciale Whoop, restano privati, anche se hanno valutazioni miliardarie. Chi vuole esposizione quotata deve “accontentarsi” di Garmin, cresciuta nel running e nel multisport, o di Apple, che tratta i sensori di salute del suo orologio, incluse funzioni approvate dalla FDA come il rilevamento della fibrillazione atriale e dell’apnea notturna. Il mercato globale dei dispositivi indossabili vale circa 120 miliardi di dollari nel 2026, con una crescita attesa a oltre il doppio entro il 2031: numeri veri, ma diluiti in società che sulla longevity economy scommettono solo in parte.
Chi comunque non vuole scegliere singoli titoli può affidarsi a un ETF come Global X Aging Population, che impacchetta in un unico strumento farmaceutica, dispositivi medici, servizi sanitari e case per anziani. Con una cautela: con appena un’ottantina di milioni di dollari in gestione e volumi di scambio contenuti, resta un prodotto di nicchia, poco liquido rispetto ai grandi fondi settoriali come il Vanguard Health Care ETF.
Per ultima, la variabile geopolitica: la Cina sta espandendo la propria quota nella longevity economy puntando non su cliniche esclusive per miliardari, ma sulla leadership industriale in genomica, terapie cellulari, medicina rigenerativa e AI for Science. Con trial clinici più economici del 50% rispetto agli Stati Uniti e arruolamenti rapidissimi, le biotech cinesi testano e correggono le terapie a una velocità preclusa ai laboratori occidentali, rallentati da costi e burocrazia. Per frenare questa ascesa, il Congresso americano ha eretto barriere protezionistiche: dopo il Biosecure Act, il Biotech Investment National Security Act ha inserito il comparto nello screening degli investimenti in uscita. Si crea così un paradosso per gli investitori: bloccare le joint-venture o l’acquisto di proprietà intellettuale cinese rischia di rallentare lo sviluppo di cure vitali per la stessa popolazione occidentale che invecchia, isolandola dai centri di ricerca più promettenti.
Alla fine, sì, è redditizio investire nella longevity economy, ma non nel modo in cui la racconta il folklore dell’elisir. Più che di scommettere sulla promessa di sconfiggere la morte, vale la pena di puntare su chi monetizza, già oggi, i bisogni meno epici e più prosaici di una popolazione che invecchia: chi produce il farmaco, chi impianta la protesi, chi assicura la copertura sanitaria, chi da un tetto sopra la testa. Più ci si allontana dal laboratorio e ci si avvicina al bilancio trimestrale, più il rendimento diventa prevedibile, e meno romanzesco.
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