«Abbiamo vissuto in uno stato di paura, rabbia, confusione. Eravamo molto preoccupati perché nessuno dei nostri parenti sapeva come stessimo, che fine avessimo fatto. Siamo stati in celle di isolamento, con le luci accese tutto il giorno, senza sapere se fuori fosse notte o c’era il sole. Siamo stati interrogati, abbiamo fatto lo sciopero della fame, sbattuto le mani contro la cella per fare rumore, cantato tutti insieme Bella Ciao o Free Palestine. Abbiamo resistito un mese, dal 24 maggio al 23 giugno, fino a quando finalmente sono decadute le due accuse per cui ci avevano arrestati: quella di immigrazione clandestina e quella di assembramento illegale in una zona di sicurezza». Domenico Centrone è un fiume in piena. Parla, racconta, condivide la sua esperienza di detenzione in Libia. Lo fa insieme a Dina Alberizia, che con lui faceva parte del gruppo dei dieci attivisti internazionali del Global Sumud Land Convoy, la missione via terra della Global Sumud Flotilla fermata nella Libia orientale e rinchiusa prima in un centro di smistamento per migranti a Sirte e poi in un centro di detenzione di Bengasi.
Le richieste al Governo italiano
Il loro pensiero, però, è sempre rivolto alla popolazione della Striscia di Gaza, per la quale erano partiti in missione per rompere simbolicamente il blocco e raggiungere il valico di Rafah e consegnare aiuti umanitari e sanitari alla popolazione oramai stremata e segnata dal conflitto. Hanno raccontato la loro esperienza e quanto c’è ancora da fare per sostenere il popolo della Palestina a Foggia, nel corso di un partecipato incontro organizzato dal Coordinamento provinciale Capitanata per la pace, che ha permesso di ascoltare dal vivo la voce dei due attivisti pugliesi. «La situazione a Gaza è sempre drammatica» dice l’attivista Dina Alberizia «il genocidio sta continuando e quindi è importante che noi continuiamo a mobilitarci, a tenere alta l’attenzione su quanto sta accadendo, a farci sentire. Perché non possiamo essere noi a mettere in atto le misure che servono a fermare Israele, però il nostro Governo potrebbe stabilire delle sanzioni, un embargo, anziché rafforzare le relazioni con Israele. Il primo ministro Benjamin Netanyahu è stato condannato dalla Corte Penale Internazionale e in questi giorni ha sorvolato lo spazio aereo italiano per andare negli Stati Uniti impunemente. Come cittadini quello che possiamo fare è chiedere che il Governo italiano ci tuteli facendo rispettare il diritto internazionale».

Missione umanitaria nonviolenta
La delegazione di cui facevano parte Centrone e Alberizia era partita dalla Mauritania con un convoglio di circa 250 persone, «composta anche da infermieri, educatori, medici, portando dietro anche case mobili, ambulanze, aiuti. Una missione umanitaria nonviolenta partita anche per colmare un vuoto che è lasciato dalla complicità del nostro Governo, dal suo silenzio. A Gaza Israele ha occupato il 70% del territorio e la popolazione è costretta nelle tende, al caldo, senza elettricità, senza fogne. Hanno una razione d’acqua che non è quella dichiarata sufficiente per una persona» prosegue Alberizia. «Passano un’intera giornata a fare le code per avere il cibo, per avere l’acqua e Israele controlla quello che può entrare selezionando gli alimenti. Se sono quelli troppo proteici, troppo energetici, non vanno bene. Però fa arrivare bibite gassate, patatine che non servono a nutrire la popolazione. Mancano i farmaci per malattie croniche».


Risvegliare la comunità
I due italiani sono stati imprigionati insieme ad attivisti provenienti da Spagna, Portogallo, Polonia, Stati Uniti, Argentina e Uruguay. Ai dieci militanti della Global Sumud Flotilla le autorità libiche hanno anche mosso l’accusa di avere contatti con cellule terroristiche, «cosa che ovviamente non era assolutamente vera. Sono stati sicuramente dei giorni complicati per noi, per la comunità che ci ha seguito da lontano, dall’Italia, da tutto il mondo» evidenzia Centrone. «Sicuramente sono stati dei giorni di tribolazione, ma siamo stati forti e saldi perché sapevamo che il nostro obiettivo era raggiungere Gaza, rompere l’assedio, ma anche rompere il silenzio su quello che accade nella Palestina occupata e quello che accade nella Striscia. Quindi, anche se non siamo riusciti a consegnare quegli aiuti per noi non è stato un fallimento, è stata una grande vittoria ed essere a Foggia, andare in giro, parlare alla cittadinanza è sicuramente il sintomo di una comunità che si sta risvegliando e che si risveglia anche grazie a missioni umanitarie come quella a cui abbiamo partecipato».


Dopo il rientro in Italia, i due attivisti stanno proseguendo in qualche modo la loro missione. Lo fanno parlando, testimoniando, provando a scuotere le coscienze e a richiamare al senso di responsabilità di chi incontrano. «Ciascuno di noi può fare qualcosa ed essere attenti al tema è già moltissimo. Seguire quello che accade, fare controinformazione è molto importante» aggiunge Alberizia. «Per esempio: in questi giorni degli attacchi dei coloni che si sono intensificati cos’è stato detto al Tg1 o al Tg2? Che un gruppo di escursionisti israeliani è stato attaccato dai palestinesi. Questa è la versione che Israele vuole far passare e che è stata riportata, ma chiaramente i video fatti dalle persone che sono lì dimostrano che non è vero, che non è così, che era un gruppo di coloni e non di escursionisti israeliani. Diventa importante fare attenzione alle informazioni che girano, è una responsabilità che ognuno deve prendersi, perché Israele spende molto del suo bilancio per creare una narrativa falsa».
Le varie forme dell’attivismo
Tra le azioni che gli attivisti consigliano di mettere in campo per sostenere la causa della popolazione palestinese, rientra quella del «boicottaggio. Il sito Bds Italia dà le informazioni necessarie per boicottare, così com’è possibile scaricare l’app No Thanks. Ma è importante anche partecipare alle manifestazioni, agli eventi, che aiutano a tenere accesa l’attenzione su Gaza, sulla Palestina. Bisogna uscire da casa, coordinarsi con altre persone, perché insieme abbiamo molta forza e dobbiamo credere nel potere che possiamo avere» sottolinea Alberizia. «L’attivismo è un attivismo quotidiano, per cui non è necessario partecipare a una missione. C’è chi parte e chi rimane qui. Non escludo in futuro di partecipare di nuovo a una missione, ma ci sono tanti altri modi per essere attivi». Del resto, la finalità, resta sempre quella, con un pensiero rivolto anche «ai diecimila palestinesi nelle prigioni, di cui 300 bambini. Vogliamo rompere l’assedio, che non vuol dire necessariamente che saremo noi ad andare fisicamente a Gaza, ma che sicuramente ci rimetteremo in gioco con i nostri corpi, con le nostre menti, con il nostro tempo, le nostre energie affinché finalmente potremo rincontrare i nostri fratelli e sorelle palestinesi» conclude Centrone.


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Emiliano Moccia
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