Centoventi secondi. Poco più di due minuti per entrare nel Museo regionale di Messina, raggiungere alcuni dei capolavori più preziosi custoditi in Sicilia, smontare le tavole, aprire una teca blindata e fuggire. Il furto degli Antonello da Messina, avvenuto la sera di Ferragosto, diventa ogni giorno più inquietante. E soprattutto più difficile da spiegare.

 

La Procura di Messina ha aperto un fascicolo per furto pluriaggravato di opere d’arte, al momento contro ignoti. Polizia e Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale stanno passando al setaccio telecamere, celle telefoniche, testimonianze e turni di servizio.

L’ipotesi è quella di un colpo accuratamente pianificato. Si cerca anche un possibile basista, qualcuno che conoscesse il museo, i percorsi interni, la sorveglianza e le abitudini del personale.

 

E rimane il punto più imbarazzante di tutta la vicenda: nel museo c’erano i custodi, i sistemi di sicurezza vengono descritti come funzionanti, eppure ad accorgersi per 

primi che qualcosa non andava sarebbero stati alcuni cittadini che hanno trovato due tavole abbandonate all’esterno.

 

Il colpo in poco più di due minuti

 

Le indagini coordinate dalla Procura guidata da Antonio D’Amato stanno cercando innanzitutto di ricostruire quei 120 secondi.

Secondo la ricostruzione investigativa emersa finora, il gruppo sarebbe stato composto da almeno quattro persone: due materialmente entrate nel museo e altre due rimaste all’esterno. Caschi integrali da motociclista, magliette nere, movimenti rapidi.

Non l’aria di chi passa da quelle parti e decide all’improvviso di rubare un Antonello.

I ladri avrebbero raggiunto direttamente le opere. Hanno asportato tutte e cinque le tavole superstiti del Polittico di San Gregorio, datato 1473, ma durante la fuga ne hanno abbandonate due all’esterno del museo. Hanno inoltre portato via la preziosissima tavoletta bifronte, con la Madonna col Bambino e un francescano da un lato e il Cristo in pietà dall’altro.

Il risultato è che restano da recuperare tre tavole del Polittico e la tavoletta bifronte: quattro opere complessivamente. Le fonti internazionali confermano la sottrazione di quattro lavori e il recupero di due pannelli inizialmente portati via.

 

Una teca blindata aperta in pochi secondi

 

Particolarmente importante è il caso della tavoletta bifronte.

Non era semplicemente appesa a una parete: era custodita all’interno di una teca blindata.

Chi è entrato al MuMe ha quindi dovuto sapere dove dirigersi, riconoscere immediatamente gli obiettivi e superare i sistemi che proteggevano le opere.

Antonello realizzò il Polittico di San Gregorio nel 1473 proprio a Messina, su commissione delle monache del monastero di San Gregorio. Il museo stesso lo presenta come una delle opere centrali della propria collezione antonelliana.

La velocità del colpo è uno degli elementi che spingono gli investigatori a chiedersi quanto i ladri conoscessero preventivamente l’edificio.

 

 

La caccia al basista

 

È qui che entra in scena una delle ipotesi più delicate: qualcuno potrebbe aver fornito informazioni dall’interno.

Non significa che sia già stata accertata una complicità. Al momento è una pista investigativa.

Ma bisogna capire come i ladri conoscessero così bene gli spazi, dove fossero collocate esattamente le opere, quali fossero i sistemi di protezione e, soprattutto, quale fosse il momento migliore per agire.

Anche fonti internazionali riferiscono che gli investigatori stanno valutando l’ipotesi di conoscenze interne e possibili complicità, proprio per la rapidità e precisione dell’azione.

Sono stati ascoltati i custodi presenti nel turno notturno, dalle 19.30 alle 7.30.

Nessuno, naturalmente, può essere indicato oggi come responsabile. Ma ricostruire minuto per minuto ciò che è accaduto all’interno del museo è diventato inevitabile.

 

Il mistero dell’allarme

 

Ed eccoci al vero cortocircuito della storia.

La direzione del museo sostiene che sistemi di sicurezza, allarme e videosorveglianza fossero perfettamente funzionanti. Anche il presidente della Regione Renato Schifani lo aveva precisato nelle ore successive al furto, annunciando contemporaneamente un’ispezione interna.

Ma un sistema d’allarme non serve semplicemente a suonare.

Serve perché qualcuno raccolga quella segnalazione e intervenga.

Gli investigatori stanno quindi approfondendo anche la circostanza, ancora da verificare, di un eventuale disinserimento dell’allarme dopo il colpo.

È uno dei passaggi che potrebbero cambiare radicalmente la lettura dell’accaduto.

 

Le due tavole trovate dai cittadini

 

C’è poi un particolare quasi surreale.

Due pannelli del Polittico, inizialmente portati via dai ladri, vengono abbandonati su un muretto all’esterno.

A trovarli sarebbe stata una famiglia, che intorno alle 21 chiama il 112.

Secondo le ricostruzioni giornalistiche emerse nelle ultime ore, sarebbe stata proprio quella segnalazione a mettere in moto la macchina degli accertamenti.

Se questa sequenza temporale verrà confermata, la domanda sarà inevitabile: com’è possibile che persone all’esterno del museo si siano accorte delle opere abbandonate prima che all’interno ci si rendesse conto del furto?

 

 

I custodi e la Vara in televisione: indiscrezione da verificare

 

A Messina circola inoltre un’indiscrezione particolarmente delicata.

Durante il turno alcuni addetti alla custodia avrebbero seguito in televisione la Vara, la grande processione dell’Assunta che ogni 15 agosto attraversa Messina, invece di controllare costantemente i monitor della videosorveglianza.

Va detto con chiarezza: al momento non è un fatto accertato.

Sarà l’inchiesta a stabilire cosa stessero facendo i custodi, quali fossero le loro mansioni e se le procedure di vigilanza siano state rispettate.

La Regione ha già avviato un’ispezione amministrativa proprio per verificare eventuali responsabilità nella custodia.

 

Perché proprio durante la Vara

 

La scelta del 15 agosto potrebbe non essere affatto casuale.

La Vara richiama ogni anno decine di migliaia di persone. La città è concentrata sulla processione, le strade sono affollate e una parte importante delle forze dell’ordine è impegnata nella gestione dell’evento.

Una situazione ideale per confondersi tra la folla.

Anche le ricostruzioni internazionali sottolineano come il furto sia stato compiuto approfittando delle celebrazioni dell’Assunta e del grande afflusso di persone in città.

Insomma: i ladri potrebbero non avere scelto soltanto le opere.

Potrebbero avere scelto il giorno.

 

Telecamere e celle telefoniche: si cercano i sopralluoghi

 

Le immagini della videosorveglianza sono diventate naturalmente uno dei principali strumenti dell’inchiesta.

Non vengono analizzate soltanto le registrazioni della sera del furto.

Gli investigatori stanno guardando anche i giorni precedenti, alla ricerca di persone che possano avere effettuato sopralluoghi, studiato gli ingressi o osservato i movimenti del personale.

Lo stesso vale per le telecamere esterne e quelle presenti lungo le strade attorno al MuMe.

Parallelamente vengono analizzati i dati delle celle telefoniche, per individuare eventuali dispositivi comparsi ripetutamente nella zona prima e durante il colpo.

La tecnica investigativa è quella classica utilizzata nei furti d’arte: testimonianze, immagini, tracce e incrocio dei dati. Il maggiore Lorenzo Galizia, comandante del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Roma, ha spiegato che proprio questi strumenti restano fondamentali, affiancati oggi anche da sistemi tecnologici per individuare opere rubate quando ricompaiono sul mercato online.

 

Ma davvero qualcuno ha commissionato il furto?

 

C’è poi l’ipotesi più cinematografica: il miliardario senza scrupoli che ordina il furto di un Antonello per contemplarlo segretamente nel salotto di casa.

Possibile? In teoria sì.

Ma l’esperienza investigativa suggerisce prudenza.

Il maggiore Galizia ha spiegato che nei casi affrontati dai Carabinieri non emerge normalmente un rapporto diretto tra un collezionista-mandante e gli esecutori del furto. Più spesso chi ruba sa che l’opera vale moltissimo e scopre soltanto dopo quanto sia difficile trasformarla in denaro.

E con un Antonello il problema diventa enorme.

 

Rubarli è più facile che venderli

 

Un’opera universalmente conosciuta è, paradossalmente, una pessima refurtiva.

Non può essere proposta a una casa d’aste.

Non può comparire in una galleria.

Non può essere offerta con facilità a un collezionista serio.

E non può essere modificata o venduta “a pezzi”.

È immediatamente riconoscibile.

Il maggiore Galizia descrive una fase tipica successiva ai grandi furti come un periodo di “immersione”: le opere vengono nascoste, si aspetta che l’attenzione diminuisca e soltanto successivamente si tenta di trovare una destinazione.

A volte i ladri finiscono per abbandonarle proprio perché scoprono di avere tra le mani una refurtiva troppo famosa e troppo difficile da piazzare.

È già successo in altri grandi furti. Lo stesso Galizia ricorda il caso del museo di Castelvecchio a Verona, dove furono sottratte 17 opere di maestri come Rubens, Bellini, Mantegna e Tintoretto: i dipinti vennero poi recuperati e, secondo l’ufficiale, i ladri si trovarono anche davanti al problema di non sapere a chi venderli.

 

L’ombra della criminalità organizzata

 

Nelle ultime ore è emersa anche l’ipotesi di un possibile collegamento con ambienti criminali.

Alcuni osservatori messinesi hanno sottolineato che opere praticamente invendibili potrebbero essere utilizzate come merce di scambio, garanzia o strumento di pressione.

Reuters riferisce che questa pista viene discussa anche alla luce della particolare dinamica del furto e dell’apparente conoscenza del museo dimostrata dalla banda.

Ma anche qui serve prudenza.

Il maggiore Galizia sottolinea che, sulla base dell’esperienza investigativa, il traffico di opere d’arte non è uno dei settori principali di attività di Cosa Nostra.

E il precedente più famoso continua ad alimentare miti e ricostruzioni mai definitivamente provate.

 

Il fantasma del Caravaggio

 

È impossibile, infatti, raccontare un grande furto d’arte in Sicilia senza pensare alla Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi di Caravaggio, rubata dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969.

Non è mai stata recuperata.

In più di mezzo secolo sono state seguite piste diverse, comprese quelle mafiose, senza arrivare al ritrovamento.

Ancora oggi i Carabinieri continuano a cercarla.

Ed è proprio questo il precedente che rende urgente recuperare gli Antonello prima che entrino in quel territorio oscuro nel quale un’opera può restare nascosta per decenni.

 

 

Il MuMe era già stato saccheggiato

 

C’è anche una coincidenza storica piuttosto amara.

Quello del 2026 non è il primo grande saccheggio subito dal Museo regionale di Messina.

Nel 1939, quando l’istituto si trovava nell’ex filanda Barbera-Mellinghoff, iniziò una vicenda che avrebbe assunto dimensioni impressionanti. Negli anni successivi ci si accorse che numerosi originali erano scomparsi e, in alcuni casi, erano stati sostituiti con copie.

Nel 1951 gli studiosi Federico Zeri, Ferdinando Bologna e Raffaello Causa, impegnati nella preparazione di una mostra su Antonello, individuarono alcune falsificazioni. Una successiva ricognizione stimò in circa 600 i pezzi mancanti, almeno 260 dei quali dipinti di pregio. Soltanto una cinquantina di oggetti tornarono al museo.

Una ricerca storica pubblicata dalla Società Messinese di Storia Patria ricorda proprio che Maria Accascina, direttrice dal 1949 e oggi figura alla quale il museo è intitolato, avviò una nuova inventariazione dopo la scoperta delle sostituzioni degli originali con copie.

Ottantasette anni dopo, nello stesso museo, si torna a cercare opere scomparse.

 

La Sicilia e la lunga storia dell’arte rubata

 

Il caso Antonello si inserisce purtroppo in una storia siciliana molto più lunga.

Nel 1962 venne rubato dal municipio di Castelvetrano l’Efebo di Selinunte. Fu recuperato sei anni dopo a Foligno.

Nel 1969 sparì il Caravaggio di Palermo.

Negli anni Settanta furono saccheggiati musei e siti archeologici, mentre gli scavi clandestini alimentarono il traffico internazionale di reperti. La Dea di Morgantina, trafugata nel 1979, arrivò fino al Getty Museum di Los Angeles prima di essere restituita all’Italia e tornare ad Aidone.

Altre opere hanno impiegato anni o decenni per rientrare in Sicilia. Alcune non sono mai tornate.

La storia insegna quindi due cose: i recuperi sono possibili, ma il tempo conta.

 

I cittadini chiedono risposte

 

Intanto Messina reagisce.

Sul lungomare del Ringo una cinquantina di cittadini si sono riuniti per chiedere chiarezza. Tra i promotori il fumettista messinese Lelio Bonaccorso, che ha chiesto trasparenza sulle dinamiche del furto, sui sistemi di sicurezza e sulla preparazione del personale.

Anche Archeoclub Sicilia ha riportato l’attenzione sulle condizioni generali nelle quali lavora il sistema regionale dei beni culturali: pensionamenti non compensati da nuove assunzioni, carenze d’organico, turnazioni difficili e sedi sottodimensionate.

Perché dopo l’emergenza Antonello rimarrà una domanda che riguarda tutti i musei siciliani.

 

 

Due minuti che adesso bisogna spiegare

 

L’inchiesta è appena cominciata e molte delle ipotesi circolate in queste ore devono ancora trovare conferma.

Ma alcuni fatti restano.

Una banda entra nel Museo regionale di Messina la sera di Ferragosto. Sa dove andare. Rimuove opere di valore incalcolabile. Riesce perfino a prelevare una tavoletta custodita in una teca blindata. Esce. Due opere vengono abbandonate all’esterno. Quattro scompaiono.

Tutto, secondo la ricostruzione investigativa attuale, in poco più di centoventi secondi.

E nel museo ci sono custodi, telecamere e un sistema d’allarme che la direzione sostiene fosse funzionante.

Il problema, dunque, non è soltanto trovare chi ha rubato gli Antonello.

Bisogna capire come abbia fatto.

E soprattutto bisogna ritrovare le opere prima che cominci quella fase che gli investigatori chiamano “immersione”: quando un capolavoro sparisce dalla vista, viene nascosto e il tempo comincia a lavorare per chi lo ha rubato.




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 redazione@tp24.it (Redazione)

Source link

Di