Gentile direttore di tp24,
c’è una cosa che mi lascia sempre piuttosto perplesso: l’idea, sempre più diffusa, che per fare politica occorra innanzitutto avere una laurea, possibilmente prestigiosa.
Come se un pezzo di carta potesse stabilire automaticamente chi è capace di amministrare una comunità e chi non lo è.
Io penso esattamente il contrario.
Una laurea può essere un valore. Ma non è una patente di buona politica.
Perché la politica non è un concorso universitario. Non è una gara a chi possiede il curriculum più lungo. E soprattutto non è una professione nella quale il titolo di studio possa sostituire le idee, i valori, la sensibilità sociale e la capacità di comprendere la realtà.
Un buon politico deve innanzitutto sapere da che parte stare.
Deve avere un’idea di società.
Deve sapere se vuole una società nella quale chi ha più soldi, più potere e più relazioni abbia sempre più possibilità di difendersi, oppure una società nella quale lo Stato intervenga per ridurre le disuguaglianze e garantire dignità e diritti anche a chi parte da una posizione di svantaggio.
Per me, questo è il punto decisivo.
Un politico lo giudico soprattutto da come guarda gli ultimi, non da come presenta il proprio curriculum.
Posso incontrare un laureato brillantissimo che conosce perfettamente l’economia, il diritto e la pubblica amministrazione e che, una volta entrato nelle istituzioni, approva politiche che impoveriscono i lavoratori, riducono i servizi pubblici e aumentano le disuguaglianze.
E posso incontrare una persona che non ha frequentato l’università ma che possiede una straordinaria intelligenza politica, conosce il mondo del lavoro, comprende i problemi della propria comunità, sa ascoltare e soprattutto ha una convinzione precisa: chi ha meno deve avere più attenzione da parte dello Stato, non meno.
E allora ditemi: chi dei due è più preparato a fare politica?
La risposta non può essere scritta su un certificato di laurea.
«Ma come fa uno senza competenze a fare il ministro dell’Economia?»
Questa è l’obiezione che puntualmente arriva.
«Come può fare il ministro dell’Economia uno che non sa leggere un bilancio? Come può occuparsi di finanza pubblica se non è un economista?»
La domanda sembra intelligente. Ma confonde due cose completamente diverse: il ruolo del tecnico e il ruolo del politico. Un ministro non deve essere contemporaneamente economista, commercialista, giurista, ingegnere, medico, urbanista e informatico.
I ministeri esistono proprio perché sono strutture nelle quali lavorano tecnici, dirigenti, funzionari e professionisti altamente qualificati, scelti e formati proprio per possedere le competenze necessarie.
Il ministro deve avvalersi di queste competenze.
Deve ascoltare gli esperti.
Deve studiare i dossier.
Deve farsi spiegare le conseguenze delle diverse scelte.
Deve avere l’intelligenza necessaria per capire ciò che gli viene sottoposto.
Ma poi deve fare una cosa che nessun tecnico può fare al suo posto: decidere politicamente.
Perché un economista può dirti quanto costa una determinata misura. Può spiegarti come finanziarla. Può illustrarti quali conseguenze produrrà sui conti pubblici. Ma non può decidere al posto della politica se quei soldi debbano essere destinati alla riduzione delle tasse piuttosto che alla sanità pubblica, alla scuola, alle pensioni, al sostegno delle famiglie povere o alla creazione di posti di lavoro.
Quella non è una scelta tecnica.
Quella è una scelta politica.
E proprio qui sta la differenza.
Il tecnico dice: «Questo è ciò che si può fare e queste sono le conseguenze.»
Il politico deve rispondere: «Questo è ciò che voglio fare e questa è la società che voglio costruire.»
Naturalmente non sto dicendo che un politico possa essere ignorante. Al contrario. Un politico serio deve studiare. Deve informarsi. Deve ascoltare i competenti. Deve conoscere la materia sulla quale è chiamato a decidere. Ma una cosa è chiedere competenza, un’altra è trasformare il titolo di studio in un requisito di appartenenza a una sorta di élite autorizzata a fare politica.
Perché, se accettiamo questo principio, finiamo inevitabilmente per considerare la politica una cosa riservata a chi ha avuto determinate opportunità nella vita. E questo sarebbe profondamente antidemocratico.
Perché non tutti hanno avuto la possibilità di andare all’università.
C’è chi ha dovuto lavorare presto, chi è nato in una famiglia povera, chi ha dovuto occuparsi della propria famiglia.
C’è chi ha conosciuto direttamente la precarietà, la disoccupazione, la fatica del lavoro, l’esclusione sociale.
E proprio queste persone possono possedere una conoscenza della società che nessun libro universitario può trasmettere completamente.
Chi ha vissuto sulla propria pelle una difficoltà non è automaticamente un buon politico, naturalmente.
Ma è altrettanto assurdo sostenere che chi non possiede una laurea sia automaticamente inadatto a rappresentare gli altri.
La vera domanda non è «Che laurea hai?»
La vera domanda dovrebbe essere: «Che società vuoi costruire?»
E ancora:
«Da che parte stai quando gli interessi dei forti entrano in conflitto con quelli dei deboli?»
«Cosa fai quando devi scegliere tra il profitto di pochi e il diritto di molti?»
«Cosa pensi di chi non ha voce, non ha relazioni, non ha potere?»
Perché è lì che si misura un politico, non nei convegni, non nei titoli sulla carta intestata, non nella fotografia con il professore universitario, non nel curriculum di dieci pagine.
Si misura davanti a una famiglia che non arriva alla fine del mese,
davanti a un giovane costretto ad andare all’estero per trovare un lavoro dignitoso, davanti a un anziano che deve scegliere se comprare le medicine o pagare una bolletta,davanti a una persona con disabilità che trova ancora ostacoli nell’esercizio dei propri diritti, davanti a un lavoratore che ha perso il posto, davanti a chi non ha nessun potente da chiamare quando subisce un’ingiustizia.
È lì che voglio vedere un politico.
Perché la politica dovrebbe servire soprattutto chi non può permettersi di comprare protezione, influenza e privilegi.
E allora sì: voglio politici competenti.
Voglio politici che studino.
Voglio politici che sappiano scegliere i migliori tecnici e ascoltarli.
Voglio politici capaci di leggere un rapporto economico e di comprenderne le conseguenze.
Ma voglio soprattutto politici che abbiano una coscienza, una visione e una precisa idea di società.
Perché possiamo anche avere il ministro più laureato, più titolato e più preparato del mondo, ma se poi usa quella preparazione per rendere più ricchi i ricchi e più poveri i poveri, avremo avuto un ottimo tecnico e un pessimo politico.
Ed è questa la distinzione che troppo spesso dimentichiamo.
La competenza serve a governare bene.
I valori servono a decidere per chi governare.
E io, prima di chiedere a un politico quanti titoli possiede, voglio sapere una cosa molto più semplice e molto più importante: quando arriverà il momento di scegliere, da che parte starà?
Perché dalla parte dei potenti ci sono già abbastanza persone.
La politica, se vuole ancora avere un senso, deve avere il coraggio di stare dalla parte di chi ha meno potere, meno voce e meno possibilità di difendersi.
Il resto viene dopo.
Anche la laurea.
Maurizio Girolamo Balsamo
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