Scopri quando la moltiplicazione delle azioni esecutive diventa abuso del processo e le sanzioni previste per i creditori e i loro avvocati.
Quando un cittadino vanta un credito, la legge gli mette a disposizione diversi strumenti per ottenere quanto gli spetta. Tuttavia, esiste un limite invalicabile che separa il legittimo diritto alla tutela dal comportamento vessatorio. Superare questo confine significa esporsi a conseguenze legali pesanti, che possono colpire sia il portafoglio di chi agisce, sia la carriera del professionista che lo assiste. Molte persone si chiedono spesso: si possono fare più pignoramenti per lo stesso debito? La risposta arriva direttamente dalle aule della Corte di Cassazione, che ha recentemente chiarito come la moltiplicazione ingiustificata delle iniziative giudiziarie non sia solo un errore tattico, ma un vero e proprio illecito. La giustizia non accetta che un creditore utilizzi lo strumento del pignoramento per mettere in ginocchio la controparte senza una reale necessità di protezione, trasformando un diritto in un atto di prevaricazione che intasa i tribunali e gonfia artificialmente le spese di lite.
In cosa consiste l’abuso del processo nel pignoramento?
Il concetto di abuso del processo rappresenta una delle pietre angolari del diritto civile moderno. Si verifica quando un soggetto utilizza uno strumento previsto dalla legge per scopi diversi da quelli per cui lo strumento è stato creato. Nel campo delle esecuzioni, il pignoramento serve esclusivamente a recuperare una somma di denaro. Se il creditore avvia una serie infinita di procedure senza ottenere risultati concreti, ma con l’unico effetto di aumentare i costi a carico del debitore, compie un atto illecito.
La Corte di cassazione (Cass. ord. n. 15077/2021) ha stabilito che la moltiplicazione delle azioni esecutive, se priva di utilità reale per il creditore, costituisce un abuso. In questo scenario, l’azione non mira più a soddisfare il credito, ma diventa un mezzo per danneggiare l’altra parte o per creare vantaggi ingiustificati. La legge vede con estremo sfavore chi “gioca” con le regole processuali per scopi emulativi, ovvero con l’unica intenzione di nuocere al prossimo.
Quando troppe azioni esecutive diventano un illecito?
Non esiste un numero magico che stabilisce quanti pignoramenti siano “troppi”, ma la valutazione dipende sempre dal contesto e dall’utilità della mossa. Se un creditore tenta la via del pignoramento presso terzi e poi quella immobiliare perché la prima è fallita, agisce nel pieno del suo diritto. Il problema sorge quando, per lo stesso identico debito, si scatenano contemporaneamente o in sequenza frenetica numerose iniziative senza che vi sia una speranza concreta di incasso.
Un esempio emblematico riguarda il caso di un uomo che ha attivato ben cinque procedure di pignoramento per un unico debito. Questo comportamento è stato giudicato dalla Suprema corte come una condotta processualmente illecita. La ragione è semplice: ogni azione giudiziaria ha un costo in termini di tasse, notifiche e compensi professionali. Se il creditore sa che il debitore non ha beni sufficienti o che la prima azione è già sufficiente a coprire il dovuto, insistere con ulteriori pignoramenti serve solo a far lievitare le spese delle cause senza alcun beneficio per la massa creditoria. In questi casi, l’elemento oggettivo dell’abuso risiede proprio nella sproporzione tra lo sforzo processuale e il risultato atteso.
Come si distingue l’uso legittimo del diritto dall’abuso?
Per capire se un creditore sta esagerando, i giudici analizzano due aspetti fondamentali della sua condotta:
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l’elemento oggettivo, ovvero l’utilizzo dello strumento processuale per fini diversi e ulteriori rispetto a quelli previsti dalla norma:;
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l’elemento soggettivo, che consiste nella violazione dei doveri generali di correttezza e buona fede (art. 1375 cod. civ.):;
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la presenza di un intento emulativo, volto cioè a nuocere alla controparte piuttosto che a tutelare i propri interessi.
Quando questi elementi si incrociano, scatta la responsabilità processuale aggravata. Questo significa che il creditore non solo potrebbe perdere la causa, ma potrebbe essere condannato a risarcire i danni causati alla controparte per averla trascinata in tribunale inutilmente. La buona fede deve guidare ogni fase della lite: non si possono creare “ad arte” situazioni debitorie peggiori solo per incrementare il peso della pressione psicologica o economica sul debitore.
Quali sanzioni rischia il creditore troppo aggressivo?
Le conseguenze per chi esercita troppe azioni esecutive sono severe. Il primo effetto è la condanna per responsabilità processuale aggravata. Il giudice, constatando l’abuso, può imporre al creditore il pagamento di una somma a titolo di risarcimento o di sanzione pecuniaria per aver abusato del sistema giustizia. Inoltre, le spese legali sostenute per le procedure inutili non vengono riconosciute e restano totalmente a carico del creditore che ha agito in modo sconsiderato.
Oltre all’aspetto economico, il creditore rischia di veder invalidate le proprie iniziative. Se il pignoramento viene considerato un abuso, il debitore può chiederne la sospensione o l’annullamento, portando come prova proprio la vessatorietà della condotta. Il sistema punta a proteggere l’equilibrio tra le parti: il debito va pagato, ma il debitore non può essere trasformato in un bersaglio per manovre processuali inutilmente onerose.
Cosa rischia l’avvocato che assiste il creditore?
Il peso della responsabilità non ricade solo sul cliente, ma si estende in modo significativo anche al suo legale. Un avvocato che accetta di avviare pignoramenti a ripetizione senza una valida ragione di tutela rischia sanzioni disciplinari pesanti. Il Codice deontologico forense (art. 66) è molto esplicito su questo punto: il professionista ha il dovere di non aggravare la situazione debitoria della controparte con iniziative giudiziali onerose o plurime, a meno che non corrispondano a effettive necessità del cliente.
Far lievitare le spese delle cause senza un motivo validissimo espone l’avvocato alla segnalazione al Consiglio distrettuale di disciplina. La condotta è considerata illecita sul piano deontologico perché l’avvocato non è un semplice “esecutore” dei desideri del cliente, ma un custode della correttezza processuale. Se il legale asseconda o, peggio, suggerisce una strategia di aggressione sistematica e inutile, tradisce la sua funzione sociale e i suoi doveri verso la professione e la giustizia.
Perché la moltiplicazione dei costi è considerata un danno?
Ogni volta che si deposita un atto in tribunale, si attiva una macchina complessa che richiede risorse pubbliche e private. Se questa macchina gira a vuoto, il danno è duplice. Da un lato, si danneggia lo Stato, intasando i ruoli con cause inutili che rallentano le procedure serie. Dall’altro, si colpisce il debitore, che vede il suo debito originario gonfiarsi a causa di:
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spese di iscrizione a ruolo e marche da bollo:;
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oneri per le notifiche tramite ufficiale giudiziario:;
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compensi per l’attività dei difensori:;
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interessi e spese di gestione della procedura.
Se il debito iniziale era di mille euro e, attraverso cinque pignoramenti inutili, le spese arrivano a cinquemila, siamo di fronte a una stortura inaccettabile. La Cassazione sottolinea che la tutela del credito deve essere efficiente, non punitiva. Il creditore ha diritto ai suoi soldi, ma non ha il diritto di distruggere economicamente l’altro soggetto attraverso l’accumulo artificioso di costi processuali.
Come funziona il dovere di correttezza nelle esecuzioni?
Il dovere di correttezza e buona fede (art. 1375 cod. civ.) non è un suggerimento morale, ma un obbligo giuridico. Nelle procedure esecutive, questo dovere impone al creditore di scegliere la strada meno onerosa per il debitore, a parità di efficacia. Se il creditore può ottenere il pagamento pignorando lo stipendio (procedura semplice e lineare), non ha motivo di pignorare contemporaneamente la casa e l’auto, a meno che lo stipendio non sia chiaramente insufficiente.
Agire secondo buona fede significa valutare con attenzione la solvibilità della controparte. Se le indagini patrimoniali mostrano che il debitore non ha nulla, avviare cinque pignoramenti è una mossa che viola la legge. La condotta è considerata abusiva perché non persegue la soddisfazione del credito (che è impossibile), ma persegue altri fini, come la pressione psicologica o la creazione di parcelle legali spropositate. La giustizia interviene proprio per fermare queste dinamiche distorte e riportare il processo alla sua funzione naturale: la risoluzione dei conflitti e non la loro esasperazione.
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Angelo Greco
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