Capo Feto e Margi Spanò, verso la nuova riserva naturale in provincia di Trapani


Una delle zone umide più importanti e, allo stesso tempo, più fragili della provincia di Trapani potrebbe diventare una nuova riserva naturale. Capo Feto e Margi Spanò, tra Mazara del Vallo e Petrosino, sono entrate nell’iter che dovrà portare all’istituzione di un’area protetta di circa 596 ettari. Un passaggio importante per un territorio di straordinario valore ambientale, da decenni sottoposto a vincoli ma anche, troppo spesso, ad abbandono, inquinamento e trasformazioni che ne hanno messo a rischio l’equilibrio.

 

Il Consiglio regionale per la Protezione del patrimonio naturale ha infatti approvato la scheda sulle valenze naturalistiche del sito, il perimetro e la relativa zonizzazione, passaggi necessari per l’inserimento nel Piano regionale dei Parchi e delle Riserve naturali.

 

Una grande zona umida tra Mazara e Petrosino

Capo Feto e Margi Spanò costituiscono un sistema di zone umide costiere tra i più significativi della Sicilia occidentale. La stessa parola “margi” indica terreni depressi soggetti ad allagamenti stagionali o permanenti.

L’area rappresenta un’importante zona di sosta per gli uccelli migratori lungo le rotte tra Africa ed Europa e ospita numerose specie vegetali e animali. Anche il tratto di mare antistante riveste un particolare valore naturalistico per la presenza delle praterie di Posidonia oceanica.

Non si parte da zero. Capo Feto è già interessata da diversi livelli di tutela ed è stata individuata come Zona di protezione speciale e sito di interesse comunitario. Nel 2000 il Ministero dell’Ambiente inserì il biotopo di Capo Feto tra le Zps con il codice ITA010006.

La trasformazione in riserva naturale rappresenterebbe però un salto di qualità nella tutela e soprattutto nella gestione dell’area.

Una tutela inseguita da mezzo secolo

La storia di Capo Feto è anche quella di una lunga battaglia per impedire che la zona umida venisse cancellata.

Negli anni Settanta sull’area furono ipotizzati progetti molto diversi dalla sua attuale vocazione ambientale: da un autodromo per il collaudo di motori turbocompressi fino a insediamenti residenziali. Nessuno di quei progetti venne realizzato, ma la palude dovette fare i conti con discariche abusive e interventi di trasformazione.

Nel 1976 arrivò il vincolo come Oasi di Protezione e Rifugio della fauna, formalizzato l’anno successivo. Negli anni successivi, tuttavia, la presenza dei vincoli non è sempre bastata a garantire una tutela effettiva.

Una nuova fase si aprì negli anni Novanta con gli interventi legati al programma europeo Life Natura e con i progetti di riqualificazione promossi dal Comune di Mazara e dall’allora Provincia regionale di Trapani.

 

Una bellezza che continua a fare i conti con l’inquinamento

Ed è proprio questa la contraddizione che accompagna ancora oggi Capo Feto e Margi Spanò. Da una parte un patrimonio naturalistico riconosciuto a livello nazionale ed europeo; dall’altra episodi di inquinamento, abbandono di rifiuti e pressioni antropiche che periodicamente tornano a interessare l’area.

L’istituzione della riserva, dunque, non può essere considerata soltanto come un nuovo perimetro da tracciare su una carta. Il vero nodo sarà capire chi e come dovrà gestirla, con quali risorse, controlli e strumenti di valorizzazione.

L’iter verso la riserva

La proposta è arrivata dopo un percorso lungo, alimentato negli anni da diverse istituzioni e associazioni. Tra queste il Libero Consorzio comunale di Trapani, il Comune di Mazara del Vallo, la Società siciliana di Scienze naturali e realtà ambientaliste come Pro Capo Feto, Amici della Terra e Fare Ambiente.

Adesso la procedura è continuata nei Comuni interessati. Mazara del Vallo e Petrosino hanno pubblicato gli atti nei rispettivi albi pretori. Dalla pubblicazione decorrono trenta giorni durante i quali privati, enti, organizzazioni sindacali, cooperative e associazioni possono presentare osservazioni.

Solo al termine dei successivi passaggi amministrativi si potrà arrivare all’istituzione vera e propria della riserva.

 

 

Quinci: “Non basta proteggere, bisogna valorizzare”

Sul futuro delle riserve della provincia è intervenuto nei giorni scorsi a TP24 anche Salvatore Quinci, presidente del Libero Consorzio comunale di Trapani e sindaco di Mazara.

Quinci ha annunciato che Capo Feto potrebbe diventare la quarta riserva affidata alla gestione del Libero Consorzio, ma ha posto il problema di come vengono amministrate quelle già esistenti.

“Le riserve non vanno solo protette, vanno promosse e valorizzate”, ha detto, ammettendo che negli ultimi anni ci sono state carenze nei controlli ma soprattutto nella capacità di valorizzazione.

La sua idea è quella di trasformare le aree protette in luoghi capaci di “generare valore sociale, economico e ambientale”, attraverso attività compatibili con la tutela, iniziative educative e una maggiore fruizione.

Sul fronte dei controlli, Quinci ha ricordato l’istituzione del Corpo di Polizia provinciale, al quale è stato affidato anche il compito di rafforzare la vigilanza nelle riserve. Per l’autunno è previsto inoltre un piano di promozione e valorizzazione da affidare a professionalità specializzate.

 

Prima, però, la prova della gestione

Ed è proprio sulla futura gestione di Capo Feto che Quinci ha messo un paletto. Il Libero Consorzio è interessato alla nuova area protetta, ma prima deve dimostrare di essere capace di amministrare adeguatamente quelle che già gli sono affidate.

“Per candidarci alla guida di una quarta riserva dobbiamo prima dimostrare di essere in grado di gestire, promuovere e valorizzare con risorse adeguate le tre che abbiamo”, ha spiegato.

È probabilmente questo il punto decisivo. Capo Feto non ha bisogno soltanto di diventare una riserva sulla carta. La sua storia dimostra che i vincoli, da soli, non bastano. Dopo decenni di progetti, protezioni, aggressioni ambientali e tentativi di recupero, la vera sfida sarà garantire presenza, controlli e manutenzione, facendo diventare la tutela quotidiana e non soltanto amministrativa.

Perché quella grande zona umida tra Mazara e Petrosino è già un patrimonio naturale. Adesso si tratta di riuscire finalmente a trattarla come tale.




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