Se la guerra è diventata ibrida, anche la scienza della sicurezza e della difesa – e il business che occorre per alimentarla – deve diventare ibrida. Il che comporta una serie di precise conseguenze “di sistema” sia sul fronte degli investimenti, pubblici e privati, che delle competenze. Servono cervelli formati e tanti soldi, insomma. Subito. E’ da questo assunto che l’Università Bocconi, e precisamente la sua Scuola di Direzione Aziendale (SDA Bocconi), ha fondato SHIELD. Un’iniziativa inedita che ha suscitato il massimo interesse in tutto il settore non solo italiano. A Stefano Caselli, “Dean” della SDA Bocconi, Economy ha chiesto di spiegare origini, obiettivi e valori della nuova iniziativa. “Il programma Shield di SDA Bocconi racconta l’economia legata alla sicurezza e alla difesa da un’ottica diversa – esordisce Caselli – non la collega alla guerra ma, in maniera radicalmente opposta, alla prevenzione della guerra, e soprattutto alla dimensione dei conflitti ibridi, con armi ben diverse da quelle spiegate nei libri di storia, che colpiscono soprattutto l’economia — pensiamo alla cronaca di questi giorni, con l’invasione di migranti a Ceuta che sta emergendo come una manovra concertata da qualcuno in Marocco per creare un problema al governo spagnolo”.
Entrando nel merito, abbiamo letto qualche giorno fa un articolo firmato da voi, da Shield, che si allacciava anche al tema dell’energia, sostenendo che tra energia e difesa non c’è un derby, ma deve esserci una convergenza di interessi, e che l’energia è il primo dei settori che le nuove guerre mettono a repentaglio, come stiamo vivendo oggi sulla nostra pelle. Ci spieghi come nasce questa iniziativa e quale obiettivo persegue.
Shield è un centro di ricerca che abbiamo lanciato all’interno di SDA Bocconi a inizio anno, il cui denominatore comune è la parola sicurezza. Per tanti anni siamo stati abituati a un concetto di difesa associato automaticamente all’ambito militare, gestito da chi si occupava della difesa del nostro paese e dell’Europa. Oggi questo concetto è venuto meno, non solo perché gli Stati Uniti stanno giocando altre partite, ma perché dobbiamo usare una parola molto più ampia: sicurezza. Per questo abbiamo lanciato Shield dentro una scuola di management che si occupa di aree disciplinari che in apparenza non c’entrano nulla con la sicurezza — pensiamo alla tecnologia, alla finanza, ai trasporti. Oggi il concetto di sicurezza è assolutamente allargato, e questo si collega proprio al tema della contrapposizione fra energia e difesa citato nell’articolo. Siamo tutti abituati a ricevere la bolletta a casa e a pensare che rappresenti solo il costo dell’energia, magari legato a quello che succede nel Golfo. Ma la bolletta è un insieme molto più complesso: il prezzo non dipende solo dall’energia, ma anche dalla sicurezza, perché le risorse — petrolio, gas, energia rinnovabile — devono essere trasportate, passano attraverso cavi, attraverso il Mediterraneo, che deve essere protetto e sicuro. Se diventa meno sicuro, le compagnie di assicurazione, il cui mestiere è proprio proteggerci, aumentano i premi, e la bolletta che arriva a casa è molto più alta. Non è quindi legata solo all’energia: è legata alla sicurezza. I due concetti ormai sono strettamente collegati fra loro.
La scienza economica ha il dovere di spiegare cosa c’è dentro i fenomeni, ma anche di preparare i tecnici — anche i super tecnici — capaci di gestirli. Il bello delle scuole di gestione aziendale è che non hanno necessariamente il respiro dei quattro-cinque anni, ma organizzano anche master e corsi: cosa sta insegnando SDA Bocconi su questi temi oggi ai giovani laureati che vogliono approfondirli? Quali sono le nuove competenze che servono per capire e gestire queste dinamiche?
Innanzitutto non parliamo solo di giovani laureati, ma anche di manager, leader, persone più adulte che oggi hanno ancora più bisogno di formazione. Direi che ci sono due ambiti su cui si sta riflettendo maggiormente. Il primo è imparare a “navigare nell’incertezza”. A volte usiamo la parola geopolitica, che coglie abbastanza bene il concetto, ma oggi qualsiasi decisore aziendale, qualsiasi persona con una responsabilità nella propria organizzazione — privata o pubblica — ha bisogno di capire come si sviluppa il mondo, quali sono i trend, saper leggere in modo rapido le tendenze di fondo e gli equilibri politici, per poi assumere decisioni ragionevoli che aiutino la propria organizzazione. È un’area su cui c’è uno spazio di lavoro continuo, e servono non solo competenze ma anche tanta attività di ricerca sviluppata nell’ambito dell’economia, delle scienze politiche, delle relazioni internazionali: i manager hanno fame di capire.
E il secondo ambito?
Il secondo ambito è quello delle interdipendenze. Oggi il problema vero non è soltanto essere bravi nel proprio ambito di competenza — la finanza, il marketing, ognuno deve continuare ad avere il suo — ma gestire le interdipendenze. Pensiamo a un’azienda che deve scegliere i suoi fornitori: la scelta non è semplicemente un problema di prezzo, come giustamente deve essere, ma bisogna chiedersi a chi fanno riferimento questi fornitori. Nel medio termine mi rendono più autonomo, oppure rendono la mia azienda — e poi il mio paese — più dipendente da un’economia o da un paese senza alcun valore democratico, che ci può condizionare? Sono le domande che oggi dobbiamo porci. E poi, a livello di formazione, l’altra dimensione essenziale è la tecnologia: oggi tutte le informazioni e tutti i dati viaggiano molto rapidamente, ma i dati non sono un fatto marginale, sono un patrimonio, un valore, e vanno protetti, perché sappiamo che gli attacchi che un paese può ricevere sono anche di tipo cyber. L’attività di formazione e di ricerca deve spingere i manager a capire cosa vuol dire usare la tecnologia per proteggere i dati della propria azienda, per renderla più sicura e più robusta. Sono tanti ambiti trasversali su cui bisogna lavorare con sempre maggiore determinazione, ponendosi sempre la domanda: quali sono le interdipendenze della mia azienda? In che modo risulta prigioniera, oppure diventa più forte e più capace di competere per l’Italia e per il nostro campo di gioco, che è l’Unione Europea?
Ci sono molte voci nuove e interconnesse legate alla difesa della sovranità — vogliamo ricordarle? Tra l’altro, abbiamo visto una tabella molto interessante, tratta sempre dalla vostra produzione scientifica, secondo cui investire in sicurezza in senso lato — quindi tutelando le interconnessioni, le infrastrutture e i flussi delle risorse primarie come l’energia — consente di evitare costi: quello che appare un costo di prevenzione è in realtà un investimento che serve a evitare costi molto peggiori. Parliamo un attimo di questo: come si compone la nuova sovranità nazionale e come va protetta?
Parto proprio da quest’ultima domanda: spendere in sicurezza. Dobbiamo abituarci a questa parola, che come dicevo è più ampia del concetto di difesa: la sicurezza serve a proteggere la vita, la salute, il benessere di tutti i cittadini e le cittadine, ma serve anche a proteggere il nostro sistema economico, italiano ed europeo — perché il nostro campo di gioco è sempre l’Italia insieme all’Unione Europea. Il tema su cui dobbiamo ragionare è questo: spendere ha sempre un risultato, e sappiamo che spendere genera deficit — è un fatto matematico che può portare a nuovo debito pubblico. Per cui c’è sempre l’interrogativo: è corretto spendere? Stiamo facendo bene? È una domanda assolutamente legittima, ma per rispondere bisogna valutare i costi — la spesa — e i benefici. Per questo, con il nostro centro di ricerca Shield, stiamo cercando di misurare quale moltiplicatore genera la spesa in sicurezza.
Che sensazioni avete sui risultati?
Pensiamo alla cybersecurity: investire in cybersicurezza vuol dire proteggere i nostri dati — pensiamo banalmente ai dati che abbiamo in banca, quindi i nostri risparmi, la fatica del nostro lavoro. Investire in cybersicurezza non è solo una spesa: primo, evita danni futuri, cioè incidenti e problemi che genererebbero ulteriori spese e farebbero aumentare i costi delle assicurazioni. Ma non solo: investire in cybersicurezza genera innovazione, e l’innovazione porta benefici alle aziende e alla società, perché qualsiasi investimento in tecnologia che in prima battuta è finalizzato alla sicurezza genera poi ricadute positive, perché può essere utilizzato da altri settori, con usi assolutamente civili nella vita di tutti i giorni. Questo è l’aspetto costi-benefici da valutare con grande attenzione.
Quali sono le filiere strategiche da difendere, oltre all’energia?
C’è poi un altro aspetto generale: oggi la sicurezza è fatta di tanti ambiti che ci permettono di difendere il nostro sistema sociale ed economico, l’Italia e l’Europa insieme. Pensiamo al sistema finanziario: l’Italia ha banche molto robuste, su cui si è lavorato molto, ma il nostro sistema finanziario deve avere la capacità di utilizzare al meglio i risparmi degli italiani per sviluppare gli investimenti nel nostro campo di gioco, l’Italia e l’Europa — quindi la solidità e la proprietà del sistema finanziario sono un elemento di garanzia della sicurezza. Pensiamo alla filiera farmaceutica: avere la possibilità di sviluppare nel nostro paese attività di ricerca in questo settore non solo genera innovazione, ma ci permette di controllare un ambito assolutamente essenziale. Pensiamo ancora al settore alimentare, che diamo per scontato: funziona perché produciamo in Italia e importiamo da certi paesi e non da altri. Lavorare su queste filiere, alzando lo sguardo verso il medio termine, permette di rendere il nostro paese e il sistema europeo più autosufficienti — e se sei autosufficiente, affronterai in futuro meno rischi, meno problemi e sosterrai meno costi. Questo, secondo me, è un po’ l’esercizio da fare, e ce ne sono tanti altri esempi che dobbiamo imparare a fare. Proteggere il nostro sistema non è solo un tema di difesa: è un tema di difendere e proteggere il nostro modo di produrre valore, il nostro sistema sociale e i nostri valori nel corso del tempo.
In sintesi, professore: qual è la sensazione che avete, dal vostro osservatorio scientificamente qualificatissimo, sulla comprensione di questa nuova dimensione della sicurezza da parte della classe imprenditoriale e della classe politica? Diciamo la verità: è soprattutto una questione culturale. Quanto la capisce il sistema che conta e che produce? Quanto sta cambiando tutto?
Devo dire che dall’anno scorso a oggi sono stati fatti veri passi in avanti. Mi ricordo che l’anno scorso, quando cominciavamo a ragionare sull’iniziativa Shield, quindi sull’iniziativa sicurezza… be’, non userei la parola scetticismo, ma c’erano in noi tanti punti di domanda: perché occuparsi di questa cosa? Perché è necessario? Domande assolutamente genuine, ma che denotavano dei dubbi, sia a livello di imprese che di classe dirigente politica. Oggi devo dire che, anche se sono passati pochi mesi da quando Shield è stato lanciato a inizio anno, l’atteggiamento è completamente cambiato. Le imprese sono sempre le prime a essere esposte, perché hanno i loro costi e i loro ricavi, sono sul campo di gioco e si possono fare male subito: hanno molto chiaro che il concetto di sicurezza è un concetto gigantesco, che richiede una visione a 360 gradi. E devo dire con franchezza che anche la politica, da questo punto di vista, sta diventando molto più attenta e sensibile, perché ci giochiamo davvero tanto: non è solo un tema di spesa, deficit e debito pubblico, ma di valutazione dei costi e dei benefici e di protezione del nostro paese e del nostro sistema europeo. C’è ancora tanto da fare, quindi bisogna continuare a lavorare.
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Sergio Luciano
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