Cosenza. Giustizia per Momo. Perché i soccorsi arrivano solo dopo mezzora dalla caduta? Il ragazzo poteva essere salvato? (di Lorenzo Curia)



In tutta la città di Cosenza – e non solo – si commenta ampiamente il video-shock che documenta cosa accade dopo la caduta dal balcone di Momo, il ragazzo che ha perso tragicamente la vita dopo un maledetto controllo di due carabinieri, che quel giorno – evidentemente – non avevano di meglio da fare. Di seguito, le riflessioni di Lorenzo Curia, che tengono conto anche di altri fattori che non abbiamo preso in esame in maniera analitica. 

di LORENZO CURIA 

Provo a ragionare con la mia testa, seguendo anche le indicazioni di amici che su questa vicenda la pensano in modo diverso tra loro.
Un video di 44 secondi, girato da chi ha assistito alla scena, mostra un carabiniere chino su un corpo disteso a terra, ancora vivo e in movimento. Pochi secondi dopo l’inizio delle immagini si vede l’uomo con un oggetto che gli penzola dalla mano destra: con altissima probabilità un paio di manette, non certo un topolino di campagna. La madre di Momo ha raccontato ai cronisti di essere stata tenuta a distanza mentre il figlio agonizzava a terra, di aver assistito personalmente al gesto e di ritenere che uno dei militari lo “tormentasse” da tempo con controlli ripetuti. Ha anche riferito che il figlio soffriva di depressione e che non era la prima volta che tentava di togliersi la vita — un dato che va tenuto presente in tutta questa ricostruzione, perché la vicenda non si riduce soltanto a un caso di cronaca giudiziaria: c’è di mezzo la fragilità psichica di un ragazzo che aveva già dato segnali di crisi.
Da queste immagini e da questa testimonianza nascono alcune domande che mi sento di porre.

𝟏. 𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐥𝐞 𝐦𝐚𝐧𝐞𝐭𝐭𝐞?
Il presunto verbale, dice che i carabinieri trovano 100 grammi di hashish nella camera di Momo e procedono ad ammanettarlo. Pochi secondi dopo, e in un attimo di distrazione dei due militari, il ragazzo si lancia dal balcone. Quando il corpo arriva a terra, le sue mani sono legate.

𝟐. 𝐄𝐫𝐚 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐧𝐞𝐜𝐞𝐬𝐬𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐥’𝐚𝐫𝐫𝐞𝐬𝐭𝐨?
Il limite fissato dalla legge italiana per l’uso personale di cannabis (categoria che comprende anche l’hashish) è di 500 milligrammi di principio attivo — THC — corrispondenti indicativamente a circa 5 grammi di sostanza lorda. Cento grammi superano quindi ampiamente quella soglia, e fanno scattare la presunzione di detenzione a fini di spaccio: non più un illecito amministrativo, ma un reato.
A quanto pare, però, in questi casi, l’arresto è facoltativo, non obbligatorio: è una scelta discrezionale, che dovrebbe tenere conto della gravità del fatto, della pericolosità della persona e del rischio di fuga o reiterazione. In questo caso parliamo di un ragazzo già identificato, già sottoposto ad arresti domiciliari, sorvegliato in casa propria: quale margine di fuga reale giustificava l’ammanettamento immediato? È una domanda che lascio ai giuristi, che su questo punto potranno essere più precisi di me — io mi occupo di tutt’altro — ma che merita una risposta pubblica.

𝟑. 𝐕𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚𝐭𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐥 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐭𝐢𝐭𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐝𝐢 𝐝𝐫𝐨𝐠𝐚 𝐥𝐞𝐠𝐠𝐞𝐫𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐮𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐧𝐳𝐚?
È la domanda più semplice e più necessaria: quella quantità, 100 grammi, è un dato riportato da fonti investigative e ripreso da tutta la stampa locale e nazionale. Ma su un caso che sta ricevendo così tanta attenzione, la verifica pubblica di questo elemento — al di là della fiducia nelle fonti — non dovrebbe restare implicita.

𝟒. 𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐧𝐨𝐧 𝐚𝐛𝐛𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐟𝐨𝐭𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐜𝐨𝐫𝐩𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐫𝐞𝐚𝐭𝐨?
Non è un obbligo di legge: il sequestro, la pesatura, il campionamento e soprattutto la percentuale di principio attivo per l’analisi di laboratorio sono procedure interne, e la diffusione di immagini del materiale sequestrato è una prassi comunicativa delle forze dell’ordine, tipicamente riservata a operazioni antidroga complesse, con sequestri di più chili di sostanza, o a inchieste di stampo mafioso. Detto questo, davanti a un caso che sta avendo questa risonanza mediatica locale — e non solo — forse si sarebbe dovuto chiarire la questione con immagini ed informazioni vere e proprie del corpo del reato, non genericamente evocate. Non per spettacolarizzare una tragedia, ma per la trasparenza che un fatto di questa portata dovrebbe pretendere.

𝟓. 𝐈𝐥 𝐜𝐚𝐫𝐚𝐛𝐢𝐧𝐢𝐞𝐫𝐞 𝐟𝐚 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐚 𝐭𝐨𝐠𝐥𝐢𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐦𝐚𝐧𝐞𝐭𝐭𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐢𝐥 𝐜𝐨𝐫𝐩𝐨 𝐞̀ 𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐚?
Probabilmente sì, ed è forse l’unico gesto che va letto a favore di chi era sul posto. Vale la pena, però, un parallelo concettuale — non un’equivalenza dei fatti, che restano diversi — con quanto contestato agli agenti nel caso di Fakir Ballo a Bologna, tra le cui accuse c’è quella di averlo immobilizzato e legato a caviglie e polsi mentre perdeva conoscenza. Se Momo fosse rimasto ammanettato mentre agonizzava a terra, la vicenda sarebbe stata ancora più grave.

𝟔. 𝐐𝐮𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐚𝐝𝐮𝐭𝐚 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐦𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐬𝐨𝐜𝐜𝐨𝐫𝐬𝐢?
Nel video si vede il carabiniere parlare al telefono. Con chi? Con i suoi superiori o direttamente con il 118?

𝟕. 𝐃𝐨𝐩𝐨 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚 𝐥’𝐚𝐦𝐛𝐮𝐥𝐚𝐧𝐳𝐚?

Sono le 14.20 quando Momo si lancia. Restaneo scende le scale e arriva sul suo corpo ma non si preoccupa, però, di chiamare il 118: parla siì al telefono ma non con il 118. I soccorsi arriveranno quasi trenta minuti più tardi. La sua priorità è un’altra: cancellare dalla scena del crimine le prove ovvero le tracce delle proprie responsabilità. Deve togliere le manette ai polsi di Momo e allontanare curiosi e potenziali testimoni che, richiamati dalle urla, si sono affacciati alle finestre o sono accorsi sul posto. Comincia a minacciare chiunque tenti di avvicinarsi, chiedendo i documenti e gridando che è in corso un’operazione di polizia. Si accosta poi al corpo di Momo, ancora vivo e gli toglie le manette ignorando ogni tipo di soccorso e di… umanità. Solo dopo aver cancellato le tracce delle proprie responsabilità qualcuno – non sappiamo se lui… – chiama i soccorsi, che arrivano sul posto alle 14.40, quasi mezz’ora dopo la caduta.

𝟖. 𝐄𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐦𝐚𝐭𝐚 𝐚𝐥 𝟏𝟏𝟖 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐦𝐞𝐭𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐢𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐩𝐫𝐞𝐜𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐠𝐥𝐢 𝐨𝐫𝐚𝐫𝐢?

Secondo me ci si dovrebbe concentrare su due eventi:
– Gli eventuali gravi abusi subìti da Momo durante le precedenti perquisizioni che hanno portato alla tragica e dolorosa scelta quel maledetto pomeriggio
– Ma soprattutto il ritardo per la richiesta di soccorso dell’ambulanza. Forse il ragazzo si poteva salvare ma nessuno ha cercato di salvarlo. 


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