Nell’incontro a Columbus Circle, a New York, con la fotografa libanese-americana classe 1964 Rania Matar parliamo del suo ultimo libro Where Do I Go? (“Dove vado?” in italiano), pubblicato nella primavera 2026 da Kaph Books in inglese e arabo, sold out in pochi mesi e ora ripubblicato. Le sue opere sono state esposte in occasione di personali e collettive in luoghi istituzionali, tra cui Museum of Fine Arts di Boston, LACMA di Los Angeles, Carnegie Museum of Art, ICA/Boston, National Museum of Women in the Arts di Washington, Minneapolis Institute of Art, Institut du Monde Arabe. Nel 2025 ha curato Louder Than Hearts, una mostra collettiva di donne del mondo arabo e Iran al Middle East Institute di Washington. Where Do I Go? è il suo quinto libro fotografico, preceduto da SHE (2021), L’Enfant-Femme (2016), A Girl and Her Room (2012) e Ordinary Lives (2009), progetti in cui viene esplorato l’universo femminile tra oriente e occidente.

Rania Matar, New York, luglio 2026. Ph: Manuela De Leonardis

Intervista a Rania Matar

Qual è la genesi di Where Do I Go? e in che modo si pone in continuità con i tuoi libri precedenti, a partire da Ordinary Lives?

Questo progetto è nato dopo le esplosioni del porto di Beirut del 2020. Mio figlio Samer voleva andare a fare volontariato in Libano, così sono andata con lui e ho pensato di fotografare quello che era successo al porto. Ma mi sono resa conto che non mi interessava tanto la distruzione, quanto le giovani donne che lavoravano, ripulivano le macerie, facendo volontariato. Così ho iniziato a collaborare con loro e a fotografarle, senza immaginare che si sarebbe trasformato in un progetto a lungo termine. Molte di loro erano indecise se restare o andarsene dal Libano, c’è stata una grande ondata di emigrazione dal paese dopo l’esplosione del porto. La gente aveva riposto così tanta speranza nel paese e quello che era successo sembrava come un altro schiaffo in faccia. Precedentemente, l’ondata di emigrazione più grande risaliva al 1984, quando anch’io me ne andai. Avevo l’età di quelle ragazze, quindi mi sono riconosciuta in loro. Una volta ero con una di loro, Perla, e abbiamo visto sul muro un graffito in arabo che diceva lawen ruh – “dove vado?” – lei è corsa a mettersi in quell’angolo e l’ho fotografata. Ecco il titolo, ho pensato, e così è stato.

In che modo, come hai più volte sostenuto, la tua esperienza di palestinese-americana nata e cresciuta in Libano che, come dicevi, si è trasferita negli Stati Uniti è centrale in tutto il tuo lavoro?

La mia identità palestinese non è così centrale per il mio lavoro, ma quella libanese sì. Ho studiato architettura e sono diventata fotografa solo dopo l’11 settembre, perché negli Stati Uniti tutte le notizie parlavano di “loro contro noi” e ruotavano tutte intorno a questa divisione. Mi sentivo di appartenere sia a “loro” che a “noi”, così ho iniziato a fotografare ed è ciò che mi ha portata al mio primo libro, Ordinary Lives. Purtroppo, nel 2026 ci troviamo esattamente nella stessa situazione di allora con notizie che sono molto divisive. Ancor più mi sembra che attraverso questo nuovo progetto mi ritrovo a vivere tra queste due culture, il che mi dà la possibilità di raccontare la mia storia attraverso le donne che fotografo. Penso che l’Occidente tenda a guardare al Medio Oriente, specialmente alle donne, in modo molto unilaterale.

In che senso?
Si pensa solo alle guerre – sì, è vero, ce ne sono molte –, ma c’è anche altro, e si è ossessionati dal velo, dall’hijabcome idea di oppressione delle donne, ma per molte di quelle che ho fotografato non c’è nulla di oppressivo. Il fatto che lo indossino o meno è irrilevante, sono forti e se lo indossano è per scelta. Tra Ordinary Lives e Where Do I Go? ci sono stati molti altri progetti, che in realtà sono più incentrati sulla mia identità, sia come americana che come araba. Ho fotografato donne dell’età delle mie figlie, mentre crescevano in Medio Oriente e negli Stati Uniti. Per me, in un certo senso, era un atto politico concentrarmi su quell’umanità condivisa attraverso la femminilità.

Fotografare giovani donne che celano il volto dietro ai capelli o danno le spalle all’osservatore è una scelta stilistica che implica significati simbolici?

In questo libro ci sono alcune donne che guardano dritto nella fotocamera e altre che sono voltate. Non si tratta necessariamente della loro identità specifica, penso che dipenda più che altro dal luogo. Per me questo libro è in gran parte frutto di una collaborazione, quindi alcune immagini riguardano molto la storia specifica della donna ritratta o la sua scelta di farsi fotografare in un determinato luogo, in un modo che creiamo insieme. Altre hanno anche a che fare più con la memoria collettiva che l’identità in sé. Non so se questo sia un modo inconscio di affrontare la questione, ma in alcuni casi si tratta più di come la donna si inserisca in un dato spazio o di come lo domini. Ho riflettuto molto sul senso di appartenenza nel suo complesso e su come diventiamo parte dello spazio che abitiamo. Molti dei miei lavori precedenti erano ambientati prevalentemente nello spazio familiare, all’interno della casa, mentre questo è più incentrato sull’appropriazione dello sfondo esterno. C’è anche un leggero senso di pericolo nelle immagini che, in un certo senso, mi piace perché fa parte del vivere in Libano, quindi sono molto grata a quelle donne che sono state disposte, insieme a me, a entrare abusivamente negli edifici o ad arrampicarsi sugli alberi per raggiungere certi punti o tuffarsi in acqua. È davvero qualcosa che abbiamo creato insieme.

In Where Do I Go? sembrano prevalere i luoghi abbandonati, in rovina o desolati, a Beirut come in altre località del Libano: la stazione dei treni di Rayak, Bhamdoun sulla strada per Damasco, il villaggio di montagna di Chartoun, Kfar kila… I luoghi diventano metafora dell’attuale situazione politica con l’occupazione del sud del Libano da parte di Israele?

È interessante che tu me lo chieda, perché questo libro è stato completato nel 2025, un anno che per me doveva simboleggiare il 50° anniversario dell’inizio della guerra civile in Libano, e ora siamo nel 2026 con la guerra in corso con Israele che sta occupando il Libano, quindi, le metafore sono ancora molto attuali. Gli spazi abbandonati, poi, sono interessanti perché si tratta di strati e strati di storia che si sono sovrapposti. Alcuni sono residui della guerra civile, altri provengono da diverse guerre nel corso degli anni, altri ancora dalle esplosioni del porto. Allo stesso tempo, c’è tanta bellezza e anche questa convivenza tra il degrado e la bellezza.

Spiegaci meglio…
Ho trovato molto interessante che molte di quelle giovani donne siano affascinate dalle vecchie case e da questo senso di abbandono dei luoghi. Naturalmente, spero che le immagini possano essere interpretate in modo metaforico, perché spesso raccontano il modo in cui la donna reagisce ad un determinato spazio. Ad esempio, Aya ha iniziato a ballare quando ha visto l’immagine del murale che raffigura persone che ballano. In questo senso mi piace il fatto che ci sia questo costante scambio tra la persona e lo spazio. Allo stesso tempo, cerco di includere elementi della natura, come l’acqua e le montagne. Spero che ci sia un equilibrio tra tutto questo, quindi si vedono luoghi come un cinema, per esempio, e la natura.

I soggetti che ritrai sono liberi di scegliere come farsi fotografare o sei tu a decidere la posa?

È un continuo andirivieni. Parlo sempre molto con le donne prima di iniziare lo shooting e imparo tantissimo da loro. Una ragazza che studiava teatro aveva espresso il desiderio di essere fotografata in un luogo che avesse a che fare con il teatro, così ho pensato al Piccadilly Theater che era il fiore all’occhiello del Libano, quando Beirut era considerata la Parigi del Medio Oriente. Nella foto che le ho scattato c’è un senso di storia e di memoria, perché contiene tante simbologie, considerando anche l’abbandono del luogo, quindi mi è sembrato che facesse parte della sua storia e della mia, in un modo in cui quelle storie si scontrano, s’intrecciano. Spesso non ho idea di come scattatare la fotografia e a meno che non abbia già fotografato la donna in precedenza, è una scoperta che facciamo di noi stesse e del luogo. È tutto molto fluido, c’è una sorta di sinergia che si crea, con alcune donne più che con altre. Sì, è una questione di empatia.

Lasciare nei titoli delle fotografie il nome dei soggetti – Mariam, Mirna, Rhea, Fawzia, Aya, Tara… – è un valore aggiunto per te?

Penso di sì, perché in un certo senso sto rendendo omaggio alla donna che appare nella fotografia, soprattutto ora che si sente parlare di ciò che sta succedendo in Libano con 1,2 milioni di sfollati e 5.000 morti. C’è un certo anonimato in tutto questo, invece voglio che la gente veda queste donne, conosca i loro nomi. Alcune di loro sono state sfollate e hanno perso le loro case nel sud del Libano, altre hanno perso dei familiari, quindi… mi vengono i brividi mentre lo dico, ma questo mi dà l’occasione di continuare a parlare del Libano.

Ogni fotografia è legata ad una storia: ce n’è una che ti sta più a cuore?

Sono molto legata a Samira, una giovane rifugiata palestinese di terza generazione. I suoi nonni sono arrivati dalla Palestina in Libano nel 1948, vivono a Burj al-Barajneh, un campo profughi palestinese proprio alle porte di Beirut. L’ho conosciuta quando ho visitato il campo per la prima volta, nel 2005. Mi sono innamorata di quella bambina e della sua famiglia. Ho instaurato un legame speciale con lei. Andavo a trovarla ogni anno e scattavamo delle foto. Così, a un certo punto, mi sono resa conto di avere tutte quelle immagini di Samira accumulate negli anni, ed è diventata una cosa nostra, che facevamo insieme. Ad esempio, quando ha compiuto 18 anni, abbiamo iniziato a uscire dal campo profughi, andando in riva al mare. Purtroppo, essendo nata e cresciuta nel campo profughi non ha documenti, quindi non ha accesso alle opportunità che altrimenti potrebbe avere. Questa è una storia che si ripete di generazione in generazione. Quella volta, in particolare, mentre passavamo in auto, lei vide il filo spinato e disse che, anche se era fuori dal campo, era comunque una prigioniera e che avremmo dovuto scattare una foto con quel filo spinato. Così l’ho fotografata con il filo spinato. L’anno successivo, invece, sono stata io a dirle che avrei voluto fare una foto migliore, includendo anche i fiori. Questa è la foto che si trova nel libro.

Rania Matar, Petra, Holiday Inn Hotel Pool, Beirut, Lebanon, 2021 (Courtesy of the Artist)
Rania Matar, Petra, Holiday Inn Hotel Pool, Beirut, Lebanon, 2021 (Courtesy of the Artist)

Tra le fotografie ci sono parecchi scatti in quello che era l’Hotel Holiday Inn…

L’Holiday Inn fu completato nel 1974 ed era l’orgoglio del Libano e dei libanesi. Era un edificio alto 28 piani e c’era un ristorante girevole da cui si poteva vedere tutto il Libano, ma nel 1975 quando iniziò la guerra ci fu quella che fu chiamata “la battaglia degli hotel”, quando la gente si nascondeva nei diversi hotel e si sparava a vicenda. Io vivevo abbastanza lontano da lì, ma non troppo, tanto da poter vedere l’Holiday Inn con il binocolo. Eravamo in cima alle colline, io ero al settimo piano e vedevo bruciare una stanza dopo l’altra, quindi ogni volta che si parla di guerra civile a me torna subito in mente l’Holiday Inn. Cinquant’anni dopo è ancora lì, semi distrutto, con i fori di proiettile e i segni delle bombe. Sentivo che avrei dovuto includerlo nelle mie fotografie, ma mi ci sono voluti diversi anni per ottenere il permesso dall’esercito, perché adesso è una zona militare. Nel libro ci sono varie immagini che ho scattato lì, inclusa quella di Tara che, per una di quelle coincidenze fortuite, indossava un vestito giallo con una specie di croce sulla schiena ed è in piedi, di spalle, nella piscina vuota. Una foto che per me è simbolica, lei sembra così piccola di fronte a quella grande struttura.

Il libro contiene anche alcune foto vernacolari, chi è il colleziosita e qual è la relazione con le tue fotografie?

Il collezionista di Beirut si chiama Georges Boustany, l’ho incontrato per caso al funerale di mio suocero. È un cugino di secondo grado di mio marito che non conoscevo. Abbiamo chiacchierato e lui mi ha chiesto di cosa mi occupassi. “Sono una fotografa” gli ho detto, chiedendogli a mia volta cosa facesse e mi ha detto che collezionava fotografie vernacolari. Sono andata a vedere la sua collezione e l’ho trovata favolosa, perché sono immagini del Libano prima e durante la guerra. Ha pubblicato un libro intitolato Avant d’Oublier, così alla fine l’ho contattato dicendogli che sarei stata onorata se avessi potuto usare alcune delle immagini della sua collezione. Georges ha scritto anche un bellissimo saggio, così come Kim Ghattas, Youmna Melhem Chamieh e Elliot Josephine Leila Reichert. Quanto alle frasi di Etel Adnan, per me rappresentano il passaggio tra il passato e il presente.

Progetti futuri?

Prima mi hai chiesto della mia identità palestinese: i miei genitori erano entrambi palestinesi, sono arrivati in Libano nel 1948, quando erano bambini, e si sono conosciuti molto più tardi all’American University di Beirut. Mia madre è morta quando avevo tre anni, mi ha cresciuta mio padre, quindi eravamo solo io e lui. I palestinesi cristiani potevano ottenere la cittadinanza libanese, quindi prima di sposarsi lui la ottenne, altrimenti io non l’avrei avuta, ma essendo cresciuto durante la guerra mi diceva sempre “Tu sei libanese, non palestinese. Il fardello è mio, non tuo”. Voleva proteggermi perché i palestinesi erano coinvolti nella guerra in Libano, e io volevo integrarmi ed essere come i miei amici, quindi, mi identificavo pienamente come libanese di genitori palestinesi. Quando mio padre è venuto a mancare, alla fine di agosto 2023, e la guerra a Gaza è iniziata nell’ottobre di quell’anno, il suo desiderio era stato quello che riportassi le sue ceneri a Jaffa, il luogo dove era nato. Questo mi ha ricollegata completamente a quell’identità e ora la sto abbracciando. Tanto più che una delle mie figlie, Maya, che studia alla Columbia University, durante una lezione di psicologia ha parlato di identità dicendo di aver represso la sua identità palestinese perché sua madre aveva represso la sua.

E, quindi, a cosa ti ha portato, sul piano del lavoro?
Ho deciso di cercare tra gli archivi, tra le cose di mio padre che sto fotografando e, allo stesso tempo, sto fotografando la terza generazione di palestinesi che ha un rapporto molto diverso con l’identità rispetto alla mia generazione. Noi non sapevamo cosa stavamo facendo, mentre loro ora si rendono conto di avere accesso a molto più di quanto avessimo noi e se ne stanno appropriando, cosa che trovo davvero incredibile. È iniziato un po’ così questo nuovo progetto che chiamo Threads of identity (“I fili dell’identità”).

Manuela De Leonardis

Rania Matar
Where Do I Go?
Edizioni Kaph, 240 pagine
ISBN: 6148065002

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