Ciao Ennio. La “bomba a mano” in redazione, la scellerata scissione e l’ultimo “regalo” di Simeone



di Gabriele Carchidi 

Siamo all’ultima parte della ricostrizione dei 10 anni di Ennio Simeone al Quotidiano della Calabria ed è quella più “personale”, che si lega a doppio filo alla famigerata scissione del 2005. Ennio era un campano atipico: non era espansivo e forse voleva dare l’idea del direttore inflessibile ma di sicuro c’era molta “corazza” difensiva perché poi la sua umanità bene o male emergeva sempre: certo non faceva sconti a nessuno nemmeno a se stesso. E non era neanche un giornalista dalla “penna facile”: firmava editoriali solo raramente e solo quando era veramente necessario. E in tivù o a qualche “convegno… vegno vegno e ti pago l’assegno…” non solo non ci andava ma schifava profondamente chi invece ci andava e… incassava.

Quando l’ho incontrato, a 33 anni, ero reduce da 13 anni di giornalismo “abusivo” e di conseguenza il mestiere lo avevo già imparato. Non l’ho mai sentito come “maestro” perché per quel ruolo, quando ero prima ragazzino e poi ragazzo, c’erano stati Ciccio Dinapoli e il vecchio Giacomo Mancini. Tuttavia mi ha insegnato molte cose. Per esempio, a usare bene maiuscole e minuscole: sindaco si scrive con la “s” minuscola così come presidente di questo o di quello, carabinieri e polizia (ebbene sì, ne ero felicissmo!), prefetto, comandante e compagnia cantante. E mi ha insegnato anche che centrosinistra o centrodestra si scrivono sempre in unica soluzione e senza trattino. Ennio aveva fatto persino un piccolo manuale per abituarci all’uso corretto e per addestrare bene anche collaboratori e corrispondenti. E poi non gli sfuggiva niente del giornale, lo leggeva dal primo all’ultimo rigo e non tollerava la sciatteria. Un giorno ci disse che era andato al cinema seguendo le indicazioni della nostra “agenda” e aveva scoperto che… avevamo sbagliato a scrivere gli orari. Beh, da quel giorno mi presi in carico l’agenda e non ne sbagliammo più nessuno. Naturalmente lui lo aveva notato e quando me lo disse qualche mese dopo mi restò una bella soddisfazione. Sì, perché Ennio era molto avaro di complimenti. Una volta me ne fece uno un po’ particolare: mi disse che non riusciva a trovare un refuso che fosse… uno nei miei pezzi. Ma capii subito che c’era il tranello: dietro quel complimento si nascondeva infatti un mezzo rimprovero per il mio “feeling” particolare con la correttrice di bozze e finì che ci mettemmo a ridere.

A questo punto, mi tocca spiegare cosa accadde a marzo del 2005 perché fu allora che il mio percorso professionale come quello di almeno una decina di miei colleghi – in pratica una intera generazione – cambiò improvvisamente. Tra noi della redazione cosentina e Simeone c’era stato un po’ di trambusto alla fine del 2002 per la vicneda dei No Global ma successivamente le acque si erano calmate fino a quando – a marzo 2005 – Paride Leporace, il mio migliore amico e collega, con il quale avevo condiviso 15 anni di carriera da Telecosenza a Telestars fino al Quotidiano, scrisse una lettera di fuoco contro Simeone (e ce la fece anche firmare) nella quale gli scaricava addosso un sacco di improperi e lo classificava come una sorta di dittatore cattivo e malvagio. Nessuno di noi era stato avvisato prima, ma quando gli chiedemmo di spiegarci la situazione, ci disse che si sentiva pronto per subentrare a Simeone e che era tempo di sostenerlo perché ormai avevamo superato la quarantina ed era ora di “emanciparci”. E che Ennio, insomma, non era più indispensabile e potevamo camminare da soli.

Sulle prime, è chiaro che prevalse l’affetto per l’amico e magari la convinzione che avesse fatto qualche passo anche verso l’editore prima di prendere quella decisione. In fondo, forse avevano anche un po’ di ragione quelli che dipingevano noi giornalisti del Quotidiano un po’ sofferenti della sindrome di Stoccolma nei confronti dei nostri “carcerieri-padroni” ovvero editore e direttore, ognuno con un diverso grado di assuefazione. Del resto, ci appariva chiaro che grazie ai finanziamenti avuti con l’avallo dei Ds e di Nicola Adamo, l’editore si era liberato della schiavitù dello stampatore e si era comprato un bellissimo centro stampa e di conseguenza avevamo capito che poi non eravamo così “liberi” come dicevamo di essere in giro. Quanto a Simeone, è evidente che il suo rapporto con Leporace si era deteriorato ed era degenerato in quella lettera di fuoco. Ma l’editore non era per niente a suo favore perché si era schierato mani e piedi con Simeone e per molti di noi fu una mazzata.

Ennio l’aveva presa molto male e aveva definito quella lettera una “bomba a mano” buttata in redazione ed era chiarissimo che ce l’avrebbe fatta pagare. Paride aveva dato sfogo alla sua ambizione ma aveva commesso un errore gravissimo persino nel calcolare i tempi. Eh sì, perché uno dei nostri, Francesco Graziadio, aveva un contratto a tempo determinato che gli scadeva proprio il 31 di quel mese di marzo e figuratevi se Simeone si era impietosito: non gli rinnovò il contratto e lo licenziò. E non solo. Ne pagai le conseguenze anche io perchè Ennio mi cacciò il ruolo di caposervizio della cronaca di Cosenza e mi trasferì allo… sport da dove peraltro provenivo declassandomi senza pietà. Insomma, la “bomba a mano” era diventata un boomerang almeno per due di noi… Ma ormai tutto era compiuto, non si poteva più tornare indietro, la redazione si era inevitabilmente spaccata. E così nel giro di pochi mesi in questo trambusto aveva avuto vita facile ad inserirsi un editore “cattivo” di nome Piero Citrigno, che aveva avuto vicissitudini giudiziarie che lo avevano costretto a chiudere il suo giornale “La Proviinca cosentina”. Uscito dal carcere e voglioso di “vendetta” nei confronti di chi ce l’aveva spedito e di rientrare nel giro degli affari della sanità, voleva fondare un giornale nuovo proprio col nostro gruppo. E così la scellerata scissione si concluse con l’avvento di Calabria Ora, che fu un disastro senza precedenti e sancì la fine ingloriosa di un gruppo che per 10 anni era stato quasi perfetto. A fine agosto saranno passati – per me – esattamente venti anni da quei fatti e li ricorderò a parte. Oggi invece per concludere il ricordo di Ennio Simeone, devo necessiamente richiamare le ultime due volte che ho parlato con lui, appunto venti anni fa. E’ verissimo: già da allora era chiaro che il giornalismo e i giornali erano al capolinea. In Calabria e soprattutto a Cosenza erano sempre stati uno strumento per consentire a editori/speculatori di realizzare affari e succhiare finanziamenti. Diciamocela tutta: non c’era neanche tanta differenza tra Dodaro e Citrigno e noi tutto facevamo tranne che un’informazione libera e indipendente: eravamo solo funzionali, come una sorta di testa d’ariete, ai loro sporchi guadagni. 


Ma torniamo a venti anni fa. Prima che ce ne andassimo con Citrigno, Ennio mi chiamò e mi volle parlare a quattr’occhi. Mi disse che dovevo guardare bene con chi ero stato per tutti quegli anni e che, a differenza di quel soggetto, io ero una persona perbene e non avrei dovuto seguirlo. Non volevo andare a quell’appuntamento e neanche dopo che mi disse quello che pensava cambiai idea perché ormai non si poteva più tornare indietro ma gli dissi che se avessi avuto bisogno non avrei esitato a rivolgermi di nuovo a lui. E così fu. Andai via dopo appena sei mesi dalla fondazione di Calabria Ora e mi ero conservato un “piano B”, una via d’uscita. Era un inserto sull’epopea delle squadre di quartiere di Cosenza, una sorta di “almanacco vivente” di centinaia e centinaia di calciatori di almeno cinque-sei generazioni. Sapevo bene che non sarebbe stato facile pubblicarlo sul Quotidiano dopo quella scellerata scissione ma cercai Ennio, ci parlai a cuore aperto spiegandogli com’era finito… a puttane il nostro gruppo e lui impose la pubblicazione del mio “Campioni di Cosenza” in 24 uscite domenicali che ebbero molto successo e con il quale riuscii a sbarcare il lunario ma soprattutto a tenermi la testa impegnata in un periodo drammatico. Ecco, quello era stato l’ultimo “regalo” che mi aveva fatto Ennio Simeone, che alla fine era un giornalista aziendalista come tantissimi altri e sotto certi aspetti cinico e vendicativo come pochi ma era anche in grado di capire la vera essenza delle persone. E per quel “regalo” – insieme a quello della liberazione della nostra professione in Calabria – non finirò mai di dirgli grazie. Al contrario di chi faceva l’amico e in realtà pensava solo… ai cazzi suoi. Come sempre, a futura memoria.

 

 


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