118 Cosenza. Le associazioni diffidano Occhiu’ e Azienda Zero: “I volontari non sono i capri espiatori del vostro fallimento”


LE ASSOCIAZIONI DIFFIDANO OCCHIUTO E AZIENDA ZERO: I VOLONTARI NON SONO I CAPRI ESPIATORI DELLA VOSTRA INCOMPETENZA E DEL VOSTRO FALLIMENTO – IL 118 È APPESO AL VOLONTARIATO. E ADESSO ANCHE IL VOLONTARIATO DICE BASTA – LA DIFFIDA CHE FA TREMARE IL SISTEMA. SE LE ACCUSE FOSSERO CONFERMATE, IL MODELLO DELL’EMERGENZA CALABRESE SAREBBE MOLTO PIÙ FRAGILE DI QUANTO SI VOGLIA FAR CREDERE

C’è una dettaglio che rende questa diffida diversa dalle tante lettere, proteste e comunicati che negli anni hanno attraversato la sanità calabrese. Qui non parla un osservatore esterno. Non parla un politico. Non parla un sindacato. Parlano le associazioni che ogni giorno salgono sulle ambulanze e tengono acceso il motore del 118. E quando chi regge il sistema denuncia di non riuscire più a reggerlo, il problema non può essere liquidato come una semplice lamentela.

Il documento indirizzato alla Regione Calabria, all’ASP di Cosenza, alla Centrale Operativa 118 e ad Azienda Zero è una vera e propria requisitoria che fotografa un servizio descritto come logorato da decisioni organizzative contestate, promesse non mantenute e un equilibrio economico che, secondo i firmatari, sarebbe ormai al limite del collasso.

LA TERRITORIALITÀ SACRIFICATA E IL SOCCORSO CHE ARRIVA SEMPRE PIÙ LONTANO

La prima accusa colpisce il cuore dell’emergenza sanitaria. Le associazioni sostengono che le ambulanze vengano inviate sistematicamente lontano dalla propria area di competenza, costringendole a percorrere decine di chilometri e lasciando completamente scoperte le zone di provenienza. Il risultato descritto nella diffida è un effetto domino che allunga inevitabilmente i tempi di risposta e rende sempre più difficile rispettare gli standard previsti per il soccorso.

Il problema non è soltanto organizzativo. Significa aver trasformato il principio della prossimità del soccorso in una variabile sacrificabile, proprio quando ogni minuto può rappresentare il confine tra la vita e la morte.

GLI OPERATORI DIVENTATI IL PARAFULMINE DELLA RABBIA DEI CITTADINI

Quando un’ambulanza arriva in ritardo, il cittadino esasperato non vede una catena organizzativa. Vede il soccorritore che scende dal mezzo. È lui che diventa il bersaglio.

La diffida racconta di aggressioni verbali e fisiche che sarebbero diventate una conseguenza diretta delle lunghe attese, scaricando sugli equipaggi responsabilità che, secondo i firmatari, appartengono invece alle scelte della Centrale Operativa.

È un cortocircuito drammatico. Chi dovrebbe essere protetto mentre salva vite rischia di diventare la prima vittima di un sistema incapace di proteggere persino i propri operatori


LE ASSOCIAZIONI USATE COME TAPPABUCHI DELLA SANITÀ PUBBLICA

La parte forse più pesante della diffida riguarda il ruolo del volontariato. Le associazioni sostengono di essere state trasformate da supporto del sistema sanitario a sostituzione permanente delle carenze dell’ASP, coprendo postazioni scoperte, effettuando trasferimenti, intervenendo persino nei codici rossi e supplendo alla mancanza di mezzi e personale aziendale. Il volontariato ha, di fatto, smesso di essere un’integrazione del servizio pubblico per diventare il pilastro su cui il servizio pubblico si regge. Ed è una differenza enorme. Perché un sistema costruito sulla buona volontà di chi dovrebbe soltanto affiancare lo Stato rischia di trasformarsi in uno Stato che vive sulle spalle del volontariato.

LE REGOLE CAMBIATE DOPO LA FIRMA

La diffida non parla soltanto di ambulanze. Parla anche di soldi. Le associazioni contestano che, dopo la sottoscrizione della convenzione, sarebbero stati introdotti criteri di rimborso differenti rispetto a quelli originariamente concordati, denunciando modifiche unilaterali che avrebbero alterato l’equilibrio economico dell’accordo. Se davvero le condizioni economiche vengono cambiate dopo la firma, la questione esce dal semplice confronto amministrativo e diventa inevitabilmente terreno di contenzioso.

IL TERZO SETTORE CHE RISCHIA DI FALLIRE PER TENERE IN PIEDI IL 118

La diffida richiama esplicitamente il Codice del Terzo Settore e sostiene che i rimborsi non coprono integralmente i costi realmente sostenuti, costringendo molte associazioni a lavorare quasi in perdita mentre continuano, secondo i firmatari, a garantire un servizio essenziale per la collettività. È un paradosso che merita attenzione. Chi salva vite non dovrebbe trovarsi nella condizione di dover scegliere se salvare il servizio o salvare il bilancio della propria associazione.

I TAVOLI TECNICI PROMESSI E MAI ARRIVATI

La convenzione, secondo quanto riportato nella diffida, avrebbe previsto incontri tecnici periodici per monitorare la fase sperimentale del nuovo sistema. Le associazioni sostengono però che quei tavoli non siano mai stati convocati e descrivono un clima di totale assenza di confronto con chi opera quotidianamente sulle ambulanze. Quando il dialogo si interrompe, resta soltanto lo scontro. Ed è esattamente ciò che oggi emerge da questa diffida.

IL CASO “SUSTINEO” E LE CONTESTAZIONI SULLA RENDICONTAZIONE

Un intero capitolo è dedicato alla società Sustineo, incaricata della verifica delle rendicontazioni. Le accuse sono estremamente dettagliate. Secondo il documento sono stati introdotti limiti sui rimborsi del carburante, dei dispositivi medici, delle bombole d’ossigeno, del personale, dei costi di ammortamento dei mezzi e perfino delle spese di esercizio, con criteri ritenuti incompatibili con l’attività reale di un servizio di emergenza.

La diffida arriva persino a porre domande che hanno il sapore dell’assurdo ma che, se riferite ai limiti contestati, assumono un peso inquietante. Quando finiscono i fondi destinati alle piastre del defibrillatore, ci si ferma? Quando termina il budget per il carburante, le ambulanze restano ferme? Sono interrogativi polemici contenuti nello spirito del documento, ma rappresentano anche il simbolo della distanza che i firmatari denunciano tra i numeri di un foglio Excel e la realtà di un soccorso sanitario.

UNA DIFFIDA CHE CHIEDE UN CAMBIO DI ROTTA, NON UNA PEZZA

Il documento si conclude con una richiesta di intervento immediato. Le associazioni chiedono una riorganizzazione della Centrale Operativa, maggiori tutele per gli operatori, il rafforzamento dei mezzi e del personale dell’ASP, il rispetto delle condizioni economiche della convenzione, un intervento della Regione, una revisione dei criteri contestati e la convocazione urgente di un tavolo con tutti gli enti coinvolti. In assenza di risposte, annunciano la possibilità di intraprendere azioni legali e di valutare il recesso dalla convenzione per grave inadempimento.

Questa vicenda impone una riflessione che va oltre la polemica. Le accuse contenute nella diffida rappresentano la posizione delle associazioni firmatarie e dovranno naturalmente essere valutate e riscontrate dagli enti chiamati in causa. Tuttavia, ignorarle sarebbe un errore.

Perché quando chi guida le ambulanze arriva al punto di mettere nero su bianco che il sistema rischia di collassare, la risposta non può essere il silenzio. Se davvero il 118 calabrese continua a reggersi sull’abnegazione di chi ogni giorno presta servizio, allora la domanda non è più se esista una crisi. La domanda è quanto ancora si possa pretendere che il volontariato continui a fare da stampella a un sistema che, per sua natura, dovrebbe camminare con le proprie gambe.


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