“L’amore, non l’interesse, dovrebbe essere il vero motore dell’impresa. Sempre! L’amore verso l’impresa stessa e ciò che fa, ma anche verso i collaboratori che vi lavorano, verso il territorio che l’ospita, verso il sistema circostante!”: Andrea Dellabianca, presidente di Compagnia delle Opere, non ha alcun imbarazzo a fare propria la sfida aperta al linguaggio conformista dell’economia contemporanea, imperniata sull’infinita declinazione dei suoi due concetti chiave, il profitto e la competizione. Al Meeting di Rimini di quest’anno la Compagnia, che nel 2026 ha compiuto 40 anni e li ha celebrati con un “Manifesto” valoriale in perfetta sintonia con l’Enciclica “Magnifica Umanitas” di Papa Leone XIV, ripropone l’urgenza di coniugare lo spirito d’impresa con i valori del welfare, dell’inclusione, della natalità, della solidarietà. E con quest’intervista il suo presidente riallinea i messaggi sui quali la Compagnia promuoverà a Rimini un vastissimo dibattito in decine di eventi di alto livello culturale e forte coinvolgimento comunitario.
Allora, presidente: il titolo dantesco di questo Meeting – “L’Amor che move il sole e le altre stelle” – osa la parola “amore” in un mondo in cui sembra che l’unico lessico ammesso sia quello dell’interesse e della forza. È una provocazione voluta?
Sì, ed è una provocazione che ci riguarda direttamente come imprenditori, sia profit sia sociali. La competizione pura genera sempre una classifica severa, con un podio per pochi e con molti esclusi. Noi crediamo che un’impresa nasca da un’altra logica: davanti a un bisogno, economico o sociale, una persona sente il desiderio di costruire una risposta. È una dinamica strutturale di ogni uomo, che però ha bisogno di corpi intermedi che la sostengano nel tempo. Il risultato economico è importante perché è e resta il segno della salute di un’iniziativa, non il suo scopo. Lo scopo è il desiderio di costruzione, che finisce per contaminare positivamente tutto il contesto intorno: il territorio, le famiglie, le opere sociali che circondano l’azienda. Non c’è separazione tra un’etica buona e la creazione di valore: le due cose insieme generano un’economia che negli anni ha fatto crescere paesi e comunità intere. La domanda vera è: cosa muove chi fa impresa? un amore che migliora il contesto, o l’affermazione della propria forza?
Sono tempi difficili per sostenere questi concetti: la bandiera, anche laica, dei principi Esg (enviroment, social e governance, ossia ambiente, socialità e buona gestione, ndr) è stata svuotata dal greenwashing, e figure come Trump l’hanno voluta addirittura ammainare, liquidando ogni afflato ideale nel mondo del business a vantaggio del solo perseguimento dell’interesse.
Sì, sono tempi difficili, se è questo che mi chiede: con la recrudescenza delle guerre intorno a noi e l’affermazione della forza come unico metro del vivere. Ma sono anche tempi di grandi occasioni, perché quando le persone incontrano esempi positivi di costruzione, li riconoscono e si coinvolgono. Il rischio di normative sulla sostenibilità come quelle scritte, al loro tempo, in Europa è viverle come un adempimento, un flag da mettere per migliorare il rating bancario. L’alternativa di qualità è invece quella di fare di quei valori un contenuto sostanziale della propria attività, e questo richiede un impegno culturale che coinvolge anche il mondo delle opere sociali, chiamato a dialogare con le imprese, grandi e piccole, in un’alleanza vera. Non esiste più chi ha i soldi da una parte e chi cura le persone dall’altra: serve un’alleanza di costruzione, tanto più urgente quanto più la nostra società invecchia, perde natalità e vede ridursi la forza lavoro attiva.
Il welfare come lo abbiamo conosciuto rischia di non reggere più. Le imprese possono avere un ruolo diretto nel ripensarlo?
Credo che il sistema di welfare così come lo abbiamo vissuto in Italia e in Europa abbia i giorni contati, per mancanza di fondi: meno forza lavoro attiva, più fragilità legate all’età media che cresce. Può reggere solo con un rapporto pubblico-privato in cui il privato diventi fattore pubblico. Le aziende restano tra le poche comunità di persone ancora attive sul territorio: penso a un’impresa che fornisce la mensa anche all’asilo comunale vicino, con un costo più basso e una qualità migliore, e in cambio ottiene uno sconto sulle tasse comunali. Un costo inferiore per lo Stato, un guadagno compensativo per l’azienda. Serve però un percorso culturale da entrambe le parti: le imprese devono maturare questa consapevolezza, e lo Stato deve tornare a guardare all’impresa con stima, non solo come qualcosa da controllare o da spremere.
Quest’anno il Meeting ospita anche la visita del Santo Padre, nella ricorrenza dei quarant’anni della Cdo. Che significato ha per lei?
Siamo molto contenti, ed è una bellissima occasione per mettere a tema, sia nell’Arena degli incontri sia in una mostra dedicata, la figura di Léon Harmel, imprenditore francese di fine Ottocento. Nel suo rapporto con il Magistero dell’epoca e personalmente col Papa Leone XIII, Harmel scoprì un contenuto ideale che divenne un fattore di innovazione reale nella sua azienda: niente lavoro minorile sotto i dodici anni, il giovedì pomeriggio libero per fare la spesa, case per gli operai, i primi assegni familiari, perché aveva capito che la famiglia è un fattore positivo anche per il successo dell’impresa. Queste sue idee ed il confronto che ebbe con il Pontefice, rafforzandone le convinzioni, contribuirono alla definizione dei contenuti della celebre enciclica “De rerum novarum”. Per noi l’ideale da perseguire rimane configurato nella dottrina sociale della Chiesa, attualizzata quest’anno anche dal recente documento pontificio. Il Meeting, quindi, ancora una volta non replica il passato in modo nostalgico: va all’origine per capire cosa il passato ha ancora da dirci oggi.
Sul tema dell’immigrazione lei è critico sia con chi la rifiuta per principio, come alcuni esponenti della destra, sia con chi la difende solo a parole, senza costruire nulla di concreto, come alcuni esponenti della sinistra. Cosa si può fare davvero?
Penso che i problemi si affrontino in modo ideologico, e per questo restano sempre parziali, da un lato e dall’altro. Con la Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi abbiamo lanciato un progetto, chiamato “Integra”, che mette in rete terzo settore, enti di formazione e associazioni di categoria per intercettare i bisogni delle imprese e formare le persone alle competenze richieste. Abbiamo lavorato molto anche con immigrati regolari, per lo più rifugiati con permessi provvisori: in un anno e mezzo abbiamo inserito 250 persone con contratti regolari nel mondo del lavoro. Perché appunto il lavoro è il principale fattore di integrazione, un fattore fortissimo, ma ogni passo apre nuovi problemi, anche a causa delle leggi in vigore. Basti pensare che è sufficiente percepire uno stipendio di mille euro al mese per perdere i benefici di supporto, e una persona rischia di precipitare di nuovo nell’emarginazione. Il problema più concreto è la casa: quasi nessuno affitta a un immigrato irregolare. Abbiamo visto imprenditori affittare loro stessi appartamenti per i propri collaboratori, coinvolgendo i colleghi per arredarli. È di nuovo quell’amore che muove le persone. Ma non si può neanche essere ideologici in senso opposto: servono regole sui flussi, e una politica che torni protagonista su questo, non posizioni ideologiche che non costruiscono nulla.
E sul fronte opposto, quello della transizione demografica, la terza età e la solitudine degli anziani?
La vita media si allunga, e l’ammortizzatore familiare si è indebolito: i figli sono spesso lontani, e la solitudine colpisce non solo le aree interne ma soprattutto le città. E’ questo il dramma: si perde qualcosa di prezioso, una persona anziana era sempre e comunque a fianco dei più giovani, portatrice di esperienza, un protagonista con un ruolo diverso ma sempre attivo. Oggi manca anche un contesto di supporto quando, dopo un ricovero, l’anziano torna a casa e ha bisogno di assistenza domiciliare, e la sua famiglia ha bisogno di essere aiutata. Qui il terzo settore resta l’unico soggetto davvero in grado di rispondere. Guardo con interesse a modelli abitativi, penso a esperienze tedesche, pensati per i cosiddetti “silver age”: persone anziane ma autosufficienti che non hanno bisogno di assistenza ma di un contesto di relazione, di socialità, di un valore della giornata condiviso. È un tema su cui, come al solito, siamo in ritardo. A Rimini parleremo anche di questo, con l’intenzione di favorire una svolta.
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Sergio Luciano
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