TEOREMA, LA CITTÀ DELLE FIRME
Dalla seconda tranche di indagini della Guardia di Finanza agli atti del Comune: PNRR, Agenda Urbana e Antica Kroton sotto osservazione.
Fonte: U’Ruccularu
Tra incarichi, progettazioni e candidature, emergono connessioni che la politica non può più ignorare.
L’operazione Operazione Teorema è arrivata dentro il Comune di Crotone. Non con dichiarazioni, ma con atti. Con fascicoli acquisiti, documenti esaminati, incarichi passati al setaccio. Una seconda tranche di indagini che, secondo quanto emerso, si concentra proprio su quel terreno dove si muovono milioni di euro pubblici: progettazioni, affidamenti, incarichi professionali.
Gli investigatori della Guardia di Finanza hanno lavorato per ore negli uffici comunali, cercando una cosa precisa: la struttura. Non il singolo episodio, ma il sistema. Perché il cuore di Teorema non è mai stato il fatto isolato. È sempre stato il metodo.
E mentre le carte passano di mano tra gli inquirenti, un altro livello si muove in parallelo. Quello politico.
Perché proprio negli stessi ambiti finiti sotto la lente: PNRR, Agenda Urbana e Antica Kroton, si costruisce oggi la nuova classe dirigente cittadina.
È qui che l’inchiesta giudiziaria incrocia la realtà amministrativa. E, soprattutto, quella elettorale.
Perché se Teorema cerca prove, la città osserva i nomi.
E quando quei nomi iniziano a ricorrere negli atti, nei cantieri, nelle liste allora la domanda smette di essere giudiziaria. Diventa politica.
Le città non si raccontano dalle inaugurazioni. Si raccontano dagli atti. Dalle determine dirigenziali, dalle liquidazioni, dalle firme che ritornano. Sempre le stesse. È lì che si misura davvero il funzionamento di una macchina amministrativa. Ed è da lì che bisogna partire per capire cosa sta accadendo a Crotone.
Una delle chiavi di lettura passa da un intervento preciso: la realizzazione di venti alloggi sociali in via Nigro, nel quartiere San Francesco.
Un progetto inserito nel perimetro dell’Agenda Urbana, finanziato con risorse pubbliche e destinato almeno formalmente a categorie fragili. Un’operazione da oltre un milione e ottocentomila euro, che rappresenta uno dei tasselli più significativi della stagione di investimenti in corso.
Non solo via Israele, molto di più. La documentazione amministrativa è chiara.
La determina di riferimento, consultabile negli atti ufficiali del Comune , individua con precisione ruoli, incarichi e compensi. Il responsabile unico del progetto è l’ingegnere Francesco Stellato, figura centrale nella gestione tecnica dell’intervento.
Attorno a lui si struttura un raggruppamento temporaneo di professionisti incaricati della progettazione, del coordinamento della sicurezza e della direzione lavori: l’architetto Salvatore Arconte, l’ingegnere Eugenio Corradino Amatruda e l’architetto Renato Scida. L’importo complessivo dell’affidamento supera i centosettantamila euro.
Le liquidazioni seguono il percorso previsto: una delle fatture, pari a oltre quarantamila euro, viene regolarmente saldata, come attestato negli stessi atti amministrativi. Tutto formalmente corretto. Tutto tracciato. A questo si aggiunge un ulteriore livello tecnico. Un’altra determina, successiva, riguarda la redazione della relazione geologica per lo stesso intervento .
L’incarico viene affidato al geologo Antonio Giulio Cosentino per un importo di poco inferiore ai seimila euro. Un tassello in più, una figura in più, sempre all’interno dello stesso progetto.
Fin qui, nulla che esca dalle regole. È la fisiologia della macchina pubblica: progettazione, affidamento, esecuzione.
Ma è proprio a questo punto che il piano tecnico si intreccia con quello politico.
Perché alcuni dei professionisti coinvolti, secondo quanto emerge da fonti e dinamiche locali, hanno intrapreso o starebbero intraprendendo un percorso politico, candidandosi nelle liste che sostengono l’amministrazione Voce.
Un passaggio che non è vietato dalla legge, ma che apre una questione più profonda alla luce del inchiesta Teorema. Non tanto giuridica, quanto di opportunità.
Ed è qui che entrano in gioco anche le immagini che tanto piacciono alla propaganda vociana.
Una fotografia istituzionale, pubblicata dal Comune, racconta la consegna dei lavori.
È il momento ufficiale, quello in cui l’opera prende forma anche nella comunicazione pubblica.
In quella scena ci sono il sindaco, il dirigente, l’assessore. E tra loro, anche un tecnico: Sergio Luchetta.
Un’immagine ordinaria, se presa da sola. Una delle tante.
Poi ce n’è un’altra. Un manifesto elettorale. Il volto è lo stesso: Sergio Luchetta.
Non più tecnico, ma candidato nella lista progetto in comune che fa capo a Danilo Arcuri e Antonio Megna, due ex sculchiani di ferro per intenderci, come Fabio Manica del resto. Le due immagini, affiancate, smettono di essere neutre. Diventano racconto. Da una parte la fase tecnica, la presenza dentro il progetto, il ruolo operativo. Dall’altra la fase politica, la richiesta di consenso, l’ingresso nella rappresentanza. Non è un passaggio illegale assolutamente. Ma è un passaggio che pone una domanda.
Il punto non è stabilire se ci sia un’irregolarità. Il punto è comprendere se esista una continuità tra chi progetta e chi, successivamente, è chiamato a decidere.
Se chi ha avuto un ruolo tecnico in un’opera pubblica possa trovarsi, una volta eletto, a incidere sulle scelte future di quella stessa opera.
Varianti, modifiche, indirizzi politici. È qui che la questione smette di essere amministrativa e diventa politica.
Perché quando i nomi iniziano a ripetersi, quando gli stessi professionisti compaiono in più fasi e poi si affacciano sulla scena elettorale, il tema non è più il singolo incarico. Diventa un problema di equilibrio. Di separazione tra ruoli. Di percezione pubblica.
In questo quadro, la figura del dirigente assume un peso ancora maggiore.
L’ingegnere Stellato, indicato come responsabile unico del progetto e firmatario degli atti, rappresenta il punto di snodo tra la dimensione tecnica e quella amministrativa.
Una funzione prevista dall’ordinamento, ma che, in presenza di una forte continuità di incarichi e relazioni, finisce inevitabilmente sotto osservazione.
Accanto agli atti ufficiali, emergono poi elementi più difficili da verificare ma che alimentano il dibattito cittadino: incarichi esterni di cui non si trovano facilmente tracce, consulenze attribuite a professionisti con rapporti pregressi con altri soggetti coinvolti, perizie che circolano senza un chiaro riferimento formale. Non sono prove, ma segnali. E in un contesto già denso di relazioni, ogni segnale pesa.
La domanda, a questo punto, è inevitabile.
Non riguarda la legittimità degli atti, ma la qualità del sistema che li produce.
Quante persone stanno davvero costruendo la città? E quante di queste si muovono contemporaneamente tra progettazione, esecuzione e rappresentanza politica?
Perché una cosa è certa: i cantieri raccontano una città che si muove, che investe, che cambia volto. Ma le determine raccontano anche altro. Raccontano chi decide, chi firma, chi lavora. E, sempre più spesso, raccontano anche chi si candida. È in questo passaggio che si gioca la partita più delicata.
Non nelle aule giudiziarie, ma nella fiducia pubblica. Perché una città può accettare che gli stessi nomi costruiscano le opere. Ma prima o poi si chiede se debbano essere gli stessi anche a governarle.
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